TRAFFICANTI di Todd Phillips -recensione di Stefania De Zorzi-

settembre 27, 2016 at 4:26 pm Lascia un commento

trafficanti

“Finché c’è guerra c’è speranza”: così recitava un film di Alberto
Sordi negli anni Settanta, e potrebbe essere lo stesso motto di
“Trafficanti”, commedia dalle sfumature grottesche diretta da Todd
Phillips. David Packouz/Miles Teller ritrova ad un funerale l’amico
del cuore, nonché compagno di marachelle, Efraim Diveroli/Jonah Hill.
I due fanno società, espandendo in breve tempo un fiorente commercio
d’armi col Pentagono; l’acquisizione di una grossa commessa li mette
in contatto con Henri Girard/Bradley Cooper, un criminale sulla lista
nera del governo americano, che procaccia loro un colossale
quantitativo di munizioni dall’Albania. Phillips non si concentra
tanto sui risvolti etici del traffico d’armi in quanto sorgente di
morte e violenza, quanto sul nuovo sogno americano, dove “Scarface” è
l’eroe amorale preso ad esempio da pallidi epigoni, tanto avidi quanto
superficiali. Nel mondo nuovo in cui si muovono con brillante
spregiudicatezza David ed Efraim, la metastasi dei valori e dei
significati è evidente: in una delle scene migliori del film, Efraim
scaccia in malo modo un candidato all’assunzione che ha avuto l’ardire
di sottolineare la mancanza di significato dell’acronimo della ragione
sociale della compagnia, così come l’ignoranza del suo titolare. Ma
anche il governo americano non è da meno, nell’accettare per amore di
risparmio l’improbabile offerta dei due protagonisti; mentre fa
riflettere la facilità con cui l’idealista Iz/Ana de Armas accetta che
il marito David commerci in missili e fucili, purché le dica sempre la
verità. Todd Phillips cita, oltre a Scarface, l’estetica glamour di
Miami Vice, e fa un breve accenno auto-referenziale a “Una notte da
Leoni”, nella sequenza ambientata a Las Vegas. La violenza della
guerra e dei suoi attori, siano essi militari in comando, commissioni
governative, o loschi figuri sospettati di terrorismo, è volutamente
sfiorata; non c’è nulla di particolarmente nuovo sotto il sole, e i
personaggi, malgrado le azioni via via sempre più ai limiti
dell'(il)legalità, non evolvono, semmai si svelano progressivamente.
Jonah Hill è il migliore, con il suo Efraim in perfetta mimesi coi
desideri dei suoi interlocutori, camaleonte vuoto e arrogante. Film
divertente, anche se non molto originale, che mette alla berlina le
nuove logiche di mercato e di successo, piuttosto che i meccanismi
della guerra.

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