Lo chiamavano Jeeg Robot di -Gabriele Mainetti- recensione di Stefania De Zorzi

marzo 16, 2016 at 10:38 am Lascia un commento

JEEG

Il cinema italiano può permettersi di mettere in scena supereoi
invulnerabili che vivono avventure fantastiche in patria, o la nostra
cronica povertà di mezzi ci condanna a non varcare i confini del
realismo? Gabriele Mainetti ci prova, e ambienta “Lo chiamavano Jeeg
Robot” a Tor Bella Monaca, alla periferia di Roma: Enzo/Claudio
Santamaria, ladruncolo inseguito dalla polizia per il furto di un
orologio, sprofonda in un barile di sostanze velenose celato nelle
acque del Tevere, e acquisisce una forza sovrumana, che cerca di
mettere a frutto in attività criminali. Sulla sua strada incontra
Alessia/Ilenia Pastorelli, figlia ritardata di un malvivente, e lo
Zingaro/Luca Marinelli, feroce criminale a capo di una piccola banda,
che traffica droga con la camorra, e sogna gloria e visibilità
mediatica. Mainetti riprende i modelli americani e giapponesi,
rimaneggiandoli con la stessa potenza grezza che usa il protagonista
nel curvare un termosifone: Santamaria interpreta un (anti)eroe
imbolsito e disadattato, affamato in maniera compulsiva di dessert
alla vaniglia e di video porno, che indossa una felpa col cappuccio al
posto di un costume sgargiante. La pulzella in pericolo contrappone la
psiche di una bambina vittima di abusi ad una sensualità ingenua e
prorompente: è lei a creare l’eroe, in tutti i sensi, perché Jeeg
Robot, divenuto nella sua fantasia l’unica via di fuga da una realtà
degradata a livelli intollerabili, diventa tutt’uno con l’animalesco
Enzo, e ne provoca l’evoluzione. Non sarebbe un buon film di supereroi
se non ci fosse anche un super cattivo degno di questo nome: Marinelli
non delude, con il suo Zingaro sadico e folle, bramoso più di fama e
di visualizzazioni che di potere criminale. Gli effetti speciali sono
limitati ma credibili (con l’eccezione del duello finale fra i due
protagonisti, un po’ artificiale), in un film che alterna crudezza e
poesia (il primo rapporto simile a uno stupro nel camerino,
contrapposto alla dolcezza della scena nel luna-park). L’unica
perplessità è nei dialoghi in stretto dialetto romanesco, non sempre
comprensibile: ma lo si può pensare come il linguaggio di un altro
pianeta, in un film vagamente alieno nel panorama cinematografico
italiano. Particolarmente bella la scena finale, con l’eroe che
indossa la maschera fatta all’uncinetto dall’amata; emozionante la
“cover” della sigla di Jeeg, cantata con voce roca da Santamaria nei
titoli di coda.

Annunci

Entry filed under: Notizie.

PERFETTI SCONOSCIUTI di Paolo Genovese recensione di Stefania De Zorzi I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEL BIMESTRE GENNAIO-FEBBRAIO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Trackback this post  |  Subscribe to the comments via RSS Feed


Iscriviti al gruppo Alphaville su Facebook
Vista il sito dell'Associazione CINEROAD
Videosettimanale telematico di attualità e cultura
il suono degli strumenti
marzo: 2016
L M M G V S D
« Feb   Apr »
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Blog Stats

  • 137,405 hits

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: