Logan – The Wolverine di James Mangold recensione di Stefania De Zorzi.

marzo 10, 2017 at 1:00 pm Lascia un commento

logan

L’universo cinematografico Marvel è stato retto finora da divinità rassicuranti: i supereroi non invecchiano, possono essere vulnerabili, ma solo per brevi periodi di tempo, e naturalmente non muoiono mai (se succede, come nel caso di Superman, la resurrezione è dietro l’angolo). “Logan”, diretto e co-sceneggiato da James Mangold, apre a una dimensione differente, dove il tempo e la malattia incancreniscono e rischiano di uccidere anche i mutanti più amati. In un prossimo futuro Logan/Hugh Jackman, visibilmente invecchiato, si prende cura del Professor Charles Xavier/Patrick Stewart, afflitto da una grave degenerazione a livello cerebrale, che gli provoca attacchi potenzialmente letali per chi lo circonda. L’equilibrio precario delle loro esistenze nel cuore del deserto messicano, viene sconvolto dall’arrivo di Laura/Dafne Keen, undicenne misteriosamente dotata degli stessi artigli di adamantio di Wolverine e del suo fattore rigenerante. “Logan” segna uno stacco sia nei contenuti che nelle forme dai film precedenti del filone: mancano le tutine sgargianti, il latex nero, le astronavi e le armi tecnologiche. Allo stesso modo il brillante cervello del Professor X è paurosamente in disgregazione, mentre il protagonista tossisce sangue e fatica a stare in piedi, e i suoi artigli sono molto meno letali di quanto ci aspetteremmo. Spetta alle nuove generazioni, a Laura e ai suoi coetanei creati in laboratorio, imparare a essere forti, e salvare se stessi prima ancora che il mondo. Mangold eccelle nel distruggere icone per poi ricomporle: l’uomo Logan ironizza sulla rappresentazione esagerata e fantasiosa del personaggio Wolverine e degli altri X-Men (assenti, in quanto involontariamente decimati da Xavier in una delle sue crisi) nei fumetti; eppure l’Eden, il luogo della salvezza verso cui tende spasmodicamente Laura, viene proprio da un albo gelosamente custodito. Realtà o fantasia? L’una non esclude l’altra, e gli eroi sono tali ancora di più, una volta perso il lato super. Il finale è coraggioso e molto bello, e non lascia spazio alla breve sequenza dopo i titoli di coda, marchio di fabbrica Marvel. Uno “Snikt!” on-the-road, crepuscolare, struggente, forse il migliore fra quelli dedicati in esclusiva al personaggio: da vedere, tenendo a portata di mano il primo X-Men, dove in altri tempi un Wolvie giovane e invincibile faceva strage di malvagi e di cuori.

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Manchester by the Sea diretto da Kenneth Lonergan recensito per noi da Stefania de Zorzi Ciao Paolo

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