Feria d’agosto in differita – “Amores perros” (2004), “21 grammi” (2003), “Babel” (2006) di Alejandro G. Iñárritu. Multirivisione di Annalisa Bendelli

ottobre 30, 2017 at 12:54 pm 7 commenti

amoresperros OK21 GRAMMI

BABEL

Se ‘utopia’ è il desiderabile non realizzabile, ‘distopia’ al contrario varrebbe quale indesiderabile realizzabile o, peggio, realizzato. Non occorre prefigurare o attendere il futuro per assistervi. Sempre comunque la metropoli al centro dell’attenzione, luogo simbolico e reale del convergere, del vivere e abitare degli umani, l’opzione privilegiata, che attrae potentemente e ineluttabilmente fagocita, quando non diventa incubo, inferno del vivere. La caotica e sgarrupata Città del Messico in cui Iñárritu ambienta i disperati, efferati, “Amores perros” non dista poi tanto, nel tempo e nello spazio, soprattutto nella indesiderabilità, dalla cupa e magmatica Los Angeles immaginata e rappresentata in” Blade runner”. Nelle mie peregrinazioni estivanti, risalendo di pochi anni e poche migliaia di chilometri ( la frontiera l’ ho attraversata, nel senso facile, senza troppi problemi) dalla California statunitense all’entroterra messicano, ho raggiunto la mostruosa concentrazione urbana di baracche muri scrostati accatastamenti umani e materiali lordume e degrado. La sterminata distesa scalcinata e calcinata intorno ai quartieri alti separati, blindati, ai grattacieli della produzione e del comando, ai villoni da telenovela e appartamentini glamour secondo i vulgati, corrivi, stilemi copiati (male) dal primo mondo, parquet e tinte ocra, open space e vetrate. Il babelico coacervo – impasto – agglomerato di vite, abitazioni, condizioni umane nella specificazione del ‘sud’ del mondo, così didascalicamente, quasi folkloricamente rappresentativo. Mi ci sono inoltrata trascinata dalle incursioni e carotaggi della telecamera del regista che penetra come un segugio negli interni popolari, poveri e disordinati, gremiti di cose consunte e bisunte, feticci della tradizione e paccottiglia variegata imitazione ‘primo mondo’. Oppure talora si intrufola nei luoghi del lusso pacchiano ed eccessivo dei privilegiati ricconi… zeppi di crocifissi e cornici d’argento intorno a fotografie di famiglia… quante… e altrettante, anzi di più, nelle case dei diseredati… gli altarini, i memoriali dei clan, un’ossessione visiva e tematica… Altrimenti l’ho vista scorrere rapida, la città, nelle carrellate delle scorribande furiose in auto, attraverso vie desolate o trafficate e caotiche, verso luoghi degradati, sordidi, squallide arene insanguinate dopo i feroci combattimenti canini, aree dismesse e sconnesse. La metropoli in sé e in opposizione, confronto, con gli spazi desolati e rarefatti, il deserto, quello texano-messicano a cavallo della ‘frontera’ o quello ai piedi dell’Atlante marocchino nell’ultimo film della trilogia, “Babel”. E’ Tokyo stavolta che rinnova l’archetipo biblico cui il titolo del film rimanda, futuribile e smagliante, ipertecnologica ed attrezzata ma altrettanto caotica, tentacolare, congestionata, altrettanto invivibile, indesiderabile. Un Iñárritu più global, dal documentarismo più leccato e patinato, scenografico, alla National Geographic, scavalca la frontiera e le frontiere e abbraccia il pianeta, interseca e frulla luoghi ai quattro capi del mondo. Ma il giro largo intorno al mondo di Babel è un giro tondo spezzato, che non gira come si vorrebbe… Li ricordiamo tutti i giro giro tondi della nostra infanzia – un amico me li ha recentemente rievocati, con toni ironici e sprezzanti – il cinesino, l’indianino, il giapponesino, il piccolo messicano, africano, marocchino… quel lezioso e fasullo abbraccio ecumenico che ci facevano disegnare, cantare e ballare le maestre all’asilo e alle elementari… Non a caso, credo, il film ha ispirato una graziosa pellicola epigona in chiave didascalica e didattica, “Vado a scuola”, che insegue