Archive for aprile, 2013

RECORD STORE DAY

 

Quando vorresti che un’eccezione diventasse una nuova regola, una nuova abitudine.

Il Record Store Day arriva una volta all’anno, in un giorno di aprile in cui il nostro Alphaville lustra le gloriose insegne, arricchisce gli scaffali e si unisce a quel fiero plotone di indipendenti che in tutto il mondo celebrano il disco. Da Rough Trade East a Third Man Records passando per Honest Jon’s Records e tutte le realtà (a chiamarli “punti vendita” saltan fuori pruriti allergici) che credono, prima ancora che nel supporto, nella musica. Senza di lei il solco è vuoto e il laser impressiona una superficie inerme. Quando invece su quel dischetto di plastica ora tanto demodè e su quel generoso e scuro padellone si schiantano i suoni che amiamo, quelli che ci cullano o ci eccitano, quelli che ci fanno sentir vivi o ci consegnano alle tenui ombre di un terrestre oblio, allora ci accorgiamo che tutto ha più senso. Ha senso la fisicità di un feticcio che domani, sabato, sarà il fulcro di un tributo quasi universale. Ha senso l’artwork che stringe dentro sè l’esotismo di suoni esclusivi, rari. Pepite da coccolare e conservare in un mondo in cui il suono è anche ingombrante sovrastruttura.

I dischi invece ci insegnano che il suono talvolta sa persino farsi da parte, amante incestuoso del silenzio. Il suono sa imitare il rumore, se vuole, oppure è capace di mutare forme, allucinatorio nettare psichedelico. Ebbene, questi dischi, queste pepite hanno nomi, cognomi, sigle, pseudonimi. Si chiamano Nick Drake, Velvet Underground, Verve, Ben Harper, Grateful Dead, King Creosote, Bruce Springsteen… E hanno altri nomi ancora, magari meno altisonanti ma non per questo meno preziosi. Sono loro le pubblicazioni esclusive del Record Store Day 2013.

Il groove è misterioso e gira, pungolato dalla sottile puntina. Si ascolta, si interpreta. Per  accoglierlo servono orecchie capienti e cuori allenati. Poi ognuno di noi chiuderà il cerchio a suo modo: sognando, immaginando, uscendo da sè stesso. Mentre il disco gira, gira, gira…

Emiliano Raffo

aprile 19, 2013 at 9:55 am Lascia un commento

Iron & Wine – Ghost on ghost ( cd – lp )

Sento decisamente che la scuola d’arte mi ha dato questa cieca spavalderia, un coraggio naïve, perché ha instillato in me l’idea che vali solo quanto sarai in grado di fare la prossima volta.
Sam Beam

È proprio così? Difficile dirlo. A volte si ha invece l’impressione che le armi a disposizione siano limitate, che improvvisarsi diversi da quello che si è sia un atto coraggioso ma inutile, e controproducente. Ma Sam Beam. questo, lo sa benissimo. Sa di poter contare sulla sua voce, sulle sue doti di raffinato regista di melodie ed emozioni. E, ora che gli anni da “professionista per caso” cominciano ad accumularsi e il vestito da solitario singer-songwriter comincia a diventare liso, come fare a dare nuova vita alla propria traiettoria d’artista?
Il soul, a pensarci bene, sembra l’ambientazione d’elezione per un cantautore come Iron & Wine, per le sue composizioni, così fluide ed emotive. Molto più delle contaminazioni world e latine che avevano caratterizzato la musica di Beam da “The Shepherd’s Dog” fino al poco ispirato e confuso “Kiss each other clean” (qui c’è in realtà un parziale ritorno nella comunque piacevole “Caught In The Briars”). Qui il contorno – la batteria jazz, le seconde voci, il pianoforte – pare misurato con estrema precisione, a creare un omaggio agli anni 70 del soul, appunto, e alle prime contaminazioni tra jazz e cantautorato.

“It all came down to you and I”: come dichiarato dallo stesso Beam, è la coppia il tema centrale del disco, dalle ombrose, teatrali “Singers And The Endless Song” e “Low Light Buddy Of Mine”, che sembrano ambientate nella “Hadestown” di Anais Mitchell, al Marvin Gaye di “The Desert Babbler”, nella quale viene fuori sicuramente il meglio che la musica di Iron & Wine possa offrire. Quando la voce di Beam si invola sui suoi falsetti di velluto (“New Mexico’s No Breeze”), o scivola nei suoi gorgheggi di usignolo (“Joy”), si capisce subito che la magia di Iron & Wine è tornata, più limpidamente che mai.
L’universalità è un tratto fondamentale e dichiarato della musica di Beam, e anche in “Ghost On Ghost” l’empatia con canzoni d’innamoramento giovanile, come la stupenda “Baby Center’s Stage”, è acuita dal contorno di archi, slide, pianoforte, in un brano che definisce il genere “soft Americana”.

