Feria d’agosto: RI…VISIONI – Piacenza – Vladivostok (passando per Istambul e le valli di Comacchio) – viaggio lento di solo ritorno nel cinema già visto, dalla via Emilia all’Est di Annalisa Bendelli

agosto 10, 2016 at 10:13 am 3 commenti

Le-strelle-nel-fosso

PRIMA (ri)VISIONE: “Le strelle nel fosso” di Pupi Avati

Irredimibile padana ho fin dall’adolescenza vagheggiato sulle ironico – epiche note gucciniane l’approdo a un Ovest promettente, progressivo e migliore … Le strade asfaltate, le autostrade, correvano verso Ovest, lasciandosi alle spalle, scavalcando, paesaggi, l’Oceano stesso, verso le highway americane…

Ma cosa è rimasto a Ovest, ormai, poco o nulla da vagheggiare… gli approdi non si scorgono più, il mainstream si è rivelato cul de sac.

Tanto vale cambiare orientamento, in questa epoché estivante, ritrovare l’oriente, appunto, magari seguendo sterrati e vie d’acqua, quel Padus, che la via consolare emiliana costeggia, dal corso lento sinuoso così propizio agli impantanamenti, fino a farsi palude, acquitrino e poi perdersi nel più vasto stagno dell’Adriatico..

E nella lentezza del viaggio ritrovare umori, atmosfere originali, anfratti, cunicoli e misteriose vie laterali, incanti e sortilegi, come le “strelle”che brillano nel fosso di ineffabile e arcana poesia nel bellissimo film del 1979 di Pupi Avati, prezioso e pur dimenticato, si disse per sfortunate combinazioni distributive e mediatiche.

Una favola, anzi una concatenazione fiabesca, dall’oggi all’Ottocento del Narratore, l’acchiappatopi errante, al Settecento dell’arcana e bislacca storia dei quattro figli maschi dell’anziano Giove isolati in un recesso del mondo, la casona diroccata nella palude deltizia di Minerbio, in una ruvida, rustica, chiusa, condizione di adolescenti a oltranza, fino all’arrivo di Olimpia, la bellissima musicista ambulante, con la sua femminilità insieme raffinata e sorgiva, ingenua e sofisticata.

Anche Olimpia, nel suo viaggio da Rovigo verso la villa del conte Pepoli, signore e folle (per un colpo di sole in testa) custode della palude, abbandonata la via maestra, si impantana, felicemente direi, e, dopo lo smarrimento e lo sconforto iniziali, decide di restare nella casa dei cinque uomini, portando bellezza, freschezza, grazia e felicità in quella repubblica maschile malinconica, solitaria e selvatica…

Piccolo miracolo e sortilegio con sentore di favola orientale, quell’oriente che traluce malioso nell’acqua dalle iridescenze meravigliose, la pipì dei turchi di Costantinopoli che pisciano nel mare per far dispetto a quelli della sponda opposta, il giorno di Santa Caterina, secondo la bizzarra spiegazione di Silvano a una attonita e divertita Olimpia…

E il tema della pipì percorre come un rivoletto luminescente, infantilmente irriverente, la storia, dalla sosta della carrozza delle dame dirette a palazzo che lasciano nell’erba del fosso laghetti baluginanti spiati e traguardati dai ragazzoni appostati in estasiato imbarazzo prepubere, ai discorsi sul ‘pipì’ delle donne e degli uomini nel confronto di serafica e fanciullesca sfrontatezza cui didatticamente si presta Olimpia sollevando il gonnellone- corolla per mostrare a Bracco, il fratello piccolo che doveva nascer femmina, il suo pipì-pistillo…

