Condi…visione di multi…ri…visione: “La pianista” (2001),“Niente da nascondere” (2005), “Il nastro bianco” (2009), “Amour” (2012) di Michael Haneke (recensione di Annalisa Bendelli).

aprile 26, 2017 at 1:20 pm 8 commenti

 

Almeno nel secolo appena scorso gli uomini se lo immaginavano ancora – utopico o distopico che fosse – il futuro, mi fa riflettere l’amico Paolo.

Perché, ha ragione, l’homo europaeus (nel senso più esteso, di portatore del modello, entro la dimensione ormai globalizzata), nel pensiero e nell’immaginario ha proprio cancellato il futuro, non si proietta più in avanti, si è come arenato, incagliato.

Non viaggia più, nel cosmo e nel futuro, non s’imbarca.

Piuttosto si rintana, rinchiude, chi può si arrocca, asserraglia, più o meno munito, equipaggiato, di salmerie e vettovagliamenti materiali e spirituali.

Non intravvedendo più approdi, mondi possibili, desiderabili, attuabili, sembra ripiegare in un atteggiamento di difesa, protezione, preservazione, conservazione strenua, talora rabbiosa e disperata, di sé, del proprio mondo, condizione, status, habitat, milieu, abitazione.

E’ tutto un serrare, sprangare, chiudere di porte e finestre e cancelli nei film dell’austro-francese Michael Haneke, per esempio, che di questo mondo arroccato della civiltà europea superstite, nella specificazione sociale della medioalta borghesia, è esponente di razza nonché sottile, finissimo, ossessivo, spietato, dipintore.

Un ‘vedutista’ d’ambienti, mi vien da dire, la dice lunga in proposito, documentata nei contenuti extra di “Amour”, la maniacale ricostruzione dell’appartamento dei due coniugi, uguale uguale a quello in cui il regista ha vissuto da ragazzo.

Tutti ‘sti giri di chiave, dicevo, scatti di chiavistelli, scorrere di catenacci, franare di serrande, tirare di tende, sbattere di imposte e vetrate per tener fuori l’intruso, l’estraneo, il nemico, lo straniero (già, l’algerino subalterno della banlieue in “Caché”, tremendamente, commoventemente, realistico e contemporaneo e insieme circonfuso di sentore letterario che rievoca Camus e il contorto rapporto della cultura francese con l’imperialismo e la guerra d’Algeria) .

Magari il ladro, lo scassinatore, paventato e mitizzato nel suggestionato e suscettibile immaginario metropolitano (nel prologo-antefatto di “Amour” i due coniugi anziani sono alle prese con la serratura della porta d’ingresso e, preoccupati, fin un po’ esaltati, si raccontano recenti episodi di effrazioni in abitazioni nella cerchia dei conoscenti).

O il ‘male’ tout court (sempre in “Amour”, incarnato e simboleggiato dallo sconosciuto che assale alle spalle il protagonista nell’incubo dell’androne allagato).

Al limite il (l’altro) sesso: sono macchine mobili di assedio e difesa, transenne, trincee, barricate, gli armadi e le poltrone rabbiosamente trascinati e accatastati contro gli usci dalla pianista e dalla madre per difendersi, proteggersi, l’una contro l’altra, le due insieme, microcosmo femminile, contro l”altro’ (il maschio, l’amante).

Non credo sia casuale l’insistenza pervasiva nella cinematografia contemporanea, in Haneke e altri, su ambientazioni, arredi e suppellettili.

Qualcosa di più di uno sfondo, assumono valenze tematiche, simboliche, una nuova pregnanza, gli oggetti e ambienti della tradizione e quelli che vi penetrano con la tecnologia e la modernità che avanza, prima allotri e stridenti, via via assorbiti, assimilati.

Finanche gli attrezzi protesici degli infermi sembrano prima violare l’ambiente, poi diventano essi stessi rocche e torri munite degli individui che se ne devon servire: quel letto reclinabile introdotto brutalmente dagli operatori sanitari, la carrozzina parcheggiata come un baluardo davanti alla finestra, in “Amour” …

En passant Stefania De Zorzi, recensendo il recente “Elle” di Verhoeven, nota con le consuete sensibiltà e acutezza “gli interni borghesi lussuosi e solitari fotografati in una luce calda ma tutt’altro che rassicurante”, dove la signora agée perfida seducente giustiziera (chi si ri…vede, la Huppert, così cara e congegnale al Nostro…) conduce il suo gioco di tremenda perversa vendetta e dove si riverbera “il lato oscuro che le convenzioni di civiltà di solito occultano”.