L’acustica diventa definitivamente uno strumento ausiliario (un frinire sommesso in “Grace For Saints And Ramblers”), dimenticato anche quando sarebbe stato sufficiente un arpeggio come accompagnamento (e invece si trasforma in un “a cappella” in “Sundown (Back In The Briars)”). Ma il passaggio è indolore, qui, per la grande attenzione all’unitarietà del disco e alla complementarietà degli arrangiamenti, che, anzi, danno grande respiro alle composizioni più verbose di Beam, come nella gentilemente montante, fino a una jam tra percussioni e sax, “Lovers’ Revolution”.

Ed è così che il proposito di Iron & Wine diventa più che altro un monito per gli ascoltatori: attenti, perché qualsiasi dei suoi prossimi dischi potrebbe essere il suo migliore.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

aprile 17, 2013 at 10:06 am Lascia un commento

Ernest e Celestine di Vincent Patar e Benjamin Renner ( dvd )

Nel mondo degli orsi è impossibile fare amicizia con un topolino. La diffidenza è ai massimi livelli. Peraltro nel mondo sotterraneo dei topi l’orso rappresenta il peggiore dei pericoli che si possano incontrare. Inoltre il futuro dei più piccoli è già segnato. Dovranno tutti accedere alla professione più necessaria: il dentista. La giovane Célestine, un’orfana con il desiderio di diventare pittrice, sfugge al mondo opprimente dei topi e incontra l’orso Ernest, clown e musicista.
All’origine di questo delizioso film di animazione, presentato alla Quinzaine des Realisateurs al Festival di Cannes, ci sono i libri disegnati da Gabrielle Vincent e tradotti in molti paesi del mondo. Nate all’inizio degli anni Ottanta le avventure dell’orso Ernest e della topolina Célestine conservano il talento di pittrice e narratrice a partire dal quotidiano della loro creatrice. A questa già più che efficace modalità di narrazione si aggiunge il talento di uno dei più famosi scrittori francesi, Daniel Pennac. La sua sceneggiatura è rispettosa della fonte originale e, al contempo, memore di quando leggeva all’allora sua figlia piccola le storie della Vincent divenendo per lei il buon orso artista. Non è facile trovare un’animazione così raffinata e al contempo capace di parlare al cuore e alla razionalità di adulti e bambini. Perché il discorso sul pregiudizio passa attraverso una storia di amicizia che il mondo ritiene impossibile conservando un ancoraggio alla realtà (una su tutte la scena del tribunale) ma trasfigurandolo attraverso quella poesia del tratto e dello sguardo che troppo spesso rischiamo di dimenticare travolti come siamo da immagini senz’anima. Un’anima che invece hanno sia Benjamin Renner (alla sua prima esperienza nel mondo dell’animazione) e i già rodati suoi co-realizzatori Vincent Patar e Stéphane Aubier (Panico al villaggio).

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

aprile 15, 2013 at 10:13 am Lascia un commento

Knife – Shaking the Habitual ( cd – 3lp )

E’ il 2006 e i fratellini Dreijer sganciano dal cilindro il loro terzo disco, distaccandosi ancora una volta dal passato, dando vita a uno dei migliori esempi di synth-pop postmoderno degli anni Zero. Segue una meravigliosa tournée in giro per l’Europa con proiezioni, maschere e suoni d’antologia a rendere il tutto ancora più surreale e tremendamente accattivante. Poi una lunga pausa con Karin impegnata nel suo personale progetto Fever Ray (comunque supportata dal fratellino) e l’electro-opera teatrale a nome Knife con Matthew Sims, aka Mount Sims, e Janine “Planningtorock” Jostron, a segnalare un distacco totale dalla creatura originaria. “Tomorrow in a year” è in effetti un esperimento a sé, da non considerarsi allineabile con la restante discografia del duo. L’inconfutabile prova di una versatilità e di una ricerca sonora fuori dagli schemi e dalle piazze. Alla luce di tali considerazioni, sette anni d’attesa sono dunque tanti, forse troppi nell’era digitale e del consumismo musicale sfrenato in cui le emozioni bruciano a una velocità pazzesca, quasi fossero usa e getta. Insomma, per i due svedesi lo scorrere del tempo e delle condizioni a quanto pare non conta e l’ispirazione è saggiamente posta sopra ogni cosa. A Olof e Karin importa innanzitutto la bontà delle proprie intenzioni, lo spirito giusto attraverso cui sciogliere le proprie riserve e la spinta propulsiva con la quale modellare la propria musica. “Il coltello” è quindi affondato solo quando le cose girano a dovere e la mano è ben ferma ai controlli.

