SUBURRA di “Stefano Sollima” recensione di Stefania De Zorzi

ottobre 26, 2015 at 6:57 pm Lascia un commento

suburra

Roma era già stata protagonista splendida e decadente per Sorrentino
in “La Grande Bellezza”; Stefano Sollima in “Suburra”, ispirato
all’omonimo romanzo di Bonini e De Cataldo, scava nel lato più oscuro
della capitale, mostrando le connessioni fra politici corrotti,
criminalità organizzata e alto clero. Le vicende del film sono
scandite dal susseguirsi dei giorni di una settimana cruciale nel
novembre 2011, in un momento di crisi politica e religiosa, con il
governo prossimo a cadere in Parlamento, e le dimissioni di Papa
Ratzinger ormai imminenti. Sotto una pioggia incessante e tutt’altro
che purificatrice, si intrecciano le storie di Filippo
Malgradi/Pierfrancesco Favino, politico amante di serate trasgressive
animate da droga e giovani prostitute, e del potente Samurai/Claudio
Amendola, esponente di spicco della criminalità romana. Dell’affresco
corale di una Suburra (rimando ad un quartiere malfamato della Roma
imperiale) sontuosa quanto degradata, fanno parte anche
Sebastiano/Elio Germano, coinvolto suo malgrado dal padre nel girone
infernale del clan degli Zingari, capeggiati dal ferocissimo
Manfredi/Adamo Dionisi, e Numero 8/Alessandro Borghi, piccolo boss
della malavita di Ostia. Sollima ricorda, in modo positivo, la lezione
dei grandi del cinema noir e gangster americano: dagli interni
lussuosi e kitsch della casa di Manfredi (reminiscenza di Scarface),
ad una Roma notturna fotografata come se fosse Washington, col
cupolone come il Campidoglio e la luce gialla dei lampioni e dei
palazzi eleganti che fa da sfondo alle nefandezze dei capi criminali.
Analogamente a “Quei Bravi Ragazzi”, non c’è spazio per le forze
dell’ordine, né per la gente “normale”: nell’obiettivo ci sono solo
gli orchi come Manfredi, interpretato con una spaventosa presenza
fisica da Dionisi, o ancora il Samurai, cui Amendola conferisce
un’aura di raffinata crudeltà. I buoni, quelli che apparentemente
vengono irretiti nelle trame della malavita in quanto vittime delle
circostanze, in realtà hanno debolezze imperdonabili (l’ossessione per
la villa di Sebastiano, il sesso sfrenato e l’attaccamento alla
poltrona di Malgradi), che li condannano moralmente agli occhi dello
spettatore. In una scena dall’inquietante valenza simbolica,
Malgradi/Favino, nudo e stordito dalla droga, urina dal terrazzo
dell’hotel sulla città sotto di lui, elargendo una benedizione
blasfema e sprezzante. La Chiesa, così importante nella storia della
città, è una presenza ambigua: i capi malavitosi ostentano crocefissi
appesi al collo e grandi immagini sacre in vistose cornici dorate alle
pareti, mentre il Papa, visto solo di spalle, è prossimo a dimettersi,
ed un alto esponente della Curia gestisce i cospicui fondi del
Samurai. Il cast è strepitoso, compresi gli attori non protagonisti:
spicca Viola/Greta Scarano, nei panni della tossica pazza, violenta e
innamorata alla “Natural Born Killers”. Film potente nello stile e
nella lucida riflessione morale, che disturba per la ferocia esibita e
per il realismo sconsolante, in cui lo spettatore riconosce personaggi
e situazioni della Roma e dell’Italia di oggi.

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