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IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson recensione di Stefania De Zorzi

filo

Paul Thomas Anderson è regista poco prolifico, sempre di opere di valore: non fa eccezione il suo ultimo film, “Il filo nascosto”, di cui è, oltre che regista, anche sceneggiatore e co-produttore.
Nella Londra degli anni Cinquanta Reynolds Woodcock/Daniel Day-Lewis è il sarto di lusso di nobildonne e principesse; l’incontro in una locanda con la bella e giovane cameriera Alma/Vicky Krieps, che diventa sua modella ed amante, segna l’inizio di una relazione intensa e conflittuale, complicata anche dalla condivisione della vita privata con la sorella di lui, Cyril/Leslie Manville.
Dai trailer e sulla carta sembrerebbe la storia di una Cenerentola proletaria innamorata e al contempo angariata dal suo ricco e attempato principe azzurro, disprezzata dagli amici altolocati di quest’ultimo e tollerata con una buona dose di condiscendenza dall’onnipresente Cyril. Daniel Day-Lewis è sublime nell’incarnare un misogino ossessionato dalla defunta figura materna e morbosamente legato alla sorella, insofferente di ogni minimo cambiamento ad una routine meticolosamente costruita: un uomo tanto affascinante per la genialità e per il carisma, quanto insopportabile nel privato. Ma Anderson non si ferma lì, e scopre piano piano il filo nascosto in una relazione apparentemente impossibile: la tenera donzella (anche la Krieps è magistrale) non è una vittima indifesa, ma una donna forte disposta a tutto in amore e in guerra.
L’elegante casa-atelier del protagonista è il teatro delle scene principali del film, con la macchina da presa che segue Reynolds e Alma su e giù da una scala ripida, nella stanza tappezzata della colazione, o nel salotto delle prove con le sue pareti immacolate: gli arredi, i colori, gli ambienti diurni luminosi e i notturni rischiarati solo dalla fiamma di un camino hanno una vividezza pittorica sul cui sfondo frusciano le sete e i velluti sontuosi degli abiti regali creati da Woodcock. C’è il ritratto di un’epoca e di un sarto-artista (non stilista, in quanto sprezzante di tutto ciò che è “chic” e volgarmente alla moda), così come la spiazzante messa in scena di un gioco erotico e psicologico, violento e romantico fra i due protagonisti.
Anderson è bravo a stemperare la drammaticità della storia con pennellate di humour (sopra a tutte la scena della rumorosa colazione di Alma), e a sorprendere lo spettatore con inaspettate svolte della trama e illuminazioni sull’animo dei personaggi.
Da vedere, senza lasciarsi intimorire da qualche dilatazione nei tempi della storia: è un film che non finisce in sala ma ritorna alla mente dopo la visione, disseminando interrogativi e riflessioni, nascosti come i bigliettini propiziatori nel risvolto cucito degli abiti di Woodcock.

marzo 14, 2018 at 6:36 PM Lascia un commento


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