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Condi…visione di ri…visione: “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick, 1971 (recensione di Annalisa Bendelli)

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Qualcuno ha osservato che “Arancia meccanica” è ciò che sta tra la scena delle scimmie che scoprono il monolite e la scoperta dello spazio in “2001 Odissea…”.

A (ri)pensarci…se “Odissea” ecc. è l’apologia smagliante e utopica della generazione e rigenerazione umana, “Arancia” ecc. è la spettacolarizzazione della sua degenerazione: l’utopia visionaria e didascalica lascia luogo alla distopia di un futuro a corto raggio quasi appiattito sulla contemporaneità degradata e arenata.

Così come il viaggio iperbolico, supersonico, intergalattico, tecnologico e teleologico si traduce e riduce a bighellonaggio terra terra senza meta né scopo.

Non sa né stare né andare l’Alex dell’apologo poetico e visionario di Kubrick tratto dal romanzo distopico di Burgess.

Piuttosto ama vagabondare, teppista perverso, attraverso una Londra prossima ventura al tempo della produzione del film, livida, sfregiata, sfigurata, stravolta, degradata.

L’ambiente in cui è collocato e in cui imperversa l’antisociale A-lex ha i chiari, spaventevoli tratti, insieme materiali e simbolici, dell’abbrutimento e del brutto, della perdita di senso e orientamento e di bellezza dell’umanità (nella specificazione che ha prodotto la civiltà occidentale allargata però a dimensione planetaria ).

E’ la rappresentazione visiva e visionaria, giusta la ribadita poetica del regista, di quell’approdo, anzi di quella deriva prefigurata dagli apocalittici della seconda metà del secolo scorso puntualmente verificatasi al suo scadere, sfondo e luogo di una società spietata, disperata, degenerata, violenta e incapace di regolarsi se non attraverso coercizioni e regimi dittatoriali.

Inquietante e psichedelica messa in scena della misera fine di tutte le utopie illuministiche e progressive, di civiltà e benessere, di confort abitativo, di funzionalità, affrancamento dai gravami materiali, di relazioni positive e urbane.

Quei marciapiedi e quelle aiuole ingombre di rifiuti, i viadotti grigi di squallore geometrico che non portano a nulla, le palazzate anonime e desolate, gli arredi dall’estetica improntata al confortevole e funzionale rotti, sventrati e accatastati in disordinati accumuli negli androni e negli atri…

E poi gli appartamentini popolari come l’abitazione del protagonista gremiti di oggetti-feticcio del design d’epoca (riferimento artistico imprescindibile la pop art nella sua infinita e seriale sottoproduzione) mescolati alla irredimibile, orrida e patetica chincaglieria kitsch, le oleografie, i velieri fatti con le conchiglie, i centrini sulle poltrone e i tavolini, i mobiletti-bar…

Dentro questo incubo perfetto, questa scenografia sinistra, però di iperrealistica verità, il perfido candido Alex si muove insieme ai suoi ‘drughi’ come un ballerino ambiguo e perversamente fascinoso compiendo gesta vandaliche e spietate di assoluta squisita gratuità.

Semicosciente provocatore guida la masnada dei suoi compagni di ventura in una scorribanda coreografata che sembra voler riscattare, trasfigurare, dunque trascendere, sublimare in senso est…etico il vuoto di senso e il brutto in cui è immerso.

A questa funzione demiurgica, in chiave parodistica e blasfema per il rimando all’iconografia vulgata dell’occhi divino, sembra ammiccare in copertina l’occhio irraggiato di ciglia finte inscritto nel triangolo della A.

Così i drughi, cavalieri-predoni erranti, chierici (stra)vaganti, delinquenti-giustizieri, angeli-demoni irrompono, devastano, seviziano, assaltano a passi di danza e al suono di musiche esaltanti e trascinanti in arrangiamenti psichedelici (la Nona di ‘Ludovico Van’, La “Gazza ladra” di Rossini, Singing in the rain… ).

E poi assediano e violano fortilizi e magioni arroccate ed esclusive, i luoghi degli odierni incastellamenti, la villa isolata dello scrittore di successo, progettata dall’architetto di grido, con tutti gli stilemi dell’abitabilità ottimizzata, moderna, smart, razionale e confortevole, equipaggiata ed ergonomica, soprattutto esclusiva (ma quanto è odiosa e ridicola la signora in calzamaglia rossa accovacciata a leggere dentro la seduta-guscio, e lui, alla scrivania, nell’autorappresentazione dello scrittore arrivato, con quelle quinte di librerie alle spalle, tronfio e pago di affermazione e benessere) e poi l’antica dimora old Britain di stucchi tappezzerie e moquette, trasformata in scuola di danza e abitata dalla megera e dai suoi innumeri gatti.

La violenza anarchica dei singoli si contrappone alla violenza strutturale e organica della società in un delirante e disturbante spettacolo in cui si mescolano genialmente tutti i generi e gli stili di rappresentazione visiva del secolo, grafico, fumettistico, pop art, musical e balletto.

E i disumani teppisti rischiano di conservare più di tutti gli altri l’ultimo residuo di umanità, non foss’altro che per la nostalgia di nobiltà cavalleresca che tradiscono nei loro paludamenti e armature, nella predilezione per i vertici della produzione artistica umana, nella struggente ricerca di una casa, covo (il Korova Milk Bar…) o nido… come suggerisce quella scritta HOME (non so quanto sweet) al neon, più volte inquadrata, davanti al vialetto che porta alla villa dello scrittore, prima assaltata invasa e profanata poi rimaterializzatasi come asilo e porto di salvezza – benché temporanei e illusori – per il protagonista rimasto senza famiglia e amici…

Già… il tema visivo e simbolico della casa percorre le immaginazioni e proiezioni avveniristiche di registi come Kubrick, rocca, fortino, tana, rifugio, arca, approdo (penso alla suite regency del finale di Odissea, e pure alla dacia ricreata su Solaris nel film di Tarkovskji…) o piuttosto luogo di un (im)possibile ritorno.

aprile 5, 2017 at 12:54 PM 11 commenti


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