I FIGLI DELLA MEZZANOTTE

settembre 23, 2013 at 9:44 am Lascia un commento

Bombay, 1947. Allo scoccare della mezzanotte, nell’anno in cui veniva dichiarata l’indipendenza dell’India dall’Inghilterra, nasce Shiva, figlio di una coppia benestante. Ma in ospedale un’infermiera decide di scambiare il bambino con un altro neonato, Saleem, anch’egli nato esattamente a mezzanotte, ma figlio di un mendicante della casta più umile. L’infermiera è convinta di compiere così un atto di giustizia sociale, in realtà darà solo luogo ad una catena infinita di equivoci e tragedie. E il destino dei “figli della mezzanotte” si dipanerà attraverso i decenni in parallelo con quello dell’India, diventandone metafora.
Il figli della mezzanotte è tratto dall’omonimo best seller di Salman Rushdie e l’immagine simbolo del film, più volte reiterata, è quella del fuoco d’artificio, poiché storia e Storia prendono la forma di una continua esplosione, a volte gioiosa, più spesso drammatica. Deepa Mehta, che aveva piacevolmente sorpreso pubblico e critica con la trilogia FireEarth e Water, si conferma impavida nel portare sul grande schermo le problematiche legate alla sua terra d’origine, da lei lasciata per trasferirsi in Canada, ma mai del tutto abbandonata.
La potenza e la sensualità di certe immagini – un seno nudo visto attraverso l’oblò ritagliato in un lenzuolo, un neonato intoccabile abbandonato su un telo sporco, un primo piano mefistofelico di Indira Ghandi – confermano il talento registico di un’autrice che non ha paura di piazzare la cinepresa in medias res, privando se stessa, e gli spettatori, di filtri emotivi di fronte alla vitalità di un paese fatto di contrasti e contraddizioni, oltre che di grande bellezza. I frequenti excursus nel realismo magico, legati alle apparizioni dei figli della mezzanotte che turbano i sogni ad occhi aperti di Saleem, spingono la narrazione ancora più sopra le righe, restituendo un quadro di forte impatto.
C’è molto amore e molta rabbia da parte della regista verso la propria terra, cui risparmia (cinematograficamente parlando) gli eccessi di folklore e di retorica di altre conterranee espatriate in Occidente. La sensazione per lo spettatore è quella di trovarsi in mezzo ad un fiume in piena al quale è più facile abbandonarsi che opporre resistenza. Un maggiore lavoro di selezione però avrebbe dovuto essere operato sulla sceneggiatura, che tenta di far coesistere tutte le suggestioni e le svolte del romanzo di Rushdie in un film di quasi due ore e mezza. Il risultato è talvolta schiacciante e di difficile decodificazione, soprattutto per chi non ha familiarità con la storia originale.                  http://www.mymovies.it/

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