Feria d’agosto, anno secondo. Prima ri…visione: “Blade runner- The final cut” di Ridley Scott (1982-2007). Recensione di Annalisa Bendelli

agosto 23, 2017 at 9:36 am 8 commenti

 

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La pullulante, brulicante, fumigante, piovosa, babelica, capillarmente illuminata ma scura, cupa, Los Angeles del 2019 in “Blade runner” è una delle più affascinanti e inquietanti visioni distopiche di futuro (un futuro molto prossimo in verità) che il grande cinema ci abbia mai regalato.

Nelle immagini d’apertura ti viene incontro e sorprende come una sorta di eruzione magmatica in solidificazione, una concrezione ribollente.

Le luci al neon nella notte e i fumi delle ciminiere sono lapilli e vapori lavici, le costruzioni stalagmiti, sedimenti rocciosi più che prodotti della tecnologia umana.

Una sorta di resa al caos che è in gran parte, visivamente, ritorno all’informe e al buio dei primordi…

Torbido rimpasto di natura e cultura in un clima di decadenza, anarchia e fine di civiltà, del mondo.

Penetrando, sorvolando la città, magari a bordo degli “spinner”, le navicelle volanti del presidio e pattugliamento poliziesco, ci si imbatte in architetture che per eccesso di stratificazione (sedimentazione?), elaborazione e complicazione, direi superfetazione, tecnologica hanno stravolto in forme barocche i volumi e le geometrie lineari della ‘classica’ città del futuro.

Sotto traccia, la memoria di una langhiana “Metropolis”, levigata, abbacinante e chiara, geometrica, olimpica e monumentale, trasfigurata, quasi irriconoscibile, nella metamorfosi che la riconduce a qualità e natura contorte, caotiche, intricate, oscure.

Un approdo nel segno del disorientamento, in questo mio secondo vagabondare estivante nel cinema già visto.

Quell’estremo avamposto dell’occidente che è la californiana “città degli angeli” compenetrato e fuso con megalopoli asiatiche o extraeuropee – mettiamo Tokyo, Hong Kong, Calcutta e magari qualche scorcio e anfratto di Casablanca – coloniale e futurista, climatizzato e monsonico, presidiato, svettante, razionale e insieme tentacolare, caotico, cunicolare.

Paradossalmente ma non troppo, ritrovo l’est andando a ovest, insieme a quell’umanità multietnica in cui prevale il soma asiatico, fradicia, batterica e disastrata, per tabe o imperfezione incapace o impossibilitata a raggiungere le colonie dell’oltremondo reclamizzato dai battage mediatici, a imbarcarsi sulle tradotte interstellari riservate agli eletti, l’umanità forte e selezionata con il suo equipaggio di umanoidi, atletici, smaglianti, iperfunzionali nella loro intensa, bruciante esistenza a (breve) termine secondo progettazione.

Sulla terra, anzi ‘a terra’, a parte il ceto altolocato (letteralmente, sulle torri e luoghi elevati del potere) dei dirigenti e agenti del governo e della produzione, una subumanità, bizzarramente multiforme e deforme, orda, congerie barbarica urbanizzata, magma umano in un transito- andirivieni adirezionale, caotico, entropico (riemergono per confronto e contrasto le processioni meccanicamente orientate, alienanti e coatte, degli operai della città sotterranea, motore-congegno di “Metropolis”).

Il traffico metropolitano sotto la pioggia battente nella città-giungla in costante penombra è una sorta di terreno colturale, gli umani ridotti in condizione microbica, immersi in un elemento liquame primordiale dove possono magari scoccare scintille e bagliori, rilanciando la scommessa evolutiva, per lo più destinati a spegnersi e perdersi nell’indistinto, nel nulla…

Disorientamento non solo spaziale, ancor più temporale: il tempo è uno dei temi dominanti nella pellicola.

Tempo che scorre e avanza inesorabile scandito dalle pale e ventole sui tetti delle case, a rievocare gli ingranaggi degli orologi negli incubi di certa poesia barocca.

Tempo che gocciola e ringorga in quella terribile metafora visiva della pioggia insistente e pervasiva che, oltre a prefigurare con lungimiranza i funesti cambiamenti climatici incombenti  sull’oggi, rinnova in atmosfera  irredimibilmente plumbea il biblico diluvio.

Tempo che inverte il senso di marcia e ritorna: l’ambientazione retro-futurista privilegia, per arredi e abbigliamento, un sofisticato clima cinematografico anni Quaranta con stilizzazioni da coevo fumetto glam di fantascienza… (il Moebius di “Métal hurlant”)

E poi la compresenza di architetture e stili, la stratificazione, il precipitato, di ere e atmosfere, epoche e strutture sociali, barocco, gotico, arcaico, medievale, imperiale, europeo e coloniale.

Il palazzo piramide assiro-azteco (che assomiglia per geniale ibridazione figurativa a un macroscopico congegno elettronico), gli albergoni dal décor liberty, gli interni sofisticati, le vie come suq maghrebini, l’appartamento dello stralunato smagato bounty killer in missione, un po’ garçonnière, un po’ tana di lusso firmata dalla protoarchistar, un po’ ricettacolo, un po’ laboratorio-wunderkammer…  e ancora l’arredo sontuoso da tardo impero nella suite padronale del creatore-demiurgo Tyrell e l’oggettistica rétro o paleondustriale, i poligrafi e le lampade ministeriali, i fari e le pale dei ventilatori.

