Il caso Spotlight regia Tom McCarthy recensione di Stefania De Zorzi

marzo 7, 2016 at 11:46 am Lascia un commento

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Vi sono inferni popolati da demoni talmente odiosi, che la nostra
mente non vorrebbe mai neppure scrutare, seppure da lontano. “Il caso
Spotlight” si sporge sull’orlo dell’abisso, affrontando due argomenti
pesantemente tabù: la pedofilia (di alcuni preti cattolici) e la
copertura durata decenni e su larga scala del fenomeno da parte
dell’alto clero. Il film, diretto da Tom McCarthy, trae ispirazione da
una storia vera: nel 2001 il nuovo direttore del “Boston Globe”, Marty
Baron/Liev Schreiber incarica il gruppo di reporter “Spotlight”,
composto fra gli altri da Walter Robinson/Michael Keaton, Michael
Rezendes/Mark Ruffalo e Sacha Pfeiffer/Rachel McAdams, di approfondire
l’indagine riguardante abusi su minori, commessi da alcuni esponenti
del clero locale nel corso degli anni. Coadiuvati dal coriaceo
avvocato Mitchell Garabedian/Stanley Tucci, la squadra di giornalisti
porta alla luce il coinvolgimento di diverse decine di sacerdoti, ed
il prolungato insabbiamento della vicenda da parte dell’alto prelato
Law/Len Cariou. La violenza sui bambini viene raccontata in poche
sequenze dalle vittime già adulte, tutte traumatizzate da quanto
subito nell’infanzia: anche se si tratta “solo” di racconti, il
disgusto è ai limiti del tollerabile, e il senso di disagio si fa più
profondo man mano che la vicenda si addentra nell’odioso meccanismo di
pressioni psicologiche e di cavilli legali d’alto bordo. Ne emerge un
mondo di orchi travestiti da pastori di anime, alcuni a loro volta
vittime in passato di abusi; e di rispettabili personalità pubbliche
che hanno coperto l’orrore nel nome di un teorico bene più grande.
L’immagine della Chiesa è solo negativa, con le torri delle cattedrali
che si ergono in modo sinistro a ridosso di quartieri poveri,
tribunali, scuole. A rinforzo di quest’idea i veri promotori
dell’indagine, il direttore del giornale ebreo e l’avvocato armeno,
sono del tutto estranei alla Chiesa stessa. Sotto l’apparente rigore
documentaristico il film ha una sua faziosità, ed è privo di scene
memorabili; tuttavia la regia è asciutta, il ritmo serrato, in un
meccanismo a orologeria che narra di eventi già sentiti e pure messi
in disparte dalla coscienza, così come nella rivelazione finale di uno
dei protagonisti, che vengono riportati alla luce ed amplificati. Da
vedere, anche se disturbante e non esente da difetti, come atto di
coraggio e spunto di riflessione.

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