AVE, CESARE! di – Ethan Coen, Joel Coen – recensione di Stefania De Zorzi

marzo 26, 2016 at 11:01 am Lascia un commento

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Il cinema come fabbrica di sogni, commerciale e seducente: i fratelli
Joel e Ethan Coen scelgono la Hollywood dei primi anni Cinquanta per
rappresentarlo nei suoi fasti e nelle sue meschinità, nell’ultimo
film, “”Ave, Cesare!”, di cui sono registi e sceneggiatori. Eddie
Mannix/Josh Brolin è il “physical producer” della Capitol Pictures,
impegnato, oltre che a garantire lo svolgimento dele produzioni nei
tempi previsti, a salvaguardare l’immagine delle sue star anche a suon
di sberle, e a tirarle fuori, senza limiti di orario, dai guai in cui
si cacciano più o meno volontariamente. Fra le missioni da compiere,
il pagamento del riscatto per Baird Whitlock/George Clooney,
protagonista del kolossal biblico che dà il titolo al film, rapito da
un gruppo di bonari sceneggiatori comunisti. La trama è un pretesto
per tessere un arazzo che passa in rassegna i vari generi del cinema
dell’epoca, accostando scene ricostruite con virtuosismo coreografico
e varianti ironiche: dalla commedia sofisticata con l’attore bello ma
totalmente incapace di recitare (Hobie Doyle/Alden Ehrenreich), al
musical con sfumature omosessuali di cui è protagonista il bravo Burt
Gurney/Channing Tatum, passando attraverso le creazioni visive dei
film acquatici stile Esther Williams, e naturalmente il western
acrobatico e il peplum. Alcune sequenze ricordano, per i dialoghi
intelligenti e raffinati, il miglior cinema dei Coen: fra le più
riuscite la disputa teologica, così come il “mesto sogghigno”
suggerito dall’esasperato regista Laurence Laurenz/Ralph Fiennes al
suo terribile protagonista. La critica al puritanesimo del tempo è
accennata con un’ironia lieve, nelle confessioni frequenti e censurate
del protagonista, o nell’idealismo radical-chic degli sceneggiatori
che combattono il capitale dagli agi della splendida villa di Malibù.
Tutto è molto leggero, forse troppo: a tratti si avverte
l’inconsistenza dei dialoghi e l’assenza dello spirito surreale e
graffiante, punto forte di capolavori precedenti dei Coen. Il cast è
affiatato, la regia elegante (notevoli le inquadrature del cinema nel
cinema), ma lo sbadiglio è dietro l’angolo nella giustapposizione di
“tableaux” ben curati legati fra loro da un filo sottile, con
situazioni e personaggi privi di empatiAVE

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