Preziosismi colti e raffinati, colori di maiolica, avorio, rosa antico, pervinca e malva, richiami pittorici si mescolano a toni e sapori popolareschi e ingenui, Olimpia è una mirabile putta-putea ritagliata dai dipinti di Tiepolo o dalle aggraziate e leziose figurine muliebri di Watteau e Fragonard, con una sua carnalità e floridezza composta e attillata negli abiti settecenteschi serici e cangianti, svolazzanti di trine, i ricci ribelli ed esuberanti acconciati e raccolti con grazia, ineffabile eleganza e naturalezza insieme… Santa Rosalia, la santa bambina che il vecchio Giove invoca perché non lo faccia addormentare per non rischiare di non risvegliarsi più… è una porcellina rosea e paffuta che appare magicamente, seduta sul trespolo-altarino da chiesetta di campagna… e ancora c’è il gotico-padano così congeniale al regista, popolato di lemuri, demoni, fantasmi, l’ arciprete defunto che ritorna in visita di cortesia, il chierico annegato nel fosso che insegna a Silvano a leggere dal librone di chiesa in latino, le sorelle streghe murate dietro il camino, da dove rantolano i loro lamenti, eternamente perseguitate dalla madre morta che rivuole indietro la sua gamba d’oro (le figlie gliel’avevan sottratta prima di seppellirla)…

Bucolico e arcadico, protoromanticismo alla Emily Brontë (le scorribande dei fratelli e della fanciulla attraverso la palude- brughiera), elegiaco felliniano (insufflato dal clarinetto di Henghel Gualdi sullo struggente leit motiv della colonna sonora), confluiscono finale ‘orfico’ (così lo definì un colto critico all’epoca) del matrimonio multiplo, una sorta di baccanale meravigliosamente manierato, un’orgia estetizzante che sublima in quadri di assoluta bellezza, eleganza di gesti e movenze, cromatismi e simbolismi raffinati, la gozzoviglia di tradizione padana, con tanto di musi affondati nel cocomero e nel vino lustrale…

Trovo datate le riserve espresse a suo tempo – eran tempi in parte troppo svagati, in parte troppo seriosi – sui tratti estetizzanti dell’opera, perchè in essi io ravviso piuttosto la sublime qualità poetica ed estetica del film, a consegnarci – propiziato, evocato, suscitato e risuscitato dall’adulto estroso, raffinato e sensibile che è Avati, – l’incanto infantile dentro una natura estatica e magicamente bloccata, i meriggi assolati, le fronde che danno frescura e sussurrano misteriose nell’aria serotina, i sorrisi immemori, gli specchi d’acqua dove sgambettavamo sciabordando ignari e felici, i boschi delle cicogne, gli stagni dei girini, le scale fresche e polverose dei casali di campagna… un eden separato in cui si coagulano e vaporano, come da uno stagno fatato, gli incanti dell’infanzia mitica e mitizzata di ognuno di noi…

Mi si conceda un’ultima piccola provocazione… sempre più convinta partigiana del cinema di immagini e visioni più che di azioni, darei la palma, insieme al regista, non tanto alla squadra prediletta degli attori (Capolicchio, Cavina, Delle Piane…), questi sì relegati in una recitazione compiaciuta, piuttosto datata, da guitti-saltimbanchi padani, gigioni paghi del favore del ‘maestro’ pigmalione, darei la palma dicevo agli assistenti-artigiani apprendisti stregoni che hanno collaborato e supportato il regista nella sua stregonesca impresa, al compositore Amedeo Tommasi, al direttore della fotografia, quel Franco delli Colli che ha ripreso mirabilmente l’habitat padano delle Valli di Comacchio, alla costumista e scenografa Luciana Morosetti … credo si debba in gran parte a costoro la suggestione magica della visione finale di Olimpia biancovestita in fuga verso la carrozza che porta a palazzo, libellula, farfallina, falena, fantasma… seducente e dolcissimo angelo sterminatore…

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I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEI MESI DI MAGGIO GIUGNO Feria d’agosto: RI…VISIONI – Piacenza – Vladivostok (passando per Istanbul e le valli di Comacchio) – viaggio lento di solo ritorno nel cinema già visto, dalla via Emilia all’Est,di Annalisa Bendelli SECONDA (ri)VISIONE: “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij, 1962

3 commenti Add your own

  • 1. Isabella Canavero  |  agosto 13, 2016 alle 1:39 pm

    Il tema della pipì… Nodo centrale!

    Rispondi
  • 2. laura palumbo  |  agosto 13, 2016 alle 2:41 pm

    Bellissima recensione… Mi fa desiderare di vedere questo film…

    Rispondi
  • 3. anna giulia bellandi  |  agosto 14, 2016 alle 5:51 pm

    Eccellente reminiscenza padana!
    Anna Giulia Bellandi

    Rispondi

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