BLADE RUNNER 2049 -De Zorzi vs Zanini- “boiata pazzesca o… capolavoro?”

ottobre 10, 2017 at 10:01 am Lascia un commento

blade runner 1

De Zorzi:

Un manipolo di eroi tenta l’impossibile: il talentuoso Denis Villeneuve alla regia, Ryan Gosling interprete dell’agente K, cacciatore di androidi, Ana de Armas nei panni dell’amata Joi, e Jared Leto in quelli del malvagio magnate Neander Wallace, si cimentano nell’audace impresa di portare sul grande schermo “Blade Runner 2049”. Trent’anni dopo le vicende narrate da Ridley Scott, K, androide di nuova generazione obbediente alle leggi del sistema, ha il compito di “ritirare” i vecchi replicanti Nexus, ribelli e rivoluzionari. Al termine di una missione scopre le tracce di un evento straordinario, che mette in crisi la sua identità e lo obbliga a cercare di ricostruire come in un puzzle le tessere di un passato sfuggente. Villeneuve comincia bene, riproponendo l’eco-sistema desolato del suo predecessore, fra piogge tempestose, cieli lividi, grandiosi scenari urbani su cui si affacciano ologrammi giganteschi e ammiccanti. Gosling, intabarrato in un elegante pastrano, è il successore ideale di Harrison Ford/Rick Deckard: sguardo eternamente malinconico messo in evidenza da primi piani intensi, si distacca dal passato in quanto creatura artificiale dotata di forza potenziata, tormentata dal dubbio sull’esistenza della propria anima. In questo il personaggio realizza un desiderio incompiuto di Scott, che a suo tempo avrebbe voluto Ford replicante; un’altra bella intuizione di Villeneuve è l’affascinante fidanzata Joi, virtuale ed auto-consapevole, che ambisce disperatamente ad incarnarsi. Le sue scene sono fra le migliori: il bacio appassionato congelato da un messaggio telefonico, l’amplesso in cui il volto e le mani si sovrappongono a quelli di una prostituta, de Armas/Joi è una presenza sorprendente, dotata di una forte carica sensuale e romantica. Il cavallino di legno che ossessiona il protagonista richiama vagamente lo slittino di “Quarto Potere”, con la potenza del ricordo di un’infanzia perduta, che è anche un residuo di umanità. Purtroppo dopo la prima ora il film precipita rovinosamente in un’esasperante tendenza all’ecolalìa sonora e visiva: l’incontro/scontro con Ford/Deckard, in teoria al clou della storia, è una delle tante sequenze inutili, che non aggiungono granché né alla narrazione, né alla psicologia dei personaggi. Jared Leto, finora interprete di eccellenza, è qui un cattivo piatto e senz’anima, così come la fida assistente Sylvia Hoeks/Luv manca completamente della tragica grandezza dei suoi feroci predecessori, Rutger Hauer e Daryl Hannah. Il film si dilata con indicibile lentezza, indugiando sui panorami cupi di Los Angeles e sul volto di Gosling con la stessa staticità di certi esperimenti cinematografici di Warhol, mentre i richiami al glorioso passato del primo “Blade Runner” non fanno che evidenziare la povertà narrativa del sequel. Le cose che voi umani non potete neanche immaginare rimangono tristemente schiacciate nell’ultima ora e mezza sotto il peso di una regia auto-compiaciuta e di dialoghi banali: il finale pone termine, oltre che alla storia, all’agonia dello spettatore.

BladeRunner 7

Zanini:

Nel 2020 l’industria Tyrell Corporation dovette cessare la produzione di replicanti a causa delle rivolte scoppiate tra questi e gli umani. A queste tensioni seguirono un blackout mondiale che cancellò la maggior parte degli archivi digitali e cambiamenti climatici che causarono un periodo di grande carestia. Solo le colture sintetiche create da Neander Wallace permisero all’umanità di sopravvivere. I profitti ottenuti diedero la possibilità a questo creatore di acquistare la Tyrell per progettare nuovi replicanti ubbidienti agli umani e dalla longevità indefinita. Nonostante i grandi cambiamenti, i vecchi modelli sintetici Nexus sono ancora in circolazione allo stato di clandestini, inseguiti dalla polizia. Nel 2049 l’agente K, replicante di nuova generazione, si sta mettendo sulle tracce di un vecchio modello, quando fa’ una scoperta che, se rivelata, potrebbe sconvolgere l’equilibrio che si è creato fra macchine e umani.

