Rogue One: A Star Wars Story di Gareth Edward -recensione di Stefania De Zorzi-

gennaio 13, 2017 at 2:07 pm Lascia un commento

rogue

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…dopo che Anakin
Skywalker si è trasformato in Darth Vader, e appena prima che la
(compianta) principessa Leila, Luke Skywalker e Ian Solo intraprendano
la loro battaglia contro l’Impero in Episodio IV, si incastra lo
spin-off “Rogue One”, diretto da Gareth Edwards. Jyn Erso/Felicity
Jones, figlia di Galen/Mads Mikkelsen, scienziato al servizio
dell’Impero suo malgrado, partecipa a una missione con Cassian
Andor/Diego Luna, ed altri membri della Resistenza, per poter
ritrovare il padre, e al tempo stesso recuperare i piani della Morte
Nera. Dopo il giocattolo in formato lusso, divertente ma non del tutto
riuscito di “Star Wars: il risveglio della forza”, i fan della saga
possono respirare aria di casa. Per le ambientazioni, fra suq
tecnologici, pianeti desertificati e mondi acquatici, e i variopinti
alieni che li popolano; per una bella figura di Jedi cieco e abile
combattente, Chirrut Imwe/Donnie Yen; e naturalmente per la presenza
breve ma significativa di Darth Vader e della principessa Leila,
nonché per i viaggi interstellari fra un pianeta e l’altro alla
ricerca di un padre e della propria identità. L’eredità fiabesca del
passato si rivitalizza con ottimi nuovi protagonisti: Cassian è un
combattente dell’Alleanza Ribelle, ma è anche un killer senza troppi
scrupoli, mentre il droide K2-SO, finalmente lontano da dolcezze
disneyane, sforna battutine acide e commenti sarcastici. E poi c’è
lei, Jyn, con le labbra imbronciate e grandi occhi verdi, determinata
e di poche parole, eroina rocciosa e seducente, la discendente della
Ripley di Alien nel ventunesimo secolo. Edwards mostra luci e ombre
dei suoi personaggi, orchestrando al tempo stesso una trama
interessante e ricca di pathos per l’evoluzione della storia e delle
psicologie, che avanzano di pari passo. Rogue One non ha un seguito (o
meglio l’ha già avuto, in Episodio IV, quasi un paradosso temporale
per lo spettatore), ed è un bene, perché i tempi non si dilatano
inutilmente, e non rimane nulla di superfluo nella sceneggiatura, in
una storia incastonata come un gioiellino nella saga: ed è anche un
male, perché come tutte le belle storie, vorremmo farcele raccontare
più e più volte, e lasciarci accompagnare dai personaggi amati ancora
per lungo tempo.

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