Promised Land -Gus Van Sant-

settembre 21, 2013 at 10:51 am Lascia un commento

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Steve Butler, con un passato trascorso in campagna, è ora un agente in carriera di una grossa compagnia, la Global, che lo invia insieme a una collega a McKinley, una cittadina rurale. Il loro compito consiste nel convincere gli abitanti a cedere i loro terreni perché vi possano avvenire trivellazioni allo scopo di ricavarne gas naturale. Si prevede che, stretti dalla morsa della crisi, molti non avranno difficoltà a cedere le loro proprietà ma il compito si presenta invece meno semplice di quanto prospettato. Anche perché entra in gioco Dustin Noble, un attivista ambientale apparentemente intenzionato a impedire il successo della compagnia per cui Butler lavora.
Sceneggiato da Matt Damon insieme a John Krasinski, Promised Land avrebbe dovuto essere il film d’esordio di Damon dietro la macchina da presa. Non è stato così a causa di precedenti impegni dell’attore che gli impedivano di seguire le fasi di preparazione e la direzione è passata a Gus Van Sant che aveva già diretto Damon nei notissimiWill Hunting – Genio ribelle e Scoprendo Forrester nonché nel meno noto Gerry. Questa premessa informativa si rende necessaria perché Promised Land è un film che va visto dimenticando chi siede sulla sedia su cui è scritto ‘regia’. Chi ha amato il Van Sant autore dei film di cui sopra ma anche (e soprattutto) il regista di Elephant, di Paranoid Park, di Last days si trova qui dinanzi ad un’altra persona. Ciò non significa che non si sia di fronte ad un’opera dal chiaro impegno civile (anche se con un colpo di scena di troppo che spinge sul pedale della sfiducia generalizzata e soprattutto generica). Un film cioè che aiuta a ricordare che in tempi di crisi globale c’è  chi cerca di fare i propri affari in modo altrettanto globale (vedi il nome dell’azienda) ai danni di persone necessitate dal bisogno di sopravvivenza.
Sono anni, quelli in cui viviamo, che avrebbero bisogno di uno Steinbeck e di un John Ford pronti a narrarli ma purtroppo questo Van Sant non ricorda né l’uno né l’altro. Manca cioè la lucida e vigile pietas (abilmente fusa con un’affilata indagine psicologica) che ha contraddistinto il suo cinema migliore. Tutto finisce con il perdersi nel filone del cinema americano politically correct, a cui manca però quello scatto che lo spinga a distinguersi da quello che altrimenti finisce con il trasformarsi in un sottogenere ricco di buoni sentimenti ma privo di incisività.

Giancarlo Zappoli  http://www.mymovies.it/

 

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