AMERICAN SNIPER -Clint Eastwood-

gennaio 19, 2015 at 5:56 pm Lascia un commento

 

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Sorprende e crea disagio “American Sniper”, l’ultimo film diretto da
Clint Eastwood, ispirato alla vita del cecchino Chris Kyle,
considerato leggendario dai suoi commilitoni per l’elevato numero di
uccisioni compiute nel corso di oltre mille giorni di missioni in
Iraq. Bradley Cooper, ingrassato per l’occasione di svariati chili,
interpreta il ruolo del protagonista, texano educato dal padre ad
essere un “cane da pastore”, ovvero custode e guardiano dei più deboli
in un mondo diviso fra pecore e lupi, che decide a trent’anni di
arruolarsi nei Seals, conosce la donna della sua vita Taya/Sienna
Miller, e deve poi cercare di conciliare la ferocia della guerra in
Iraq con il ritorno a casa ad una “normale” vita borghese. Eastwood
sceglie un punto di vista insolito ai giorni nostri per un regista
solitamente acclamato dalla critica, quello del buon soldato fedele
alla patria, a Dio e alla famiglia. Un uomo tutto sommato semplice,
che non si chiede se la guerra che sta combattendo sia giusta o
sbagliata, e in cui vi è spazio solo per gli interrogativi generati da
situazioni concrete, non da elucubrazioni astratte. Splendida e
tesissima la sequenza iniziale dove Kyle/Cooper deve decidere se
sparare ad un ragazzino e alla madre, con contrappunto in flashback
prima del ritorno alla sua infanzia (bella la citazione del cervo da
“Il Cacciatore”), e poi dell’innocuo sparare al tirassegno del Luna
Park durante il corteggiamento alla fidanzata. Kyle è un dio di morte,
e sa di esserlo, ma la sua coscienza rimane integra perché lo fa per
salvare i suoi commilitoni e per combattere il male. E’ un mondo
manicheista, in cui i nemici sono sadici disumani o comunque pedine da
sacrificare senza ripensamenti in un gioco in cui non c’è margine di
errore, in nome della sopravvivenza propria e dei compagni. Eastwood
non risparmia quasi niente alla spettatore, mostrando come un pugno
nello stomaco la morte brutale in diretta di donne e bambini (vittime
innocenti o inconsapevoli strumenti di morte). Si esce dal film col
dubbio che il regista condivida fino in fondo la visione del suo
protagonista, o se invece non ci abbia mostrato intenzionalmente il
punto di vista dell’eroe di guerra e uomo d’azione, con le sue
ingenuità di pensiero contrapposte all’acume e all’abilità sul campo.
Indiscutibile è invece lo stile di Eastwood, personale, lucido, capace
di sfiorare baratri di retorica familiare e bellica senza scivolarvi
dentro; bellissima anche la lunga sequenza sul finale con la battaglia
disperata e la tempesta nel deserto, con le armi di Kyle disseminate
sulla sabbia mentre i compagni lo soccorrono, a suggellare il suo
addio alla vita militare.

Stefania De Zorzi

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