ZOOTROPOLIS di Byron Howard, Rich Moore, Jared Bush – recensione Stefania De Zorzi –

aprile 9, 2016 at 3:41 pm Lascia un commento

zootropolis

Passano gli anni, e gli animali che la Disney accompagnava ai suoi
protagonisti umani, in qualità di simpatici comprimari e coristi di
canzoni zuccherose, si evolvono. In “Zootropolis” Judy Hopps,
coniglietta neo-poliziotta, si trasferisce dalla campagna alla grande
città che dà il titolo al film; fra l’ostruzionismo e l’insofferenza
del capo Bogo e dei colleghi, si allea con il riluttante Nick Wilde,
una volpe truffaldina, investigando sulla misteriosa scomparsa del
signor Otterton e di altri cittadini, a rischio del distintivo e della
sua stessa vita. La regia dell’arrivo di Judy nella metropoli è
mozzafiato: il treno su cui viaggia la protagonista corre sospeso
attraverso un habitat desertico e un’architettura che ricorda Dubai;
per poi passare con stridente contrasto ai ghiacci artici, e
successivamente alla foresta pluviale, con passerelle aeree e pioggia
incessante, fino all’urbanesimo continentale del distretto in cui
approda. La globalizzazione, che spaventa e affascina, è completa
quando Judy scende a terra, in un giardino dell’Eden dove l’evoluzione
della civiltà ha permesso a predatori e prede di convivere
pacificamente, fra la Lilliput dei roditori e il gigantismo di
elefanti e giraffe. Al tempo stesso la coesistenza di specie così
diverse fra loro è segnata da pregiudizi radicati e barriere che
delimitano ghetti apparentemente invalicabili. Byron Howard e Rich
Moore dirigono un film d’animazione a più livelli, avvincente per i
bambini, interessante per gli adulti in quanto allegoria
dell’incapacità di liberarsi dalle proprie gabbie mentali: dall’uso
politicamente corretto dell’aggettivo “tenero”, alla sinistra
“componente biologica” di eugenetica memoria, al ribaltamento ironico
di parole e ruoli, laddove il potente capo criminale Mr Big è un
minuscolo toporagno. Sono molte le scene esilaranti, in primis quella
degli impiegati-bradipo (da notare la lentissima signora occhialuta
dal golfino rosa, che ricorda, senz’altro involontariamente, una nota
gag de “I Soliti Idioti”). Non mancano le citazioni, da “Scemo e più
Scemo” a “Il Padrino”, e naturalmente l’allegoria della società umana
richiama “La Fattoria degli Animali”, anche se con toni decisamente
più leggeri e scanzonati. Film in cui l’animazione, raffinata e
fantasiosa, è al servizio di una bella trama giallo-rosa e di
un’affiatata coppia di investigatori; di troppo solo la breve
ramanzina morale appiccicata nel finale, in una storia che ritrae con
delicatezza la complessità delle diversità e della loro accettazione
fra esseri “evoluti”.

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ROOM di Lenny Abrahamson – recensione di Silvia Galli – GRAZIE DI CUORE A TUTTI VOI ALPHAVILLERS

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