ROOM di Lenny Abrahamson – recensione di Silvia Galli –

marzo 30, 2016 at 1:08 pm Lascia un commento

room-poster
I due mondi di Jack: quello dentro a Stanza e quello dall’altra parte del lucernario, un mondo che immagina, che a tratti non esiste e ad altri è bidimensionale e colorato come si vede in tv. Nove metri quadrati di Stanza, con oggetti che assumono valori umani ed un topo che ogni tanto viene a fare visita. Ci sono armadio, lampada, tazza, letto e l’amore assoluto e traboccante tra madre e figlio, tra Ma e Jack. E c’è Old Nick, l’aguzzino, che ha il potere di portare gli oggetti da Cosmo a dentro Stanza e che Jack intravede solo la sera, dalla fessura delle ante dell’armadio-letto.
Quando compie cinque anni Ma gli racconta una storia, la sua storia, una storia che parla “oltre” il lucernario. Adesso Jack è grande abbastanza e può capire.
Poi c’è la scena del tappeto, difficile rendere a parole l’escamotage adottato per catapultare Jack nel mondo reale, arrotolato in un tappeto, dopo prove su prove in cui lei, con estrema fermezza, gli dice cosa deve fare. E poi Jack è nel cassone di un pick up, dal tappeto solo le mani e gli occhi: la prima, per lui, percezione del movimento, della luce diretta, del vento, dello sguardo che si può estendere oltre quei tre metri di parete.
Con un balzo impacciato inizia la vita, in cui, per fortuna gli esempi di “buoni” circondano la quotidianità di Jack accompagnandolo nella scoperta del mondo reale con l’innocente stupore e la meraviglia tipica del fanciullino. È un bambino che deve rinascere, che deve conoscere il gioco, imparare a scendere le scale perché le sue capacità motorie sono poco sviluppate.
Nella sua semplicità e linearità di trama si interseca un complesso groviglio di emozioni e rapporti familiari in cui mantenere l’equilibrio in un mix di amore, rabbia, dolore, pazienza, affetto è un’impresa degna della bontà più vera.
Si torna nella stanza, alla fine, e vederla dall’esterno risulta così squallida, piccola, spoglia. Jack saluta tutti gli oggetti, per l’ultima volta, come nella prima scena.
Un cerchio perfetto.
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