Condi…visione di ri…visione: “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick, 1971 (recensione di Annalisa Bendelli)

aprile 5, 2017 at 12:54 pm 11 commenti

ara loc

Qualcuno ha osservato che “Arancia meccanica” è ciò che sta tra la scena delle scimmie che scoprono il monolite e la scoperta dello spazio in “2001 Odissea…”.

A (ri)pensarci…se “Odissea” ecc. è l’apologia smagliante e utopica della generazione e rigenerazione umana, “Arancia” ecc. è la spettacolarizzazione della sua degenerazione: l’utopia visionaria e didascalica lascia luogo alla distopia di un futuro a corto raggio quasi appiattito sulla contemporaneità degradata e arenata.

Così come il viaggio iperbolico, supersonico, intergalattico, tecnologico e teleologico si traduce e riduce a bighellonaggio terra terra senza meta né scopo.

Non sa né stare né andare l’Alex dell’apologo poetico e visionario di Kubrick tratto dal romanzo distopico di Burgess.

Piuttosto ama vagabondare, teppista perverso, attraverso una Londra prossima ventura al tempo della produzione del film, livida, sfregiata, sfigurata, stravolta, degradata.

L’ambiente in cui è collocato e in cui imperversa l’antisociale A-lex ha i chiari, spaventevoli tratti, insieme materiali e simbolici, dell’abbrutimento e del brutto, della perdita di senso e orientamento e di bellezza dell’umanità (nella specificazione che ha prodotto la civiltà occidentale allargata però a dimensione planetaria ).

E’ la rappresentazione visiva e visionaria, giusta la ribadita poetica del regista, di quell’approdo, anzi di quella deriva prefigurata dagli apocalittici della seconda metà del secolo scorso puntualmente verificatasi al suo scadere, sfondo e luogo di una società spietata, disperata, degenerata, violenta e incapace di regolarsi se non attraverso coercizioni e regimi dittatoriali.

Inquietante e psichedelica messa in scena della misera fine di tutte le utopie illuministiche e progressive, di civiltà e benessere, di confort abitativo, di funzionalità, affrancamento dai gravami materiali, di relazioni positive e urbane.

Quei marciapiedi e quelle aiuole ingombre di rifiuti, i viadotti grigi di squallore geometrico che non portano a nulla, le palazzate anonime e desolate, gli arredi dall’estetica improntata al confortevole e funzionale rotti, sventrati e accatastati in disordinati accumuli negli androni e negli atri…

E poi gli appartamentini popolari come l’abitazione del protagonista gremiti di oggetti-feticcio del design d’epoca (riferimento artistico imprescindibile la pop art nella sua infinita e seriale sottoproduzione) mescolati alla irredimibile, orrida e patetica chincaglieria kitsch, le oleografie, i velieri fatti con le conchiglie, i centrini sulle poltrone e i tavolini, i mobiletti-bar…

Dentro questo incubo perfetto, questa scenografia sinistra, però di iperrealistica verità, il perfido candido Alex si muove insieme ai suoi ‘drughi’ come un ballerino ambiguo e perversamente fascinoso compiendo gesta vandaliche e spietate di assoluta squisita gratuità.

Semicosciente provocatore guida la masnada dei suoi compagni di ventura in una scorribanda coreografata che sembra voler riscattare, trasfigurare, dunque trascendere, sublimare in senso est…etico il vuoto di senso e il brutto in cui è immerso.

A questa funzione demiurgica, in chiave parodistica e blasfema per il rimando all’iconografia vulgata dell’occhi divino, sembra ammiccare in copertina l’occhio irraggiato di ciglia finte inscritto nel triangolo della A.

Così i drughi, cavalieri-predoni erranti, chierici (stra)vaganti, delinquenti-giustizieri, angeli-demoni irrompono, devastano, seviziano, assaltano a passi di danza e al suono di musiche esaltanti e trascinanti in arrangiamenti psichedelici (la Nona di ‘Ludovico Van’, La “Gazza ladra” di Rossini, Singing in the rain… ).