E poco prima, nella sua intelligente lettura di “Barriere” (appunto!) di Denzel Washington, Marco Zanini rilevava la pregnanza simbolica del cortile di casa, insieme alle mura domestiche, “spazio ritagliato” di appartenenza e separazione sociale nel contempo, dove il nucleo familiare si protegge, difende ma pure si autosegrega ( nel film, nota Zanini, “ si mette fuori il naso pochissime volte”), costruendo steccati, delimitazioni, chiusure.

La dicotomia esterno-interno è costitutiva dello sguardo registico di Haneke, ribaltando magari i tradizionali punti di vista: in “Caché”, per esempio, l’hitchcockiana finestra che guarda, spia, il cortile si rovescia in un cortile-slargo che guarda, spia, la finestra.

L’esterno è più spesso traguardato, spiato di straforo, con timore, inquietudine, trepidazione, contorcimenti di desiderio, da finestrini, spioncini, fenditure, oppure traspare velato dalle vetrate e tendine, come allontanato da sottili eleganti diaframmi.

Mussole e pizzi, vetri smerigliati… la struggente e meravigliosa vetrata liberty verdeacqua da cui il coniuge di “Amour”, autosegregatosi nella cocciuta missione di accudimento della consorte invalida, aspira di nascosto boccate di ossigeno o fa uscire le volute del fumo.

Quella medesima vetrata da cui entra ed esce il piccione, enigmatico angelico messaggero di aria e libertà e apertura, al mondo, alla vita, agli altri.

E quelle porte e portoni (gli usci intagliati e laccati nel décor di opulenza austera delle case borghesi, il grande portone scuro e blasonato della villa nobiliare in “Il nastro bianco”) che chiudono, celano, misteri e angosce, turpitudini, vizi più che virtù, sopraffazioni e violenze (interni come prigioni… eh, quelle gabbiette per gli uccellini nella dimora del pastore protestante sono abbastanza simboliche…).

Oppure aprono improvvisamente a scenari en plein air di bellezza abbacinante, colti con sensibilità di impressionista macchiaiolo nella raffinatissima fotografia: ancora nel “Nastro bianco” il viaggio in calesse attraverso il campo di grano maturo, i vialoni alberati, i campi innevati su cui si stagliano le elegantissime silhouettes nerovestite degli abitanti del villaggio, quel sinistro, inquietante, plotone dei bambini severi e accigliati.

Ma quanti recinti e recinzioni e cancelli, dai campi ai cortili, alle aie, ai sagrati, alle piazze, agli slarghi, alle stanze, spazi delimitati e perimetrati, diligentemente, accuratamente, ordinatamente, caparbiamente (ah, come ci ha compenetrati la cultura nordeuropea delle ‘enclosures’…).

E le case, da quelle più umili, delle classi subalterne, a quelle più ricche e lussuose, sono tane, fortini, castelli, rocche difese e munite.

Non se ne esce (solo dopo la morte i coniugi di “Amour” ne usciranno liberati, pacificati, prendendo il cappotto e rivarcando finalmente la porta d’ingresso).

E vi si entra solo assediandole, violandole, scassinando, sfondando (nella violenta prolessi narrativa di “Amour” – anticipazione della fine – sono le istituzioni, il presidio delle forze dell’ordine e sanità, a sfondare a colpi d’ariete la porta d’ingresso per trovare il cadavere composto sul letto dell’anziana signora).

Comunque una vera ossessione dell’oggi e del cinema d’oggi la casa, il bene immobile, presidiato, ricercato, con ansia, preoccupazione per l’oscillazione delle quotazioni (la figlia dei signori di “Amour” ne parla al capezzale della madre delirante, in una sorta di monologo ossessivo, non sa comunicarle altro…).

Anche gli arredi sono transenne e barriere, nella loro funzione di rappresentanza e rappresentazione di status, di ruolo, di affermazione, economica, sociale, intellettuale.

