RE-RECENSIONE “VIZIO DI FORMA” “Paul Thomas Anderson” di Stefania De Zorzi

marzo 7, 2015 at 4:45 pm Lascia un commento

 

viz 3

La nostra percezione della realtà ha fondamenti logici e oggettivi, in
quanto riflette una struttura interpretabile per la psiche umana? O
invece le percezioni sono il frutto dell’alterazione di un mondo fuori
da noi che rimane inconoscibile e dominato da casualità e da
meccanismi incomprensibili? “Vizio di Forma”, film diretto da Paul
Thomas Anderson, adattato dal libro di Thomas Pincheon, esplora il
mondo allucinato del detective Larry “Doc” Sportello/Joaquin Phoenix,
investigatore privato nella Los Angeles del 1970, che viene contattato
dall’ex-fidanzata, la sensuale Shasta Fay/Katherine Waterstone. La
ragazza è l’amante di un palazzinaro milionario e senza scrupoli,
Mickey Wolfmann/Eric Roberts, che potrebbe diventare vittima della
moglie e dell’amante di lei, intenzionati a ricoverarlo in manicomio
per impossessarsi dei suoi beni. Da questo punto di partenza si
moltiplicano eventi e personaggi, fra contrabbando di droga, dentisti
tossici e libertini, poliziotti frustrati, sassofonisti infiltrati
della polizia e costretti ad abbandonare la propria famiglia,
malviventi con la svastica tatuata in viso ed un’astrologa amica del
protagonista, Sortilège, voce narrante che interpreta con dolcezza ed
ironia le peripezie della storia affidandosi alle congiunzioni
astrali. Già dopo breve tempo diventa difficile se non impossibile
tenere le fila della trama, in cui la proliferazione labirintica di
informazioni e personaggi fa dubitare della coerenza narrativa, se non
addirittura della loro “reale” esistenza all’interno della storia.
Joaquin Phoenix è grandioso nell’interpretare un detective hippy che,
con lo sguardo stralunato ed il cervello annebbiato dall’uso massiccio
di spinelli, arranca faticosamente fra indizi sparsi come le tessere
di un puzzle, in ritardo nelle sue conclusioni rispetto allo
spettatore, tragicamente innamorato per “vizio di forma” (in realtà
“vizio intrinseco”) della bella Shasta. Il vizio di forma è
l’inevitabile, quella parte di realtà su cui non abbiamo controllo e
che annulla ogni contratto, ogni tentativo di organizzazione del
mondo. Quasi tutti i personaggi fanno uso di droghe per affrontare il
quotidiano, sia esso borghese o hippy, ricco o povero, il sogno
americano che, comunque lo si guardi, o non viene mai raggiunto, o ha
le connotazioni dell’incubo. Anderson smonta con abilità la
convinzione dello spettatore di saper leggere la storia, di arrivare
al bandolo della matassa, in una narrazione che sembra trasformarsi e
perdersi lungo sentieri secondari man mano che ci si inoltra in essa.
A tratti, nelle oltre due ore e venti di durata del film, lo
sfilacciamento logico, l’incertezza su ciò che è reale e ciò che è
semplicemente un delirio onirico sono frustranti, quasi intollerabili:
per godere della visione bisogna fare lo sforzo di abbandonarsi nel
trip prolungato del protagonista senza guardarlo dall’esterno, e
accettare alla fine l’uscita dal labirinto e la sua ritrovata felicità
senza avere ben compreso che strada si è percorsa per arrivarci. Da
vedere, con la dose di pazienza di chi affronta un rompicapo
affascinante senza avere la pagina delle soluzioni a portata di mano.

INHERENT VICE viz 2

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