La scomparsa di Alice Creed -J Blakeson-

settembre 21, 2013 at 11:19 am Lascia un commento

Thriller psicologico capace di stimolare un livello emotivo borderline che annoda sempre più allo schermo
Andreina Sirena     * * * * -
Locandina La scomparsa di Alice Creed

Due uomini – un ventenne e un quarantenne – organizzano un appartamento per il sequestro di Alice Creed, la figlia di un ricco uomo d’affari. Una volta rapita la legano mani e piedi al letto in attesa del riscatto milionario. La ragazza non sembra però così arrendevole…
Girato quasi interamente in interni e con soli tre personaggi, il film è tutt’altro che claustrofobico. La sonda psicologica che svela a poco a poco le personalità in un succedersi incalzante di colpi di scena, riesce subito a innescare un processo di proiezione e immedesimazione nello spettatore. Il momento che precede il sequestro con la preparazione dell’appartamento ha il misticismo e la sincronia di un rituale sacro e raggiunge il culmine con la copertura del capo dei carnefici e della vittima. Ha inizio una comunicazione acefala che parla più di qualsiasi sguardo. Tutti e tre nel macabro cappuccio si mascherano e si smascherano a vicenda tradendo emozioni sempre più intessute di adrenalina. Il filo psicologico è tirato fino all’orlo del baratro e vengono fuori sfumature estreme, un livello emotivo borderline che annoda sempre più allo schermo. Si respirano timori e disagi e, man mano che il bandolo si dipana, la narrazione si fa caleidoscopica e i personaggi si svelano ed evolvono, secondo dopo secondo, in combinazioni non considerate.
Gemma Arterton da agnello sacrificale impossibilitato a parlare a motore immobile che muove, genera e muta i piani. Martin Compston (che ha debuttato al cinema con Ken Loach in Sweet Sixteen), qui nei panni di Danny, da ragazzino timoroso e succube, svela presto una natura camaleontica. Eddie Marsan nelle vesti di Vic, combina magistralmente autoritarismo e fragilità. La tensione non viene data, come nella maggior parte dei thriller, da musiche tachicardiche e mannaie inaspettate ma da una vibrazione crescente, un alternarsi di speranze e minacce che mutano le combinazioni.
John Lennon diceva che la vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti. È proprio quello che crea la magia del film. Ognuno deve fare i conti continuamente con l’imprevisto, reinventare se stesso mantenendo il gioco. Lodevole il livello di interpretazione degli attori; oltre che sprofondati nella parte, diventano pienamente solidali con la sceneggiatura. Eccellente riuscita del primo lungometraggio firmato da Blakeson che al culmine della tensione riesce a distendere la trama con trovate ironiche e a riconsegnare equilibrio alla vicenda. Dunque un’opera serrata, profonda, rigorosa e armoniosa. Dove nulla stona; anzi, la colonna sonora di Marc Canham, registrata nei famosi studi di Abbey Road, e l’uso di strumenti originali come il gattam indiano, calzano a pennello.

 

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