Quelle pareti-quinte (barricate?) di libri allineati, un’ossessione visiva in “Caché”, leitmotiv del décor. Come le boiserie, le sequenze di pannelli che rivestono e travestono di eleganza e rappresentanza le pareti negli studi e salotti e anticamere.

Dalla libreria del soggiorno – sala di pranzo della coppia di borghesi parigini inurbati arrivati e colti (per lo meno si fingono, si dichiarano tali, nel teatro sociale), a quella allusiva e simbolica (e pure ‘finta’, i volumi sono involucri, copertine di nulla… rappresentano la cultura ma non la contengono) che fa da sfondo al dibattito della trasmissione culturale televisiva di cui il protagonista è conduttore.

Libri e librerie come suppellettili, oggetti e mobilio di rappresentanza e decoro,  anche nella variante contemporanea, documentata soprattutto in “Caché”, easy, funzionale, sdrammatizzata, alleggerita, meticciata, magari seguendo la vulgata IKEA…

Il tavolo di cristallo, luogo del desco e dell’incontro con amici e colleghi, piuttosto algido stilema di essenzialità ed eleganza, capace solo di raccogliere assenze di dialogo familiare e cicalecci vacui e sciocchini nelle conversazioni con gli amici (miseranda deriva, proprio in terra francese, dello spirito del dialogo e dibattito utile e illuminato delle idee).

I frontalini dei caminetti, che dovrebbero simboleggiare il calore domestico, mai accesi, solo di figura, evocativi di un décor d’antan che funziona ancora come mero richiamo e blasone sociale.

E gli armadioni e i comò della nonna, mescolati agli scaffali e all’attrezzatura razionale e basica: quanti ne ha intorno, accumulati e accatastati la Girardot disfatta e istrionica nel ruolo di matriarca, in “Caché”, raggiunta nella grande cascina avita dal figlio ansimante nel suo congestionato e indotto “À rebours” e prima ancora ne “La  pianista” chiusa e arcigna vestale della memoria familiare nell’appartamento del quartiere altoborghese.

Già, il pianoforte, vuoi mettere, che campeggia nei saloni, monumento più ancora che strumento, totem, simbolo maestoso e baluardo di civiltà e livello culturale superiore.

Secondo un concetto di disinvoltura, nonchalance abitativa che mescola il confortevole e pratico all’evocazione della tradizione e dell’appartenenza.

Con derive di sciatteria significative, le buste di plastica del supermercato disseminate sui mobili, gli abiti un po’ stazzonati di lei, la ciabattina da casa essenziale e chic ma trasandata, gli impermeabili accumulati disordinatamente all’ingresso…

Quella certa negligenza diffusa nelle ambientazioni borghesi contemporanee, a fronte della quale appare tanto più decorosa, seria, la modestissima abitazione sottoproletaria del maghrebino nella banlieu, nel suo squallore dignitoso, il mobilio rigorosamente funzionale, utile e basico, religiosamente ordinato per far da sfondo alla sconvolgente ed altrettanto essenziale, icastica, mattanza di sé.

Estrema terribile provocazione del subalterno che urla silenzioso contro la società asserragliata che lo esclude e lo rimuove e lo emargina.

Dopo essersene servita, magari, come si è servita dei tanti gnomi operai e braccianti che le han coltivato i campi ben recintati, costruito le case, fabbricato i mobili, le suppellettili e per secoli gliele hanno aggiustate, rinforzate, riparate (disgustoso, si indigna la giovane, bellissima, raffinatissima baronessa de “Il nastro bianco” contemplando lo scempio dei cavoli recisi nel campo ben riquadrato dal contadino ribelle, ah quei fabbri che non arrivano mai, non aggiustano più come un tempo, si lamenta signorilmente il marito in “Amour”).

Da secoli a oliare un sistema- congegno-carillon cui forse stan per saltare le molle e gli ingranaggi (arancia meccanica/a orologeria suggerirebbe la perfida coppia Kubrick/Burgess).

Perché loro, i proprietari, i padroni, di prima e dopo il naufragio, che se le tengono così strette e care quelle arche-fortezze, non se le sanno più costruire né munire e nemmeno più abitare.

E vi si rinchiudono intristiti e inetti e vi soffocano tra cose che paion relitti più ancora che reliquie.