E poi assediano e violano fortilizi e magioni arroccate ed esclusive, i luoghi degli odierni incastellamenti, la villa isolata dello scrittore di successo, progettata dall’architetto di grido, con tutti gli stilemi dell’abitabilità ottimizzata, moderna, smart, razionale e confortevole, equipaggiata ed ergonomica, soprattutto esclusiva (ma quanto è odiosa e ridicola la signora in calzamaglia rossa accovacciata a leggere dentro la seduta-guscio, e lui, alla scrivania, nell’autorappresentazione dello scrittore arrivato, con quelle quinte di librerie alle spalle, tronfio e pago di affermazione e benessere) e poi l’antica dimora old Britain di stucchi tappezzerie e moquette, trasformata in scuola di danza e abitata dalla megera e dai suoi innumeri gatti.

La violenza anarchica dei singoli si contrappone alla violenza strutturale e organica della società in un delirante e disturbante spettacolo in cui si mescolano genialmente tutti i generi e gli stili di rappresentazione visiva del secolo, grafico, fumettistico, pop art, musical e balletto.

E i disumani teppisti rischiano di conservare più di tutti gli altri l’ultimo residuo di umanità, non foss’altro che per la nostalgia di nobiltà cavalleresca che tradiscono nei loro paludamenti e armature, nella predilezione per i vertici della produzione artistica umana, nella struggente ricerca di una casa, covo (il Korova Milk Bar…) o nido… come suggerisce quella scritta HOME (non so quanto sweet) al neon, più volte inquadrata, davanti al vialetto che porta alla villa dello scrittore, prima assaltata invasa e profanata poi rimaterializzatasi come asilo e porto di salvezza – benché temporanei e illusori – per il protagonista rimasto senza famiglia e amici…

Già… il tema visivo e simbolico della casa percorre le immaginazioni e proiezioni avveniristiche di registi come Kubrick, rocca, fortino, tana, rifugio, arca, approdo (penso alla suite regency del finale di Odissea, e pure alla dacia ricreata su Solaris nel film di Tarkovskji…) o piuttosto luogo di un (im)possibile ritorno.

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11 commenti Add your own

  • 1. chiara  |  aprile 5, 2017 alle 6:27 pm

    Se non mi ricordassi esattamente l’orrore e la paura che ho provato vedendo questo film, dopo aver letto la tua recensione mi verrebbe quasi voglia di rivederlo. Ma no, alla fine non lo rivedrò. Perché farsi del male? E tu perché hai scelto proprio Arancia meccanica?

    Rispondi
    • 2. Annalisa  |  aprile 5, 2017 alle 7:28 pm

      Ti confesso… Per lo più la mie rivisioni sono prime visioni… All’ epoca dell’ uscita di Arancia meccanica ero una bimbetta senza soldi e senza il permesso do andare al cinema. Molto più tardi un amico sorpreso che non avessi mai visto film che hanno fatto epoca me li ha regalati in DVD… Anch’io ho provato angoscia e disagio alla prima visione di questo… Poi ho provato ad analizzarlo e l’ ho trovato meno fatuo e più interessante di quanto mi era sembrato d’acchito… Ma soprattutto c’è quel tema della casa dell’ uomo o dell’ arca… Una mia ossessione l’ avrai capito…

      Rispondi
  • 3. Annagiulia Bellandi  |  aprile 5, 2017 alle 6:28 pm

    Non immaginavo che sei mai riuscita a ripensare in termini inediti questo film che, benché straordinario, sembrava avesse fatto il suo tempo. E invece ha ancora tanto da dire e continua a farci riflettere.
    Forse, ancora una volta, è la capacita di re-visione di Annalisa.
    Davvero brava!

