BLACKHAT “Michael Mann”

marzo 20, 2015 at 10:40 am Lascia un commento

 

BLACKHAT

Il mondo virtuale contrapposto a quello reale: c’è davvero una
differenza fra i due, o sono ormai talmente compenetrati da rendere
obsoleta la classica distinzione? Michael Mann affronta il tema nel
suo ultimo film, “Blackhat”, di cui è regista e co-sceneggiatore:
Chris Hemsworth interpreta il ruolo di Nicholas Hathaway, hacker
condannato ad un lungo periodo di detenzione, che accetta di
collaborare con l’FBI e con agenti del governo cinese per scovare uno
spietato criminale informatico, il “Blackhat” (una sorta di uomo nero)
del titolo. Fra battaglie informatiche e cruente sparatorie troverà
l’amore della bella Tang Wei/Lien Chen, mettendo nel contempo a
repentaglio la propria vita per sventare i piani del suo feroce
antagonista, in una corsa contro il tempo fra Stati Uniti, Cina,
Hong-Kong, Malesia e gran scontro finale a Jakarta. Per buona parte
del primo tempo lo stile serrato e grintoso di Mann è latitante,
mentre i vari personaggi confluiscono lentamente verso un’unica
direzione, e si accumulano gli indizi con una certa svogliatezza: il
secondo tempo è invece tutt’altra cosa, e lo spettatore riconosce
nelle sparatorie che non risparmiano né buoni né cattivi, e nel
susseguirsi incalzante degli avvenimenti lo stile asciutto, preciso e
teso fino allo spasmo già apprezzato in “Heat” o in “Collateral”. La
violenza nel mondo virtuale corrisponde a morte e distruzione in
quello reale, e gli hacker si affrontano con pistole, pugni e
coltelli, oltre che con virus e trabocchetti nella rete; il nerd
gracile o sovrappeso di tante pellicole precedenti viene sostituito
dall’aitante e muscoloso Chris Hemsworth, che fatica a liberarsi dai
panni eroici del possente Thor. Il cast di contorno è di buon livello,
su tutti spicca Viola Davis/Carol Barrett, nei panni di un risoluto e
brillante agente FBI, figura di donna affascinante e coraggiosa, al di
fuori dei canoni della bellezza classica. Nel complesso un film
imperfetto, in cui Michael Mann, forse stanco del genere e delle sue
convenzioni, è meno attento che in passato alla coerenza dello stile e
alle psicologie dei personaggi, talvolta banalizzate (Nicholas
Hathaway che prende di mira le banche ma non le persone ne è un
esempio). Tuttavia da vedere, oltre che per le ottime scene d’azione e
per i protagonisti simpatici, anche per lo sforzo di rendere
intelligibili al pubblico i contenuti informatici della trama e la
consequenzialità degli eventi, senza i salti logici e le incongruenze
narrative di tanto cinema di genere.

Stefania De Zorzi

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