COLD WAR di Paweł Pawlikowski recensione di Carlo Confalonieri

dicembre 20, 2018 at 2:42 pm Lascia un commento

CW 1

 

COLD WAR – Come nello stupefacente IDA ,Pawel Pawlikowski apre il suo nuovo film con la stessa tematica. La terra e il cielo, il corpo e l’anima, lo spirito e la materia.

Una chiesa col tetto sventratro, la volta circolare che si apre sull’ immenso circoscritto da una prospettiva architettonica. Questo è il cinema di un autore che sceglie ancora il formato quadrato e il bianco e nero vintage (Lukas Zal in excelsis) come per contenere l’incontenibile, fissare ciò che non si può afferrare.

La religiosità ferita di IDA stavolta diventa l’ardore della passione, ma sempre di spiritualità si tratta. Forse persino più dichiarata di quella celata dalle tonache religiose del film precedente.

Wiktor e Zula alto moro musicista terribilmente maschio lui, biondissima (GLI AMORI DI UNA BIONDA di Milos Forman) formosa quintessenza della femminilità lei,con un delitto oscuro alle spalle. Nella Polonia comunista post bellica lui la sceglie per i cori e i balli nazionalpopolari da portare in tournée.

È Amour Fou. Berlino est Mosca la fuga di lui a Parigi, lei non ha il coraggio di seguirlo. Ma si reincontreranno ripetutamente.

Come in Fassbinder il melo diventa Storia. La Guerra Fredda, la Francia degli esistenzialisti e del jazz (lui pianista a L’ECLIPSE di Antonioniana memoria) dove ritrova Zula e il fuoco diventa incendio.

Altre fughe altre partenze altri ritorni nuove vite matrimoni prigionie, ma l’amore puro spirito e pura carne fra i due resta.

Che dopo vent’anni concentrati storicamente negli 80 minuti più densi di memoria del cinema (omaggio al nostro Riccardo Freda, alla passione politicamente contrastata fra Lara e Zivago anche se con un procedimento di sintesi opposta al pur grande David Lean ma soprattutto alla devastante pallosa serialità netflix o comunque televisiva) si ritroveranno sotto il cielo della chiesa di apertura. Ed è CINEMA AL CUBO con i canti e le danze popolari ripresi come musical hollywoodiani, la dipendenza del cuore e dei sensi incanalata nei percorsi perturbanti fiammeggianti romanticamente patologici del Truffaut di LA MIA DROGA SI CHIAMA JULIE e LA SIGNORA DELLA PORTA ACCANTO.

A Pawlikowski basta un’inquadratura per comprimere all interno di essa un tempo un luogo il desiderio e già il loro ricordo. E questo sublime procedimento si chiama Cinema, il prima il dopo e il fuori da esso- da quel riquadro perfetto – non ci interessano più.

IN PROGRAMMAZIONE AL CINEMA JOLLY DI SAN NICOLO’ A PARTIRE DA GIOVEDI’ 20 DICEMBRE.

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