con retorica ‘buona’ le condizioni di scolaretti ai quattro capi del mondo sottosviluppato tra svantaggio e desiderio di affrancamento dalle condizioni di isolamento e arretratezza. Stessi scenari grandiosi e desolati di natura selvaggia e matrigna, stessa copertina a strisce ritagliate dei mondi esplorati in parallelo… Ma i bambini, il futuro e speranza dell’umanità, nei film di di Iñárritu – e ce ne sono tanti, ripresi con grande attenzione, poesia e sensibilità – non si danno la mano, non girano in tondo felici e contenti. Penso allo ‘Spennacchiotto’ di “Amores perros”, il nipotino del proletario Octavio, goffo e scomodo infante febbricitante e moccoloso, tutto infagottato nei cuffiotti etnici di lana grossa … Oppure all’ineffabile figlioletto meticcio del disperato ex galeotto pentito di “21 grammi” dallo sguardo tenero e adulto, severo e rassegnato, così struggente, intenso, a confronto con quello un po’ vacuo e fatuo delle fanciulline leziose, dolci e petulanti che il suo sciagurato papà investirà insieme al loro papà e lascerà agonizzanti sull’asfalto… O ancora ai ragazzini marocchini, selvaggi, sgradevoli, sporchi e cattivi che innescheranno il drammatico gioco dei destini incrociati di “Babel”, così diversi, incompatibili, così ‘lontani’ dai diafani e adorabili angioletti della coppia statunitense wasp  che viaggia nel loro paese e drammaticamente intersecherà i loro sconsiderati tiri al bersaglio . E infine alla giapponesina dal glamour alieno, imbronciata e incapsulata nella sua triste, direi simbolica, condizione di sordomuta proprio nella città emblema della incomunicabilità e alienazione. I movimenti di camera di Iñárritu non descrivono cerchi, piuttosto linee rette per lo più parallele, attraverso carrellate laterali, a rendere gli slittamenti umani su binari paralleli che non si intersecano, non si incontrano . Se mai accade, nei disguidi del possibile, solo scontri e drammi e tragedie… altro che girotondi… Così le traiettorie delle pallottole dei fucili  incrociano il destino della giovane turista statunitense ferendola quasi a morte… Mentre, in “21 grammi”, il pick-up sgangherato dell’ispanico mal redento che sfreccia in corsa verso la sua baracca di emarginato, attraversando in scorrimento radente la schiera di villette leziose del quartierino upper class, intercetterà fatalmente, proprio a un incrocio, i destini delle bimbe che rientrano a casa, in una di quelle belle casette, con il loro papà… E ancora a un incrocio stradale si scontrano i destini dei personaggi in “Amores perros”, e il tragico caso infilza e unisce chi per classe e condizione non si sarebbe mai incontrato. La frontiera tra Ciudad Juarez ed El Paso che il cocciuto irriducibile Octavio non riuscirà a varcare, o quella stessa varcata con faciltà in andata, da San Diego, dai piccoli gringo di “Babel” al seguito della governante messicana (ma quanto periglioso e difficile il rientro…) non è la sola che il regista traccia nelle sue pellicole… Sono mille le frontiere tra gli umani, gli stati, i popoli, le terre, i quartieri, le classi, le culture… mille le pareti, le staccionate, i diaframmi… come i vetri dei finestrini del pullman che trasporta la comitiva di turisti americani attraverso il deserto del Maghreb, viaggiatori insensibili e distanti, incapaci di entrare davvero in quel mondo che percorrono come su binari e non sanno né possono penetrare… O le vetrate aeree dell’avveniristica torre residenziale di Tokyo da cui la giapponesina, pesciolino nella boccia, osserva una città pulsante ma estranea, separata. E il mondo percorso di strade e avviluppato nelle rotte dei cieli e dei mari tiene sempre meno i legami, perde sempre più colpi… e la vita è sempre meno vivibile e bella, tanto nelle aggregazioni metropolitane quanto negli spazi desolati e rarefatti dove si sente solo il rumore del vento… “Giro giro tondo casca il mondo… casca la terra?”

