Condi…VISIONE di ri…VISIONI: “SOLARIS” di Andreji Tarkosvkji, 1972 (recensione di Annalisa Bendelli)

ottobre 19, 2016 at 11:01 am 2 commenti

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Quest’anno cade il trentennale della morte di Tarkosvkji e anche in omaggio al grande regista, cui peraltro ho recentemente dedicato due recensioni, vorrei inaugurare un nuovo corso, superare la dimensione solitaria delle peregrinazioni estive, provare a render le ri…visioni in qualche modo dialogiche, interattive…

Raccolgo per primo il suggerimento di un lettore del blog, CP, che, dopo Andrej Rubliov, attendeva di ri…vedere il successivo lungometraggio del cineasta russo, “Solaris”, che considera “uno dei migliori film di Tarkosvkji” (e intanto ci invita a rileggere il romanzo di Stanislav Lem da cui è tratto, “non ancora pienamente riconosciuto nel suo valore”) .

Con tanto maggior piacere ho raccolto lo stimolo, in quanto, terminata la feria agostana, mi pesava rientrare immediatamente nell’Occidente da cui ero fuggita, sempre più rumoroso, vacuo, superficiale, smarrito…

Così ho provato a compiere il salto, lo scarto, mi sono diretta nel cosmo dove l’est e l’ovest, tutti i punti cardinali, storici, culturali, politici o geografici che siano, si fondono e confondono, perdono di significato, trascesi…

Sempre sulla scorta del grande regista russo, che il salto l’ha tentato proprio nel tempo in cui la cortina di ferro – a separare l’Est sovietico presidiato, rigido e austero, dall’Ovest liberale, mercantile, sbrigliato e godereccio – era ancora ben salda.

Salto, trascendimento… non tanto volo, se pur, anzi, forse proprio per questo, nel momento del grande entusiasmo per il volo spaziale, dell’immaginazione e del progetto di esplorazione e conquista del cosmo.

Perché il volo, tentato, alluso, aspirazione e simbolo di elevazione, movimento verso l’alto, il leggero, quello che attraversava con i suoi emblemi la storia di Rubliov – la pesante, materica, mongolfiera, le ali di uccelli, le cupole, le immagini angeliche delle icone – è come superato in Solaris, archiviato, catalogato, cristallizzato.

Incorniciato nelle stampe delle mongolfiere appese alle pareti della casa del padre, ipostatizzato nelle ali d’angelo dell’icona di Rubliov trasferita sull’astronave, come i quadri di Bruegel appesi nella galleria del salone di ricevimento con le raffigurazioni di uccelli in volo, del volo precipite di Icaro, delle guglie dei campanili… Reperti, reliquie, memorie museali.

Allo stesso modo manca il cielo, se non riflesso obliquamente nelle acque stagnanti, manca la volta celeste che sta sopra: l’uomo lanciato alla conquista del cosmo l’ha ormai penetrata, attraversata…

E quel nero stellato in cui galleggia la testa incapsulata nel casco del cosmonauta nel trasferimento interstellare è piuttosto proiezione della mente, rappresentazione di sogno…

Ri…vedere “Solaris” è davvero esperienza visionaria al quadrato, visione di visioni.

Soprattutto di elementi e di stati della materia, dal liquido al solido al gassoso, pioggia, neve, ghiaccio, vapori e nebbia, acque correnti e stagnanti, terra e fango…

A partire dalla visione della natura selvaggia e lussureggiante, quieta ed inquietante, enigmatica e sinistra in cui è immerso il protagonista, lo psicologo Kris Kelvin, all’inizio del film, vero prologo visivo e sonoro, di fronde, arbusti, sterpaglia, versi di uccelli, frinire d’insetti, frusciare di foglie… specchi d’acqua, sgocciolii e vapori…

Quegli stessi elementi che circondavano e venivano attraversati con fatica ma anche, amore, voluttà, da Rubliov e Ivan nei precedenti lungometraggi.

Lo sguardo di Kris, tra attonito e perplesso, sofferente e indeciso, rende lo stato d’animo dell’uomo, inquieto e incerto tra richiamo ineludibile della natura, desiderio di immersione, reimmersione, in essa, nell’erba, terra, acqua, alberi, fango e insieme aspirazione al distacco, affrancamento, liberazione, elevazione, dagli elementi pesanti, faticosi, condizionanti, della materia terrestre.

Le felci fluttuanti nell’acqua nelle immagini iniziali evocano struggenti un amnios primordiale, elemento originario cui l’uomo tende con una sorta di disperata, sofferta, conflittuale e attorcigliata nostalgia…

Anche l’atmosfera è indecisa tra condizione edenica e postedenica, di caduta, perdita dell’armonia… allontanamento dall’elemento originario…

Kris sta attraversando la boscaglia intorno alla dacia del padre per un ultimo saluto, prima di partire in missione di ricognizione sulla base spaziale rotante intorno a Solaris, enigmatico pianeta circondato da un oceano schiumeggiante e gelatinoso sulla cui superficie avvengono strani e inquietanti fenomeni.

La casa del padre, luogo della tradizione, della memoria familiare, ha da subito i tratti di luogo della memoria umana, universale… come un reliquiario e insieme un archivio: le piantine nelle serre, i volumi e le stampe alle pareti, il busto in gesso, l’uccello in gabbia…

Una natura in vitro, ingabbiata, incorniciata, imbalsamata, catalogata, nel fragile museo, piccola arca, che frappone un sottile diaframma alla natura esterna, invadente e invasiva.

