FURY -David Ayer- recensione di Stefania De Zorzi

giugno 24, 2015 at 10:35 am Lascia un commento

fury-
Un ufficiale tedesco a cavallo avanza lentamente nella nebbia su un
campo di battaglia ancora fumante, costellato di carri armati
semi-distrutti: finché Brad Pitt/Don “Wardaddy” Collier, non lo coglie
di sorpresa, mettendo brutalmente fine alla sua vita. Con questa
immagine, bella nel raffronto incongruo fra animale e macchine, si
apre il film “Fury”, diretto da David Ayer, ambientato nell’Aprile del
1945, quando gli americani, penetrati in territorio tedesco, strappano
sanguinosamente una città e un paese dopo l’altro al dominio del
Reich. Rispetto ad altri film bellici visti in passato, è nuova l’idea
di seguire le vite di un gruppo di soldati che condividono lo spazio
claustrofobico e protettivo di un carro armato: Brad Pitt, sfregiato e
carismatico, capeggia una squadra di uomini imbestialiti dagli orrori,
in cui si inserisce, a causa del decesso di uno dei membri,
l’innocente recluta Logan Lerman/Norman Ellison. Il film di Ayer è la
storia di un’educazione, così come in passato era stato anche
“Training Day”, un percorso iniziatico che passa attraverso il primo
omicidio a sangue freddo, la consapevolezza del piacere di uccidere,
il sesso (seppure consenziente) con il nemico conquistato, e
naturalmente l’accettazione del ragazzo, ormai diventato uomo, da
parte della squadra. Si vede la lezione di “American Sniper” nel
coinvolgimento spietato dei bambini, trasformati in carnefici da una
logica atroce, e nel modo di girare certe scene, dove pare di
respirare il fuoco e la polvere. Ayer riesce ad evitare per buona
parte del film il tranello della retorica dei buoni contro i cattivi,
mostrandoci gli americani che elargiscono cioccolato e sigarette ai
vinti non per bontà d’animo, ma in cambio di favori sessuali, mentre i
morti vengono depredati dei loro effetti personali come bottino di
guerra. La scena dell’incontro con le due tedesche rimane memorabile,
carica di tensione e di imprevidibilità, in un’alternanza di dolcezza
e di violenza, mentre lo spettatore si chiede dove arriverà l’iniziale
sgradevolezza del protagonista e dei suoi compagni. Il film non è del
tutto esente da ingenuità e luoghi comuni (il dialogo finale fra
Norman e un Jon Bernthal/Grady Travis poco credibile nella sua
ritrovata umanità ne è un esempio), ma rimane nel complesso
interessante e abbastanza originale, ben diretto in uno stile che
mescola poesia e orrore, e supportato da un ottimo cast, con Logan
Lerman che duetta senza sfigurare con il suo mentore/antagonista Brad
Pitt.

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