BlacKkKlansman di Spike Lee recensione di Stefania De Zorzi

ottobre 9, 2018 at 9:59 am Lascia un commento

spike lee

Negli anni Settanta a Colorado Springs un poliziotto nero si infiltra nel Ku Klux Klan: è il soggetto incredibile, ma basato su fatti realmente accaduti, dell’ultimo film di Spike Lee, “BlacKkKlansman”.
Ron Stallworth/John David Washington, detective afro-americano, prima partecipa sotto copertura ad una riunione di militanti sostenitori del Potere Nero, poi telefona di sua iniziativa alla sede locale del Ku Klux Clan, mandando all’appuntamento in sua vece il collega Flip/Adam Driver, bianco ed ebreo. Quest’ultimo entra così in contatto con un gruppo di razzisti dell’organizzazione e ne scopre ben presto gli intenti terroristici, rivolti principalmente a discapito dei Black Panthers e della giovane attivista Patrice/Laura Harrier, di cui nel frattempo Ron si è innamorato.
Spike Lee dirige e in parte scrive la sceneggiatura di un bel poliziesco, teso e avvincente, in cui non mancano le corse indiavolate in auto, l’amicizia fra poliziotti, la bella in pericolo ed altri ingredienti classici del genere, orchestrati con sapienza.
Al tempo stesso Lee scava nelle radici culturali dell’ideologia del Ku Klux Klan, che trae nutrimento tanto dall’eugenetica ottocentesca, quanto della nostalgia per il mondo sudista elegante e paternalista di “Via col Vento”, o ancora dalla visione fanta-politica di “Nascita di una nazione”, film muto del 1915 in cui si paventa il sopravvento dei neri sui bianchi durante la Ricostruzione post-secessionista. I membri del Klan, o meglio dell’Impero Invisibile, come amano soprannominarlo, sono grotteschi sia nell’aspetto che nel pensiero, e la loro ignoranza e stupidità suscitano spesso ilarità nello spettatore: perché il riso è un nemico potente della paura, e giustamente Spike Lee ne fa uso per mettere alla berlina i cattivi (le scene al telefono sono molto divertenti, sopra a tutte quella fra Ron e David Duke/Topher Grace, Gran Maestro del KKK, in cui David spiega le sfumature di pronuncia che a suo dire tradiscono un eventuale interlocutore nero). Oltre al lato ridicolo, i cavalieri del Klan hanno tuttavia anche tratti spaventosi: evocati dal racconto atroce dell’anziano Jerome Turner/Harry Belafonte, o dalle battute volgari e da fantasie di massacro che ambiscono a diventare reali.
A tutto ciò Spike Lee aggiunge richiami stilistici al cinema anni Settanta (i volti che emergono in primo piano dallo sfondo buio durante il convegno dei Black Panther, o l’accelerazione della cinepresa che simula la corsa dei protagonisti verso la finestra, da cui si scorge la croce data alle fiamme), ma anche sequenze in stile docu-film (il colloquio di assunzione di Ron in polizia), o ancora spezzoni ripresi da una realtà tanto agghiacciante quanto contemporanea (i drammatici eventi di Charlottesville nel 2017), che proiettano un’ombra tragica sulla risoluzione passata della vicenda.
L’immagine finale è un geniale e sinistro capovolgimento dell’icona americana più ritratta da Jasper Johns, a coronamento di un poliziesco dal forte contenuto politico e storico, assolutamente da vedere.

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