L’ATTESA di Piero Messina – recensione di Annalisa Bendelli –

marzo 21, 2016 at 1:09 pm 2 commenti

attesa

Realismo allucinato e visionario, credo possa definirsi la cifra stilistica ed espressiva di questo ‘Stabat mater’ cinematografico che reinterpreta e trasforma in immagini forti e atmosfere sospese il dramma pirandelliano “La vita che ti diedi” ( e quella madre “sta” davvero, si pianta e resiste, più che può, in piedi, su quei tacchi piedistallo come la madre del lavoro teatrale a monte, incrollabile, mai inginocchiata, mai rassegnata alla morte del figlio, tanto da non nominarla mai, in un’attesa dell’impossibile ritorno, una veglia, cocciuta e irriducibie, ultimo, ma inesausto, strenuo, presidio alla vita che gli diede ).

L’interpretazione magistrale, per precisione, sobrietà, intensità, di una matura Juliette Binoche, coagula, domina e fa da perno a questa originale versione laica di sacra rappresentazione: una moderna e insieme antichissima mater dolorosa, che campeggia, come una furia raggelata nella sua immobilità atterrita e dolente, il bel volto segnato dal tempo, dolce e altero, pietrificato o stravolto, per lo più colto con intensità chiaroscurale, talora sovraesposto e abbagliato, la figura ieraticamente luttuosa, il corpo elegante, nerovestito, adagiato a tratti, nell’estenuazione fisica, sul letto della grande casa solitaria, immersa nell’assolata e meravigliosamente scabra campagna siciliana.

Riedizione della “villa solitaria della campagna toscana di grigia pietra”, “dalle stanze nude e fredde” di cui dicono le scarne didascalie della drammaturgia pirandelliana, di suggestione metafisica e metatemporale, la bellissima dimora avita, con il suo contesto naturale, sfondo e materia del dramma nel senso pieno, più che banale ambientazione.

E pure materiale e pretesto delle impennate visionarie potenti, talora essenziali, oppure lussureggianti, di una regia giocata sull’alternanza e mescolanza, tra interni ed esterni, del racconto naturalistico, del dramma che si fa vero e proprio thriller psicologico, del quasi documentarismo che riprende, testimonia e trasfigura tanto gli elementi della natura e dell’architettura intorno quanto i rituali retropopolari, e ancora della raffigurazione icasticamente simbolica e allusiva incuneata nei momenti salienti (il gabbiano- Cristo in croce ripreso da aeree e improbabili angolature, a introdurre il funerale iniziale, la fantasmatica visitazione del figlio, pittoricamente atteggiata e composta, nella parte centrale, la processione folklorico-religiosa, di potenza arcaica e arcana nel finale).

Ci sarà forse del compiacimento e del manierismo in questa opera prima dell’operatore di Sorrentino, è la querelle più dibattuta nelle tribune dei critici deputati e no… mi pare comunque una bella cosa questo ritorno di un cinema di immagini che restano impresse, nella fattispecie a tradurre, con potenza almeno pari, la forza delle parole folgoranti, visionarie, nella loro precisione causidica, della drammaturgia pirandelliana.

Credo ci sia autentica ispirazione all’origine e dentro questa amalgama di atmosfere bloccate, di dramma, di vedute e visioni, di epifanie e visioni pop, a rendere il mistero doloroso della madre, la sofferenza stranita e inquieta, anzi irrequieta, della ragazza – approdata alla villa nel bel mezzo delle esequie al fidanzato defunto dove nessuno le dice niente e lei continuerà ad attenderlo ignara – la Sicilia barocca  e il suo folklore religioso, la dismisura atemporale – perché di tutti i tempi, prima, ora, poi – di un dramma umano insondabile e terribile, non sopportabile e nemmeno dicibile.

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2 commenti Add your own

  • 1. Felice Vinci  |  gennaio 19, 2018 alle 8:24 pm

    Cara Annalisa, questa volta la mia emozione nel leggere il tuo splendido commento è stata ancora maggiore del solito! I miei nonni siciliani, da cui ho preso anche il nome – mio nonno paterno si chiamava Felice, come suo nonno e il nonno di suo nonno – ogni estate, quando ero bambino, con mio padre e mia madre andavo a trovarli nella loro casa, laggiù in un paese della più remota Sicilia, Naro, distante appena trenta chilometri o poco più dalla bellissima villa sul mare dove nacque Luigi Pirandello. Potrei scrivere pagine e pagine su tutti i miei ricordi di quel tempo, ma la cosa che più di ogni altra mi è rimasta impressa nella memoria era un episodio che mia nonna Marietta ricordava sempre (e sempre nel raccontarlo la sua voce s’incrinava per l’emozione): diversi anni prima, dopo aver pianto per più di un anno il suo unico figlio maschio – mio padre, partito per la guerra come sottotenente dei Bersaglieri, fu dichiarato disperso e dato per morto dopo la tragedia dell’8 settembre, al punto che ai miei nonni fu pure attribuita una pensione di guerra – un giorno sentì il postino che, correndo come un forsennato per la salita che portava alla sua casa, gridava (e lo udì tutto il paese): “E’ vivo! E’ vivo! E’ vivo!”, sventolando la lettera con cui lui finalmente era riuscito a comunicarle la notizia! (si trovava a Roma, dove di lì a poco avrebbe sposato mia madre e sarei nato io). Non debbo dirti altro: so soltanto che andrò a vedere quel film! Grazie Annalisa, grazie ancora per ciò che hai scritto, che dopo tanti anni mi ha fatto rivivere quell’emozione! Forse lassù mia nonna adesso sta sorridendo…
    Felice Vinci

    Rispondi
    • 2. Annalisa  |  gennaio 19, 2018 alle 9:04 pm

      Grazie a te Felice per aver riesumato la mia prima prova di recensione sul blog. il film me l’ aveva a suo tempo segnalato Antonio di Alphaville, carissimo amico d’infanzia, ritrovato dopo ben quarant’anni qualche tempo prima (anche questa una bella riemersione del passato…) chiedendomi di recensirlo e avviando una bella collaborazione che è durata fino ad oggi. Grazie anche per avermi seguito con tanta attenzione affettuosa e sensibile. E’ bellissima e commuovente la tua rievocazione dell’infanzia siciliana a Naro…
      Annalisa

      Rispondi

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