Di tutta la magnificenza visiva di Blade Runner 2049, che rimarrà a lungo nell’immaginario collettivo, di sicuro si identifica come costante l’inquadratura insistita e ripetuta del veicolo di K, che attraversa l’abisso di sofferenza di un cielo nerissimo. Angoscia, timore, impotenza. E’ questo che si prova di fronte alla monumentale fotografia di Roger Deakins. Così come terrificante e maestoso è l’accompagnamento sonoro e rumoroso di Hans Zimmer. Il film di Villeneuve è un’opera composita che riprende con profondo rispetto e passione l’estetica del primo film di Ridley Scott. Ne amplia l’universo, costituendone un naturale proseguimento, nonostante i tanti anni di distanza. La malinconia, la disperazione in cui riversa il genere umano e quello dei replicanti costretti a vivere sotto un cielo perennemente nero e piovoso, la distanza che intercorre tra loro, sono di nuovo al servizio di un futuro distopico che ha molti punti in comune con il nostro presente.

Per quanto l’originale potesse già sconvolgere, stavolta Blade Runner fa’ veramente sul serio, mettendo in mostra un dramma cupo ed opprimente, dove gli spiragli di luce faticano a farsi strada tra le tenebre e ogni momento viene scandito con indicibile potenza dagli sguardi e dalle lunghe sequenze. Da un punto di vista emotivo il risultato strugge e sconquassa più del previsto. Ma con Villeneuve ci siamo abituati. Il suo ultimo film infatti possiede più tratti in comune con Arrival di quanto si possa pensare. Nonostante storia e soggetti siano differenti il regista canadese si avvale ancora di una sceneggiatura capace di toccare numerose tematiche che portano lo spettatore a continue riflessioni. E’ cinema di fantascienza piuttosto cerebrale. E’ un blockbuster che pensa e anche tanto. E’ un’istantanea futura in cui si fatica a riconoscere un bene e un male. L’umanità si serve dei replicanti e li sfrutta convincendoli che la loro mancanza di anima sia un bene, mentre i replicanti stessi cercano di valicare quel muro per essere più umani. Gli orfanotrofi sorgono nelle discariche ed esistono per far lavorare illegalmente i bambini. I replicanti sono alla ricerca di un modo per procreare. Nel frattempo c’è chi per sentirsi umano deve accontentarsi dell’amore di una donna ologramma. In fondo a tutta questa disillusione sopravvive il tema che sembra più caro a Villeneuve, la procreazione. L’atto del dare alla vita un essere vivente è importantissimo, così come la presa di coscienza di essere stato messo al mondo e non creato. Tutto Blade Runner 2049 è un film catartico, dove le lungaggini nascono per sottolineare l’intensità delle sue fasi e giustificare la narrazione a tratti prevedibile. Ovviamente l’interesse e la potenza complessiva fanno in modo che non ci si annoi mai, nonostante le due ore e mezza di film (o forse sarebbe meglio dire di estasi visiva e concettuale). Unico neo la stesura del racconto che, se diverse volte è comprensibile in anticipo, in altre occasioni è ostico da seguire; salvo poi colpire nel profondo con un saggio uso del colpo di scena. Ma per il resto Blade Runner 2049 è un film importante per la fantascienza moderna, per la sua estetica, per la poliedricità stilistica e per la sua capacità di veicolare molteplici messaggi importanti. Villeneuve si conferma uno dei migliori registi del momento e il suo cinema è di rara intensità.

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Valerian e la città dei mille pianeti di Luc Besson – recensione di Stefania De Zorzi. IT di Andrès Muschietti recensione di Marco Zanini.

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