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L’ATTESA di Piero Messina – recensione di Annalisa Bendelli –

attesa

Realismo allucinato e visionario, credo possa definirsi la cifra stilistica ed espressiva di questo ‘Stabat mater’ cinematografico che reinterpreta e trasforma in immagini forti e atmosfere sospese il dramma pirandelliano “La vita che ti diedi” ( e quella madre “sta” davvero, si pianta e resiste, più che può, in piedi, su quei tacchi piedistallo come la madre del lavoro teatrale a monte, incrollabile, mai inginocchiata, mai rassegnata alla morte del figlio, tanto da non nominarla mai, in un’attesa dell’impossibile ritorno, una veglia, cocciuta e irriducibie, ultimo, ma inesausto, strenuo, presidio alla vita che gli diede ).

L’interpretazione magistrale, per precisione, sobrietà, intensità, di una matura Juliette Binoche, coagula, domina e fa da perno a questa originale versione laica di sacra rappresentazione: una moderna e insieme antichissima mater dolorosa, che campeggia, come una furia raggelata nella sua immobilità atterrita e dolente, il bel volto segnato dal tempo, dolce e altero, pietrificato o stravolto, per lo più colto con intensità chiaroscurale, talora sovraesposto e abbagliato, la figura ieraticamente luttuosa, il corpo elegante, nerovestito, adagiato a tratti, nell’estenuazione fisica, sul letto della grande casa solitaria, immersa nell’assolata e meravigliosamente scabra campagna siciliana.

Riedizione della “villa solitaria della campagna toscana di grigia pietra”, “dalle stanze nude e fredde” di cui dicono le scarne didascalie della drammaturgia pirandelliana, di suggestione metafisica e metatemporale, la bellissima dimora avita, con il suo contesto naturale, sfondo e materia del dramma nel senso pieno, più che banale ambientazione.

E pure materiale e pretesto delle impennate visionarie potenti, talora essenziali, oppure lussureggianti, di una regia giocata sull’alternanza e mescolanza, tra interni ed esterni, del racconto naturalistico, del dramma che si fa vero e proprio thriller psicologico, del quasi documentarismo che riprende, testimonia e trasfigura tanto gli elementi della natura e dell’architettura intorno quanto i rituali retropopolari, e ancora della raffigurazione icasticamente simbolica e allusiva incuneata nei momenti salienti (il gabbiano- Cristo in croce ripreso da aeree e improbabili angolature, a introdurre il funerale iniziale, la fantasmatica visitazione del figlio, pittoricamente atteggiata e composta, nella parte centrale, la processione folklorico-religiosa, di potenza arcaica e arcana nel finale).

Ci sarà forse del compiacimento e del manierismo in questa opera prima dell’operatore di Sorrentino, è la querelle più dibattuta nelle tribune dei critici deputati e no… mi pare comunque una bella cosa questo ritorno di un cinema di immagini che restano impresse, nella fattispecie a tradurre, con potenza almeno pari, la forza delle parole folgoranti, visionarie, nella loro precisione causidica, della drammaturgia pirandelliana.

Credo ci sia autentica ispirazione all’origine e dentro questa amalgama di atmosfere bloccate, di dramma, di vedute e visioni, di epifanie e visioni pop, a rendere il mistero doloroso della madre, la sofferenza stranita e inquieta, anzi irrequieta, della ragazza – approdata alla villa nel bel mezzo delle esequie al fidanzato defunto dove nessuno le dice niente e lei continuerà ad attenderlo ignara – la Sicilia barocca  e il suo folklore religioso, la dismisura atemporale – perché di tutti i tempi, prima, ora, poi – di un dramma umano insondabile e terribile, non sopportabile e nemmeno dicibile.

marzo 21, 2016 at 1:09 pm 2 commenti


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