BARRIERE di Denzel Washington recensione di Marco Zanini

marzo 21, 2017 at 5:33 pm Lascia un commento

 

barri

Troy Maxson fa’ il netturbino nella Pittsburgh degli anni ’50. Sta discutendo con il collega ed amico Jim Bono sul fatto che, in quanto afroamericani, vengono impiegati solo per svuotare il camion anziché guidarlo. E’ solo l’inizio della prima notevole fase di Barriere, dove Troy, la sua famiglia e Jim sciorinano dialoghi fluviali parlando del più e del meno. Come prevedibile si parte dalla discriminazione razziale, passando per la morte, lo sport e argomenti di pura natura sociale e riflessiva. I personaggi si radunano nel cortile di casa e trovano il loro ambiente comune dove allontanarsi dalla società che non li considera. Il sogno di Troy però è quello di ritagliarsi uno spazio per appartenervi. Progressivamente compaiono la moglie Rose, i due figli Lyons e Cory e il fratello di Troy, Gabe, rimasto danneggiato al cervello dopo la guerra.

Barriere, adattamento dell’opera teatrale Fences, diretto ed interpretato da Denzel Washington è da un punto di vista registico limitato ed essenziale e si accontenta di ambientare la maggior parte della storia tra le mura domestiche o nel giardino, mettendo fuori il naso pochissime volte. E’ tutto al servizio delle interpretazioni, che tra Denzel Washington (Troy), Viola Davis (Rose) e Mykelti Williamson (Gabe), si superano in prove di grande spontaneità e naturalezza; infatti Viola Davis ha meritato l’Oscar come miglior attrice non protagonista. La vicenda della famiglia Maxson è prettamente allegorica: Rose vuole che Troy costruisca uno steccato intorno al giardino per tenere la famiglia unita e protetta, mentre il marito vorrebbe costruirsi una vita più integrata all’interno della società. Se all’inizio il cortile di casa, non delimitato rappresentava un punto di aggregazione per amici e familiari, con la costruzione della barriera arriva ad accentuare le tensioni interne soffocandole. I figli, Lyons e Cory, entrambi sognatori con la passione della musica e dello sport, devono fare i conti con il padre autoritario che li vorrebbe solo sistemati in un lavoro sicuro. L’adolescenza di Troy, problematica, va così a ripercuotersi su di loro riproponendosi. La situazione peggiorerà continuamente fino a collassare su se stessa facendo emergere tutti i problemi strutturali della famiglia eretta da troy Maxson, egoista e prepotente. Sullo sfondo il simbolismo del baseball, con i suoi strike decisivi come la vita.

Se la prima parte di Barriere impressiona per la sua ricchezza di spunti di riflessione, tramite i suoi discorsi logorroici e superbamente recitati, la seconda scade un po’ nel melodrammatico, offrendo solo una magnifica Viola Davis. Eterna frustrazione di un uomo segregato, desideroso di appartenere con i suoi mezzi al sogno americano, ci ricorda l’autorevolezza delle figure paterne di un tempo, a cui tutto era dovuto. Un ubriacone estraneo al buon senso e desideroso solo di cambiare la propria situazione sociale. Peccato poi si debba anche assistere alla sua mistica glorificazione. Si faranno ricordare indubbiamente le interpretazioni di Washington, Davis e Williamson.

http://igufinarranti.altervista.org/barriere-recensione-film/

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