Altro che Robinson Crusoe…

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RECORD STORE DAY 2017 Guardiani Della Galassia Vol. 2 -Recensione di Marco Zanini-

8 commenti Add your own

  • 1. P  |  aprile 26, 2017 alle 3:30 pm

    per fortuna è possibile dentro queste arche-fortezze distrarsi guardando un bel film… possibilmente extra-europeo per evitare di specchiarsi troppo che è imbarazzante !

    Rispondi
  • 2. Annalisa  |  aprile 26, 2017 alle 3:50 pm

    eh, già… molto imbarazzante…

    Rispondi
  • 3. Felice Vinci  |  aprile 28, 2017 alle 4:13 pm

    Qui Annalisa attraverso il cinema “fotografa”, con la consueta intelligenza, profondità e lucidità, la situazione esistenziale più comune dell’uomo di oggi, sospeso tra la diffidenza per la situazione presente ed i timori per il domani… Ma a tutto ciò che ci rende tutti così “poco sereni” – diciamo così! – io aggiungerei la sensazione più o meno oscura di un supercontrollo, dovuto alle moderne tecnologie sempre più invasive, che scendendo dall’alto ci avviluppa tutti: dall’uso del telefono al computer, fino al conto in banca, sentiamo di essere seguiti, sentiti, verificati, per l’appunto controllati implacabilmente. Questo produce il bisogno di sentirci difesi, protetti, barricati contro l’invasività di un potere che si estende ad ogni nostro spazio, che diventa sempre più pervasivo e che sentiamo essenzialmente malevolo (e poi la chiamano democrazia… ma mi fàccino il piacere, per citare l’immenso Totò!).

    Rispondi
    • 4. Annalisa  |  aprile 28, 2017 alle 5:42 pm

      Verissimo,,, Vorrei poter rispondere con la dovuta competenza e consapevolezza… che purtroppo non posseggo… il sospetto che avanzo è che il potere, i poteri, lo stato, siano come la materializzazione e strutturazione dei nostri sentimenti individuali e sociali sempre più ripiegati, diffidenti, chiusi, reciprocamente ostili…
      meno male che c’è, (anzi c’era…) Totò!

      Rispondi
  • 5. LAURA PALUMBO  |  maggio 8, 2017 alle 3:16 pm

    Grazie Annalisa, sei sempre una guida preziosa nell’aiutarci ad attraversare la selva spesso oscura di immagini ed emozioni cinematografiche, che, devo ammettere, forse da sola sceglierei di non affrontare…

    Rispondi
    • 6. Annalisa  |  maggio 9, 2017 alle 6:08 am

      Grazie Laura, per l’interesse e l’attenzione che mi dedichi…

      Rispondi
  • 7. anna giulia bellandi  |  maggio 23, 2017 alle 2:00 pm

    Leggo su la Stampa di oggi il resoconto da Cannes dell’ultima fatica
    del regista che non conoscevo e penso che forse Annalisa ci può aver scritto qualcosa, lo sento. Visito alphavillepc dopo un po’ di assenza e scopro di aver rischiato di perdere una recensione imperdibile.
    “Haneke racconta una classe che non sa essere dirigente”… titola l’inviato al festival Alberto Mattioli…oltre a non saper più abitare il mondo e le ‘proprie’ case, come dice Annalisa a proposito delle lucide e spietate rappresentazioni hanekiane di un’ élite davvero agli sgoccioli nel’era globale… le cui armi di resistenza sembrano essere solo l’uso corretto dei congiuntivi e delle posate, osserva sempre Mattioli … oltre alle recinzioni più o meno metaforiche su cui insiste Annalisa… Interessante… forse cruciale tema di riflessione…
    Nell’attesa di vedermi “Happy End” proverò a ri-vedere insieme, e soprattutto grazie ad Annalisa, la produzione precedente di questo autore.”

    Rispondi
    • 8. Annalisa  |  maggio 26, 2017 alle 10:15 pm

      Eh ho un gran desiderio di vederlo anch’io, “Happy end”, per quanto alcuni critici abbian espresso riserve… perché, osserva giustamente Mattioli, non è poco davvero che Haneke, benché non strappi l’applauso, continui a farci pensare…

      Rispondi

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