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7 commenti Add your own

  • 1. anna giulia bellandi  |  novembre 4, 2017 alle 3:59 pm

    Cara Annalisa,

    ti ringrazio per aver dato luce a questo cupo sabato di novembre con una delle tue straordinarie ri-visioni.
    Esco subito a cercare “amores perros” per rivederlo.
    Grazie davvero!

    Rispondi
    • 2. Annalisa  |  novembre 4, 2017 alle 8:10 pm

      Grazie… ti confesso che è stata dura stavolta affrontare, da (ri)visionaria dilettante quale io sono, quel grande e potente visionario che è Iñárritu…

      Rispondi
  • 3. Felice Vinci  |  novembre 4, 2017 alle 8:14 pm

    “Exsules filii Evae (…) gementes et flentes in hac lacrimarum valle”: ecco l’immagine che fin dall’inizio mi ha accompagnato nella lettura del drammatico, dolente, appassionato commento di Annalisa alla trilogia filmica che qui ci ha proposto e che appare intrisa di in un pessimismo quasi leopardiano, con il suo insopportabile carico di desolazione esistenziale, passando da Città del Messico a Tokio e al deserto del Maghreb: dovunque insomma l’idea politicamente corretta delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità nel migliore dei mondi possibili – in cui un giorno turbe di donne e di uomini biancovestiti andranno in giro suonando l’arpa e cantando inni alla pace e alla solidarietà sui ponti nel frattempo gettati fra i popoli e le nazioni – s’infrange miseramente al cospetto di una realtà tragicamente diversa, in cui il sonno non della ragione, ma di una qualsivoglia dimensione “spirituale” sta alla base degli incubi evocati da Iñárritu. Invero il mondo di Babel, quello in cui tutti noi viviamo realmente, è immensamente distante dalle idee di Bello, di Vero, di Bene che per Platone rappresentano i valori supremi dell’essere umano! È un mondo “a rovescio”, al punto che quella frase così opportunamente inserita da Annalisa, “Vado a scuola” – una lama di luce nelle tenebre, che evoca la bellezza, la verità e la bontà dell’innocenza infantile – sembra quasi affondare nel non senso delle esistenze senza valori, e senza valore, che miliardi di uomini faticosamente conducono “in hac lacrimarum valle”. D’altronde, un grande pensatore quasi contemporaneo, Mircea Eliade, ha acutamente osservato quanto l’uomo di oggi avverta, più che in ogni altra epoca della storia, “la coscienza tragica della vanità dell’esistenza”. Grazie Annalisa a te e alle tue “peregrinazioni estivanti” per averci fatto riflettere su questi temi!

    Rispondi
    • 4. Annalisa  |  novembre 4, 2017 alle 8:42 pm

      Grazie a te Felice che sai riflettere così bene e ben al di là delle mie rivisioni…cui regali sempre la profondità del tuo pensiero e della tua grande umanità…

      Rispondi
  • 5. anna giulia bellandi  |  novembre 4, 2017 alle 9:04 pm

    Sento anch’io di ringraziare Felice per il suo illuminante commento. E’ un messaggio di umana solidarietà che aiuta a lenire l’insopprimibile condivisa inquietudine che deriva “dalla coscienza tragica della vanità dell’esistenza”.

    Rispondi
  • 6. LAURA PALUMBO  |  novembre 6, 2017 alle 2:04 pm

    E’ sempre illuminante leggere le tue parole dopo le tue scorribande ri-visionarie, Annalisa, non hai mai paura di affrontare pellicole ostiche, dure, emotivamente devastanti, per poi riproporcele con la guida delle tue recensioni così lucide e brillanti. Con il tuo aiuto posso trovare il coraggio di affrontarle anch’io, grazie…laura

    Rispondi
  • 7. Annalisa  |  novembre 7, 2017 alle 1:30 am

    Grazie a te Laura, per aver sempre la disposizione a seguirmi nelle mie “scorribande rivisionarie” … mi fai sentire in compagnia… in ottima compagnia…

    Rispondi

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