Diasincronia e sincretismo stilistico sembrano voler riprendere in mano il catalogo dell’umanità: recuperare, rimettere in gioco, rilanciare, opzioni, progettazioni, visioni e ri…visioni (eh eh) di abitabilità e civiltà…

Quante fotografie, quanti ricordi, sogni, innestati o meno nei cervelli, quanti occhi, umani, animali, sintetici, prima di tutto la cinepresa, l’occhio del regista, a percepire, registrare, selezionare, archiviare…

Ritornano prepotentemente alla mente le boiseries e i cristalli nell’arca spaziale di “Solaris” o la suite regency dell’approdo ultimo di “2001: Odissea nello spazio”.

A rappresentare un bisogno non necessariamente lineare e progressivo, piuttosto ondivago e meticciato, di scegliere, selezionare tra le attestazioni molteplici di civiltà le migliori espressioni o quelle più suggestive, care alla memoria, nostalgicamente, struggentemente, abbarbicate al nostro esistere e sentire e desiderare.

Con… fusione e disorientamento spazio-temporale cui corrisponde il disorientamento etico ed esistenziale… sempre più un chiedersi, con sempre meno risposte chiare e univoche, dove andare e stare… dove e come vivere… e in definitiva chi essere e voler o dover essere…al limite se continuare ad essere e vivere.

 

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8 commenti Add your own

  • 1. anna giulia bellandi  |  agosto 23, 2017 alle 10:37 pm

    Grazie ancora una volta Annalisa per essere riuscita a ri-svegliarmi dal torpore di un’estate, la mia, di disorientamento spazio-temporale.
    Rivedrò senz’altro Blade Runner e tornerò qui per riferiti le mie impressioni.
    A presto….

    Rispondi
    • 2. Annalisa  |  agosto 24, 2017 alle 5:29 pm

      Beh…che almeno i miei allucinati vagabondaggi servano a qualcosa…

      Rispondi
  • 3. LAURA PALUMBO  |  agosto 24, 2017 alle 3:34 pm

    bentornata Annalisa! Aspettavo di rileggerti, ora sono in ufficio ma provvederò al più presto molto volentieri…

    Rispondi
  • 4. Annalisa  |  agosto 24, 2017 alle 5:27 pm

    Ciao Laura! Fa proprio piacere ritrovare una lettrice amica e affezionata come te… soprattutto nella solitudine di queste mie peregrinazioni feriali…

    Rispondi
  • 5. LAURA PALUMBO  |  agosto 25, 2017 alle 6:07 pm

    Rieccomi qui Annalisa, come sempre molto colpita dalla tua recensione (questa volta hai scelto un film che ho già visto, evviva!), e in particolare dalle tue scelte lessicali che ogni volta mi fanno rischiare la sindrome di Stendhal… Noto con piacere che l’estate non ha tolto nulla al magico potere evocativo della tua scrittura, anzi… E’ sempre un gran piacere leggerti, e ancora una volta hai vinto, cara Annalisa: mi hai suscitato il desiderio di rivederlo, Blade Runner. Alla prossima recensione, allora, a presto! laura

    Rispondi
    • 6. Annalisa  |  agosto 25, 2017 alle 8:03 pm

      Grazie Laura! Sei sempre così gentile e attenta… mi lusinghi con le tue bellissime parole… mi conforti e mi invogli a proseguire i miei vagabondaggi nel cinema… mi auguro di trovarti d’accordo dopo la tua ri…visione! A presto!

      Rispondi
  • 7. Asper  |  agosto 28, 2017 alle 11:55 pm

    « Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire. »
    Queste le ultime parole di Roy a Deckard che rinuncia alla sua vendetta e salva la vita al suo persecutore.Tale breve ma intenso monologo se da solo non può fare di questo un film di culto certo ne costituisce l’imprimatur. Il film è ricco di tante cose,a cominciare dalla storia coinvolgente e dai personaggi che bucano lo schermo.Ma ricordo soprattutto la fantastica ambientazione, e qui la professoressa Bendelli coglie., ancora una volta, nel segno. Bellissima e intelligente la sua disanima sui luoghi del film:le strade, i palazzi, gli interni,la variopinta umanità e la pioggia continua, incessante,
    Ho apprezzato anche il riferimento a film come Metropolis e 2001 Odissea nello spazio, Complimenti ancora alla bella recensione.

    Rispondi
    • 8. Annalisa  |  agosto 29, 2017 alle 9:04 am

      Hai colto tu nel segno Asper richiamando le parole struggenti e terribilmente suggestive per noi umani e no del quasi/ più che umano Roy… perché dicono come meglio non si potrebbe quel che vorrei dire nel mio diario di bordo: ” Ho ri…visto cose che…”
      E grazie anche per aver rimarcato il taglio particolare, correlato alla mia foia ri…visionaria, che privilegia ambienti luoghi ‘cose’…

      Rispondi

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