Inquietano quelle fronde che penetrano all’interno, quella pioggia che bagna le cose, gli arredi dell’uomo, trabocca dalle tazzine decorate, gocciola dai vimini nella veranda dove un Kris assorto e stranito si lascia inzuppare, sospeso tra voluttà e disagio.

Solo dopo la visione della dimensione terrena totalmente artificiale, disumanizzante, quella dell’estenuante e raggelante sequenza metropolitana (reintegrata nella riedizione filologica in DVD del 2002) del viaggio in auto dell’amico di famiglia attraverso i viadotti futuribili di un’Osaka avveniristica per i tempi ( l’uomo aveva provato a convincere Kris dell’importanza di continuare l’osservazione di Solaris dalla base galleggiante, mentre se ne voleva lo smantellamento), Tarkosvkji ci fa ritrovare la temperatura umana, paradossalmente, proprio ad anni luce di distanza, dopo il viaggio interstellare che porta Kris sul misterioso pianeta.

La base spaziale, entro la cornice tecnologica, il tipico décor delle astronavi dei racconti di fantascienza, accoglie ambienti terrestri dallo stile anacronistico e vetusto, classicheggiante, boiserie, lampadari di cristallo, candelabri, quadri e maioliche… davvero un’arca di memoria, cultura, storia umana sospesa sul gorgo-oceano.

Ovunque la pellicola sottile e trasparente del cellophane, funzionale all’ambientazione futuribile, ricopre oggetti come fossero reperti, da proteggere, preservare, conservare… ma è un archivio caotico, disordinato, una wunderkammer medievale in cui l’accumulo e l’accatastamento sostituiscono la catalogazione, l’ordinamento… perché si è perso o sfugge il principio ordinatore, la scala dei valori… se non forse quello del legame affettivo… come sembra sapere e sfruttare ai suoi impersrutabili fini l’entità senziente dell’oceano di Solaris.

La sarabanda rallentata creata dalla levitazione dei corpi nella fase di manovra della nave diventa allora una sublime e commovente rappresentazione dell’ambivalente aspirazione dell’uomo a star tra le sue cose, i suoi affetti, senza avvertirne gravami, condizionamenti…

… miracolo temporaneo dell’assenza di gravità che solleva, letteralmente, umani (Kris e il doppio ritornante della moglie morta) e loro cose in una danza, questa sì, simile al volo … quale migliore immagine, tra l’altro, del sogno d’amore tra uomo e donna, in quel volteggiare orbitanti l’uno intorno all’altra, senza pesarsi addosso.

Il gorgo vomita e invade di simulacri memoriali, revenant, la base degli umani, destabilizzando questi ultimi in una condizione in cui si mescolano delirio, struggimento nostalgico, rifiuto.

Terribilmente inquietante l’epilogo dello pseudo ritorno di Kris al luogo d’origine di cui si scopre progressivamente la natura fittizia, tutta mentale, di isola della memoria che si materializza sulla superficie dell’oceano…

E ancor più sinistra quella casa – arca che frappone un sempre più debole diaframma tra la natura esterna e la protezione interna: piove sui libri, i mobili, le suppellettili… il padre non ce la fa a metterli in salvo…

Si discuteva al tempo sull’effettiva appartenenza al genere fantascientifico di questo film salutato e reclamizzato come la risposta sovietica al capolavoro ‘occidentale’ di Kubrick, “Odissea nello spazio”…

Non so dire in che misura abbia a che vedere con il preteso modello statunitense… piuttosto, dall’innesto e felicissimo incontro con il romanzo di Lem, è scaturito un prodotto della miglior specie fantascientifica, quella che, tanto nella letteratura che nel cinema, si interroga ed esplora il gorgo della natura umana e, ben oltre le immaginazioni avveniristiche, compie un viaggio affascinante nello spazio-tempo, dentro e fuori l’essere umano.

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2 commenti Add your own

  • 1. anna giulia bellandi  |  ottobre 19, 2016 alle 10:26 pm

    Io Solaris non lo ricordo e forse non l’ho mai visto per intero e me ne rammarico perché avrei voluto vedere un film così denso e profondo e perché capisco di aver perso qualcosa di importante, una tra le tante che mi sono lasciata sfuggire per distrazione e superficialità.
    Soprattutto mi sarerebbe piaciuto poterlo ricordare per riconoscere e magari condividere le riflessioni di Annalisa prima di esserne condizionota.
    Temo infatti di restare rapita dal suo linguaggio visionario e ipnotizzante. Ma sento che non riuscirò ad aspettare molto prima di andarlo a cercare e (ri)vederlo perché sono convinta che non può solo essere merito di Annalisa se questo film suscita un desiderio irresistibile di essere rivisto.
    Sono convinta che saranno invogliati a ri-vederlo anche molti di coloro che il film lo conoscono e, a differenza di me, non se lo erano lasciato sfuggire.

    anna giulia

    Rispondi
  • 2. LAURA PALUMBO  |  ottobre 28, 2016 alle 1:02 pm

    Anch’io non ho mai visto il film, però avevo anni fa letto il libro e mi aveva molto colpita. Oggi scopro che nel film c’è una parte iniziale ambientata sulla Terra, e sono quasi certa che nel libro questa parte iniziale non c’era. A questo punto grazie ad Annalisa Bendelli, questa sua recensione appassionata e ricca di suggestioni mi suscita il desiderio di vedere il film, lo farò presto…
    laura

    Rispondi

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