Passengers di Morten Tyldum recensione di Stefania De Zorzi

gennaio 10, 2017 at 10:53 am Lascia un commento

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In un immenso spazio avvolto dalla semi-oscurità, e immerso nel
silenzio, una capsula di ibernazione, fra migliaia di altre, si
disattiva per ragioni ignote, provocando il risveglio anticipato di un
unico passeggero a bordo dell’astronave Avalon: è l’incipit,
affascinante per immagini e per spunto narrativo, di “Passengers”,
diretto da Morten Tyldum. Jim Preston/Chris Pratt è lo sfortunato
tecnico che rimane in solitudine pressoché assoluta, con l’eccezione
del barista androide Arthur/Michael Sheen, fino al risveglio della
bella Aurora Lane/Jennifer Lawrence. La coppia deve affrontare una
serie di drammatiche scoperte ed imprevisti, con la prospettiva di un
viaggio solitario di quasi novant’anni nello spazio. A differenza dei
robot a cui ci hanno abituato i film di fantascienza del recente
passato, le macchine di “Passengers” non sono intelligentemente
consapevoli, e la frustrazione del protagonista, soprattutto nei
dialoghi intessuti di frasi fatte di generico conforto e saggezza
spicciola con il barista androide, è la stessa nostra quando ci
confrontiamo con Siri o con gli aforismi dei social network. La
sceneggiatura di Jon Spaihts mescola riferimenti a Robinson Crusoe
(Jim è naufrago, seppur di lusso, nello spazio, condannato ad un
avvilente isolamento) e alla Bella Addormentata nel Bosco (guarda caso
la protagonista femminile è sua omonima), il cui risveglio è
ironicamente paragonabile a quello del bacio d’amore. Tyldum dà il
meglio di sé soprattutto nella prima parte del film, con il
protagonista che attraversa i lunghi corridoi di metallo lucido, cerca
inutilmente tanto di farsi erogare un cappuccino quanto di accedere al
ponte di comando, e si innamora di Aurora guardandone i video per ore;
e anche nei primi incontri con la compagna di viaggio. E’ bello il
contrasto fra i colori freddi e le forme lisce e spartane degli
ambienti tecnologici, e le tinte calde e i richiami vagamente Art
Nouveau di bar e ristoranti. Nella seconda parte il film diventa più
convenzionale, con tributi fin troppo espliciti a “Gravity”, e la
relazione fra i due protagonisti che scivola a tratti nel melenso. Nel
suo complesso però la fantascienza ad alto tasso di romanticismo di
Tyldum & Spaihts funziona, anche per merito della simpatia e del
fascino dei suoi protagonisti (davvero pochi ma buoni); ritmo, pathos
ed empatia non mancano, nella rappresentazione di un mondo
futuristico, divertente, vacuo ed alienante se fine a se stesso, non
lontano dal nostro.

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