INSIDE OUT di -Pete Docter, Ronnie del Carmen- recensione Stefania De Zorzi

settembre 25, 2015 at 5:12 pm 3 commenti

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I film d’animazione sono considerati nella cultura occidentale, salvo
rare eccezioni, un prodotto per bambini e adolescenti, o al massimo
per adulti desiderosi di recuperare la propria dimensione infantile;
Pete Docter e Ronnie del Carmen co-dirigono in controtendenza lo
straordinario “Inside Out”, apprezzabile con riserva dai bambini, ma
sicuramente molto più orientato, secondo l’abitudine degli “anime”
giapponesi, ad un pubblico adulto. La storia è all’apparenza semplice:
l’undicenne Riley trasloca con la famiglia da un Minnesota di sogno ad
una San Francisco grigia e squallida, in cui il Golden Gate di colore
rosso e non oro è solo la prima di molte promesse disattese. La
ragazzina dovrà affrontare la disgregazione di ogni sua precedente
fonte di sicurezza, in lotta contro un mondo improvvisamente alieno e
privo di gioia. Sarebbe una trama già vista, se non fosse che il mondo
esteriore di Riley viene rappresentato solo in funzione delle emozioni
che abitano la mente della protagonista, personificate alla maniera
medievale in Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto. Qui inizia la
genialità del film, che combina la raffigurazione “scientifica” del
mondo interiore di Riley, con il viaggio letterale e simbolico delle
due emozioni principali protagoniste, Gioia e Tristezza. La prima è
tutta pensiero positivo, vitalità, impulso egoistico a compenetrare
ogni ricordo; la seconda è all’apparenza un peso da trascinare
letteralmente in giro, una peste che contamina col suo tocco malato
tutto ciò che sfiora. Il viaggio le porterà attraverso la pericolosa
scorciatoia del pensiero astratto, la razionalizzazione che
destruttura, appiattisce e distrugge; e fino al subconscio, dove
“finiscono i piantagrane”, in compagnia del dolce amico immaginario
Bing Bong, mentre Rabbia, Paura e Disgusto, in assenza delle due,
combinano danni ai limiti dell’irreparabile. E’ un percorso emotivo
che conduce, attraverso inquietanti distruzioni a catena,
dall’infanzia all’adolescenza, in cui i ricordi gioiosi del bambino si
tingono di un’azzurrina malinconia, quella del bel tempo che fu e che
non ritornerà. Si rimane sorpresi, nel corso del film, per la cura
scientifica con cui viene rappresentata la mente di Riley: i ricordi
base modificabili a seconda del prevalere delle emozioni, le isole
della personalità, il labirinto della memoria a lungo termine, la
discarica dei ricordi, solo per citarne alcuni. Al contempo il ritmo
rimane sempre serrato, mentre si teme per le sorti di Gioia e
Tristezza, potenzialmente destinate alla discarica o all’esilio, così
come avviene in certe coscienze in avverse situazioni. Alcune scene
permeate da una saggezza un po’ triste ricordano lo splendido “Up”,
diretto precedentemente da Docter; in un microcosmo sorprendente per
l’intelligenza e la sensibilità con cui viene raffigurato, fra il
magico e lo scientifico. Il messaggio finale è commovente e tutt’altro
che scontato; unica pecca il cortometraggio iniziale, “Lava”, melenso
e abbastanza noioso, incomprensibilmente associato ad un film di
tutt’altra levatura.

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