IL GIOVANE FAVOLOSO di Mario Martone

novembre 15, 2014 at 4:59 pm Lascia un commento

 

GIOVANE 1

Ci sono poeti che si studiano per dovere, ed altri che, fin
dall’adolescenza, si amano senza riserve. Fra questi ultimi c’è
Giacomo Leopardi, autore che riesce ad emozionare anche gli animi meno
portati alla lirica per la bellezza e l’universalità dei suoi versi,
rimanendo moderno a distanza di secoli. Va dato merito quindi al
regista Mario Martone per aver deciso con “Il Giovane Favoloso” di
portarne la biografia (o almeno alcune sue fasi fondamentali) sul
grande schermo. Protagonista è l’ottimo Elio Germano, che da subito ci
mostra l’alienità del giovane Leopardi rispetto alla famiglia, alle
convenzioni sociali, ad una Recanati che egli sente piccola e
provinciale. La diversità di Leopardi non è gridata come quella delle
rockstar o di certi intellettuali dei nostri tempi, ma tutta
interiorizzata, ingabbiata fra le cure di un padre premuroso ma
opprimente, e di una madre anaffettiva. Il primo tempo mostra con
efficacia l’esasperazione del poeta per un ambiente ultraconservatore
retto da “principi immutabili” e dominato dalla “vile prudenza, che
tutto agghiaccia”. Il senso di asfissìa, il desiderio di fuga di
Leopardi diventano anche quelli dello spettatore, mentre oltre ad Elio
Germano domina la scena il padre, interpretato da un grande Massimo
Popolizio, invincibile nel suo tirannico amore per il figlio, di cui
riconosce il genio. Tutto è chiuso e claustrofobico nella giovinezza a
Recanati, dalle mura del palazzo di famiglia alle vie del borgo, ed è
con un senso di sollievo che il secondo tempo si apre su uno scorcio
più libero, in cui Leopardi insieme al fedele amico Antonio
Ranieri/Michele Riondino, vive povero ma indipendente a Firenze,
confrontandosi con altri letterati dell’epoca. In uno dei momenti alti
del film, il protagonista, a cui gli intellettuali progressisti
rimproverano di non promuovere l’idea di un mondo che cambia in
meglio, proclama di sentirsi “infelicissimo, con licenza vostra e del
secolo”. La tentazione, anche per lo spettatore, è quella di
identificare la causa della malinconia leopardiana coi gravi problemi
di salute che gli impediscono di godere dell’amore di una donna, e che
lo tormenteranno in misura crescente fino al termine della sua breve
esistenza. Ma il poeta si ribella a questa facile correlazione di
causa-effetto, e protesta l’indipendenza dell’intelletto dalle sue
sfortunate vicende personali.La telecamera rimane attaccata
all’intenso volto di Germano ed alla sua figura sempre più piegata e
contorta per tutta la durata del film, tentando il difficile compito
di mostrare lo straripante genio creativo, il tormento indicibile, la
sensibilità di un uomo la cui esistenza scorre a lato della “vita”
intesa come rapporti con l’altro sesso, carriera, partecipazione alle
rivoluzioni della storia. Martone realizza un film denso,
interessante, accurato, che però talvolta si appesantisce e ristagna,
e prolunga forse troppo a lungo l’agonia del protagonista. Da vedere,
anche se lo stile difetta dell’ineffabile leggerezza che
contraddistingue le opere del suo sommo protagonista.

Stefania De Zorzi

GIOVANE 2

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