The Hateful Eight -Quentin Tarantino- recensione di Stefania De Zorzi

febbraio 20, 2016 at 11:20 am Lascia un commento

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Western? Thriller? Teatro grand-guignol? E’ difficile far rientrare il
cinema di Quentin Tarantino nelle categorie e nelle forme classiche, e
la sua ultima opera, “The Hateful Eight”, è forse ancora più
spiazzante del solito, per forma e contenuti. Due spietati cacciatori
di taglie, John Ruth/Kurt Russell e Marquis Warren/Samuel L. Jackson,
insieme alla prigioniera condannata a morte Daisy Domergue/Jennifer
Jason Leigh, e al futuro sceriffo di Red Rock Chris Mannix/Walton
Goggins, devono passare la notte allo spaccio di Minnie, a causa di
una violenta bufera. Ad attenderli ci sono quattro uomini, fra cui il
boia Oswaldo Mobray/Tim Roth e il cowboy Joe Gage/Michael Madsen: non
tutti sono chi dicono di essere, e l’improvvisato rifugio notturno
diventa ben presto il luogo di un efferrato massacro. Tarantino ama
giocare col cinema del passato, reinventandolo in forme nuove nel
presente: la colonna sonora di Ennio Morricone in questo senso è
strepitosa fin dall’overture, classica e sinistra, a sottolineare la
natura inquietante di trama e personaggi. Così pure il formato
ultra-panoramico a 70 mm. recupera quello di grandi film degli anni
Cinquanta, come Ben Hur: solo che qui l’estensione dello schermo viene
usata, più che in alcune belle scene in esterni (i paesaggi innevati,
fotografati con perizia in un bianco accecante), per evidenziare i
dettagli di interni ristretti (la carrozza e lo spaccio di Minnie),
che diventano a tutti gli effetti il palcoscenico di un teatro. I
dialoghi sono molto curati, come sempre in Tarantino, e nella fase
iniziale hanno la cadenza di una filastrocca in una fiaba nera;
tuttavia, fatta eccezione per la rivelazione scioccante di Marquis
Warren a metà film, non sono così memorabili come nelle sue opere
precedenti. Anche la dilatazione dei tempi nei primi capitoli della
storia risulta eccessiva, seppure finalizzata alla costruzione del
climax che segue l’intervallo. I personaggi sono tutti indistintamente
brutti, sporchi e cattivi: il simpatico protagonista di Django lascia
il posto al sadico Marquis Warren, e non c’è nessuna differenziazione
morale fra bianchi e neri, uomini e donne, esponenti della legge e
furfanti tagliagole. L’ottavo film di Tarantino è grandioso e
imperfetto: alcune scene portano la cifra potente e inconfondibile di
Quentin (la sequenza di apertura, il racconto di Warren della morte
del figlio del generale, il capitolo che mostra gli avvenimenti della
mattina allo spaccio), ma l’assenza completa di empatia, le lungaggini
della prima parte e del finale, e una sceneggiatura a tratti
fumettistica rimangono difetti evidenti, anche per i fan più
appassionati.

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