Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli -recensione di Stefania De Zorzi-

febbraio 12, 2016 at 6:51 pm Lascia un commento

labirinto

Davvero gran parte del popolo tedesco ignorava le atrocità commesse
dai nazisti nei campi di sterminio, durante la Seconda Guerra
Mondiale? “Il Labirinto del Silenzio”, diretto dal regista
italo-tedesco Giulio Ricciarelli, affronta quest’interrogativo
storico, ispirandosi ad una storia vera: a Francoforte, nel 1958, il
giovane e integerrimo procuratore Johann Radmann/Alexander Fehling
viene incaricato dal suo responsabile Fritz Bauer/Gert Voss di trovare
prove e testimoni, che consentano l’incriminazione di individui
appartenuti alle SS, colpevoli di torture ed efferrati omicidi ad
Auschwitz. L’indagine, che porta alla luce gli atti di sconvolgente
crudeltà compiuti nel lager, conduce il protagonista sull’orlo della
follia, mettendo in crisi anche i suoi affetti più profondi.
Ricciarelli mette in scena l’innominabile, accennato a gesti, spesso
solo intravisto nel susseguirsi di interrogatori dei sopravvissuti,
martoriati nel corpo e nello spirito, e dei loro aguzzini dai volti
impassibili. I mostri sono dietro l’angolo, camuffati nella tranquilla
vita borghese del dopoguerra: il fornaio dall’aria bonaria, lo stimato
professore di liceo, il ricco imprenditore in limousine. Oltre a loro
ci sono gli uomini “perbene” che non vogliono scostare il velo
dell’orrore di un passato troppo recente, per non riaprire ferite,
perché in superficie tutto rimanga tranquillo. Nel mezzo il
protagonista, censore irreprensibile e a tratti inumano della morale
propria e altrui, che rischia di perdersi in un labirinto dove nessuno
è davvero innocente. Alcune scene sono splendide (fra di esse la
preghiera kaddisch recitata per le bimbe defunte dell’amico pittore),
il ritmo incalzante, gli interpreti in stato di grazia (Fehling è
attore d’eccellenza, ma anche Gert Voss ha un carisma
tridimensionale). Sono degne di nota fotografia e ricostruzione
d’ambienti vintage, in un film duro e coraggioso: assolutamente da
vedere, preparando qualche fazzoletto.

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