    Rispondi
    • 4. Annalisa  |  aprile 6, 2017 alle 8:28 pm

      credo che sia soprattutto la capacità di lettori pazienti e acuti come te di ri…vedere insieme e meglio di me questi film d’epoca epocali…

      Rispondi
  • 5. Felice Vinci  |  aprile 5, 2017 alle 8:01 pm

    Tra le principali caratteristiche delle recensioni di Annalisa vi sono la lucidità e la poesia: ragione e sentimento uniti insieme in un mix che sa parlare contemporaneamente al cervello e al cuore del lettore. Ma qui stavolta trovo un elemento che in altri casi era assente: l’indignazione – anzi direi una santa indignazione – peraltro scatenata in lei da quel genio che era Kubrick, il quale certamente intendeva creare proprio un tale stato d’animo negli spettatori del suo film. Indignazione e disgusto: ma invero non ci capita di provare spesso questi sentimenti di fronte alla ferocia ed alla depravazione di cui ahimé vediamo tanti esempi negli episodi della nostra vita quotidiana? Il regista ha voluto testimoniare a quali aberrazioni possa condurre il mondo di oggi, raccontando una “contemporaneità degradata e arenata… Inquietante e psichedelica messa in scena della misera fine di tutte le utopie illuministiche e progressive”. Brava Annalisa, come sempre hai colto nel segno!

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  • 6. Annalisa  |  aprile 5, 2017 alle 8:13 pm

    E come sempre Felice hai colto nel segno delle mie intenzioni, più lucidamente di quanto non abbia saputo fare io stessa… Grazie!

    Rispondi
  • 7. LAURA PALUMBO  |  aprile 6, 2017 alle 10:06 am

    Brava Annalisa, le tue recensioni sono sempre fonte di riflessione, riesci a farmi pensare o (in questo caso) ripensare a film che non ho mai visto oppure ho visto senza coglierne il valore.. Arancia Meccanica l’ho visto molti anni fa restandone solo profondamente turbata, e ho desiderato dimenticarmelo il più presto possibile. Ho sempre pensato che non avrei mai trovato il coraggio di rivederlo, in questo mi trovo d’accordo con Chiara, ma oggi forse potrei farlo, accompagnata dalla guida intelligente e sensibile delle tue parole… laura

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    • 8. Annalisa  |  aprile 6, 2017 alle 8:12 pm

      E’ bello ritrovare lettori attenti e affettuosi come te Laura, con cui dialogare e confrontarsi… ho già confessato a Chiara che le mie rivisioni sono spesso visioni tardive… mi sto prendendo una piccola rivincita su una giovinezza un po’ deprivata di esperienze e condivisioni… e ri…visioni va inteso in senso collettivo ed epocale più che individuale… mi tuffo in film del passato con angolatura ipofilmologica – come ha osservato un amico che di film se ne intende davvero – per ritrovare il passato e scandagliare aspetti dell’umanità che ritengo importanti e mi stanno a cuore… e ci sto prendendo gusto… fermatemi quando non ne potete più…

      Rispondi
  • 9. Isabella Canavero  |  aprile 8, 2017 alle 9:47 am

    Apprezzo questa prospettiva sul film, che personalmente ho amato proprio perché estremamente disturbante. E quell’ “A-lex” mi sa che… Non è un refuso… O sbaglio?
    Io ormai lo so che Annalisa ama scrivere “in musica”, frasi che potrebbero esser cantate o recitate… ma adora anche “giocare coi Lego”, rompere e riassemblare le parole in pezzetti riuscendo a trovare argutamente delle combinazioni che talvolta ne svelano, talaltra ne migliorano il significato.

    Rispondi
    • 10. Annalisa  |  aprile 8, 2017 alle 11:39 am

      Grazie Isa… Purtroppo il geniale A-l’ex non è mio… Me ne sono impossessata perché mi è piaciuto … Mi fa piacere comunque che ti abbia colto così bene l’ intento e il movente del mio ludolinguismo che qualcuno trova, forse a ragione, talvolta eccessivo e stucchevole… La mia volontà insomma di risuscitazione semantica delle parole… Aldilà dei risultati forse non sempre convincenti o effocaci…

      Rispondi
      • 11. Annalisa  |  aprile 8, 2017 alle 11:41 am

        A-lex non A-l’ ex… Il correttore automatico è perfido

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