Tre Manifesti a Ebbing, Missouri regia di Martin McDonagh recensito da Marco Zanini.

gennaio 22, 2018 at 2:09 pm Lascia un commento

tre due

 

Mildred Hayes ha perso la figlia, bruciata viva in seguito ad uno stupro. Dopo quasi un anno la Polizia non ha ancora trovato il colpevole, perciò Mildred per esortare le indagini noleggia tre cartelloni alti sei metri all’ingresso di Ebbing che recitano: “Stuprata mentre stava morendo.” “E ancora nessun arresto.” “Come mai, sceriffo Willoughby?” Attirato verso di se il disappunto della stragrande maggioranza del paese, Mildred dovrà vedersela soprattutto con i poliziotti di Ebbing, nella fattispecie con lo sceriffo Bill Willoughby e il suo sottoposto impazzito Jason Dixon.

La straripante qualità filmica di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri risiede in più punti: recitazione, dialoghi, tempi comici, intensità e messaggio. Ma ciò che lo inquadra con disarmante facilità tra i film di culto è la messa in scena, che si libera da ogni tipicità di genere per seguire le dinamiche del western. Così la stazione di Polizia e l’ufficio del proprietario dei cartelloni (uno di fronte all’altro) diventano simultaneamente i luoghi dello scontro, a mò di saloon. Gongolano e sfasciano in queste strutture tre “pistoleri”: Mildred, Bill e Jason. La prima donna corazzata e incazzata, intraprende la sua crociata vendicativa; Bill prima è infastidito dal gesto di Mildred, ma non manca di essere comprensivo nei suoi confronti; Jason, il lecca culo di Bill, cerca in tutti i modi di mettere il bastone fra le ruote a Mildred. La cosa importante è rendersi conto di quale sia il concetto di vendetta nel film di McDonagh.

Se l’impalcatura fin da subito ricorda quella immorale, tosta e violenta di Tarantino (senza le forti dosi di splatter), quella dove si percepisce a più riprese il pericolo imminente dello scontro a fuoco, è la vendetta morale la presa di posizione che ci vuole trasmettere il regista e non quella fisica e per lo più mortale. La conclusione infatti (ad un certo punto inaspettata) si ricongiunge benissimo con lo scopo educativo del film che insegna che la forza dell’amore è l’unica soluzione per porre fine al continuo ciclo di odio e violenza generato dalla vendetta. E quale gesto d’amore è più forte e positivo del voler vendicare la memoria della figlia morta solo con la propria determinazione? Un atteggiamento, quello della grandissima ed inossidabile Mildred, molto più cristiano del prete che la ammonisce per il suo gesto, a suo parere scriteriato, di noleggiare dei cartelloni mettendo in cattiva luce l’operato, sempre per lui inappuntabile, della Polizia di Ebbing. McDonagh inoltre, che qui dirige e scrive, ci fa’ riflettere non poco sul significato di giustizia. Ad esempio quella inesistente nei confronti dei poliziotti sadici che torturano i neri per strada, particolare che fra l’altro non viene mai mostrato perchè a McDonagh non interessa farci vedere una cosa che hanno già fatto vedere tutti e che sappiamo benissimo. Il regista ci fa’ bensì vedere un poliziotto bianco che pesta e scaraventa giù dalla finestra un uomo bianco perchè l’immagine che ci vuole dare è totale. Giustizia vista dagli occhi di una donna che va contro la legge per farsi giustizia da sola. E a questo punto ciò che è giusto e sbagliato si confondono. E’ anche l’ennesimo ritratto di un’America rurale squilibrata, pazza, incivile e civile solo quando bisogna appellarsi alle leggi per la difesa personale. Territori remoti di una Nazione oscura che McDonagh tratteggia con giusta tragicità ma anche con un umorismo nero tagliente e corrosivo, che fluisce perfettamente in un cast di sole stelle: McDormand stratosferica (in odore di Oscar, ha già vinto il Golden Globe), Woody Harrelson straordinario, Sam Rockwell fenomenale, per non dimenticare un ottimo Caleb Landry Jones (già ammirato in Scappa – Get Out) e il sempre eccellente Peter Dinklage (premiato nei panni di Lannister ne Il Trono Di Spade). In questa cerchia di splendidi interpreti alcuni personaggi subiscono una metamorfosi nel corso del film, a volte per la percezione che ha di loro il pubblico, altre intraprendendo un vero sentiero di redenzione. E’ così che lo sceriffo visto come inefficiente ed insensibile diventa più umano del previsto e lo sbirro ignorante e violento cambia per rimediare ai suoi errori. McDonagh non perde comunque di vista i suoi personaggi e i suoi attori sono dannatamente bravi a mantenerne intatti i caratteri.

L’ironia di Tre Manifesti A Ebbing, Missouri mette in ridicolo la tendenza del poliziotto che cerca a tutti i costi di rivendicare la propria autorità sociale e sessuale sugli stranieri, sulle donne e sugli omosessuali, non riuscendo però a sviare alla sua evidente condizione di ignorante. Sotto questo film, visto come una coltre di macerie umane, viene allo scoperto una prorompente umanità, ed è questa la nota più bella e positiva. A tal punto, nonostante la veemenza iconoclasta, non si può non raggiungere la commozione, grazie soprattutto alle lettere struggenti scritte da Willoughby, testamento di un uomo effettivamente degno della stima dei suoi concittadini. Quando si vedono opere veraci e sincere come Tre Manifesti A Ebbing, Missouri non si può che pensare che il Mondo abbia bisogno di film così.

Zanini Marco

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