Così, “Shaking The Habitual” arriva dopo svariate mutazioni parallele e con una ritrovata consapevolezza, a suggellare ancora una volta l’indomita smania dei due Dreijer nell’intraprendere sistematicamente le direzioni più insolite. Stavolta, è una profonda ricerca di un precostituito esoterismo electro a scuotere l’ossatura del suono targato Knife. C’è da shakerare l’abitudine, la quotidianità, l’elemento ciclico. Il ritmo diventa così asettico e a suo modo tribale, mentre vengono riposti nel cassetto i bagliori sintetici di grande resa che caratterizzavano l’anima pulsante di “Silent Shout“. A tratti è intuibile anche un certo ritorno alle origini, e in alcuni fraseggi riappare l’armamentario avantgarde e la passione per l’obliquità dei suoni, vedi la suite “Old Dreams Waiting To Be Realized” in scia Amon Duul II (!) versione “The Marilyn Monroe-Memorial-Church”. E basta un solo intermezzo strumentale (“Crake”, la stessa “Oryx”) a evidenziare prepotentemente questa fuga quartomondista dal pianeta Terra, senza scomodare l’altro trip iniziatico del disco (“Cherry On Top”).
Il tambureggiare sbilenco di “Raging Lung”, con tanto di fiato distorto nel finale, rasenta poi sentieri mistici, così come il crescendo nevrotico e oscenamente pimpante di “Networking”. Mentre la follia totale palesata in “Fracking Fluid Injection” devia ulteriormente la faccenda, già di per sé eccessivamente spinosa. Dieci minuti esatti di lamenti, invocazioni e un’ondulazione metallica come metronomo prima di cadere nel burrone, a destar sgomento e un’insolita perdizione sensoriale. “Ready To Lose” chiude infine le “danze” con Karin che intona nuovamente (e finalmente) qualcosa di sensato e conciliante.

Meritano una differente considerazione le due tracce più immediate del disco, ovverosia “A Tooth For An Eye” (Bjork nel mirino) e l’ossessiva “Full Of Fire”, per certi versi entrambe prive di elementi destabilizzanti, al contrario della danza voodoo in perfetto stile Knife di “Without You My Life Would Be Boring”. Nell’album, domina comunque una minore plasticità nei suoni, e si evince una maggiore psichedelia nelle varie sfumature. Alcune brevi parti strumentali rimandano a sprazzi le piroette cosmiche dei corrieri crucchi. Talvolta, si avverte finanche un’atmosfera asfissiante, clamorosamente spigolosa, con la Dreijer mai così acida e deturpata, tanto da sguazzare in diversi punti come una Bjork meno angolare nella direzionalità delle corde vocali, ma con una schizofrenia esecutiva decisamente personale.
I due schizzano un po’ a destra e a manca, sia nel ritmo, sia nelle presunte e poche “melodie”, sovrapponendo agilmente le loro deviazioni elettroniche senza intaccare la resa e l’insieme reso perennemente mutevole e discordante. L’oscurità disarmante dell’omonimo “Fever Ray”, attraverso cui Karin Dreijer è riuscita a fuoriuscire magnificamente dall’assetto Knife, mantenendosi mediante le atmosfere create nei pressi di una caverna sonora, è dunque solo un amorevole ricordo. In “Shaking The Habitual” c’è ben altro a cui badare. C’è sicuramente meno “maniera”. Si danza in una foresta perduta, tra sciamani cibernetici e riti amletici. E’ doveroso segnalare anche la maggiore vicinanza alle ultime creazioni di Janine Rostron, loro amica e collaboratrice a più riprese (non a caso, le vennero affidati dei remix ufficiali di pezzi degli stessi Knife già nel lontano 2005). In tal senso, l’ipnotica andatura di “Stay Out Here” pare essere uscita da un disco qualunque della stessa Janine.

“Shaking The Habitual” è in definitiva un disco che dividerà formalmente tutti coloro che seguono il duo fin dalle origini, deludendo sicuramente chi si aspetta una maggiore fruibilità melodica e una pulsazione più lineare, ma emozionando quella fetta di adulatori disposta a seguire qualsiasi rotta intrapresa dagli svedesi. L’intrigante viaggio musicale della coppia più bizzarra dell’elettronica scandinava procede dunque a gonfie vele, e senza cedere a fermate accomodanti prive di una qualsiasi identità artistica.

Giuliano Delli Paoli (www.ondarock.it)

aprile 13, 2013 at 11:11 am Lascia un commento

Ballata dell’odio e dell’amore di Alex De La Iglesia ( dvd e b-ray )

Guerra civile spagnola. Durante uno spettacolo circense, i due pagliacci in scena vengono arruolati a combattere nell’esercito repubblicano. Uno di loro viene arrestato e costretto a lavorare per lo stato. Il giovane figlio Javier organizza un attentato per vendicarsi dei soprusi subiti ma, nello scoppio, muore anche il padre. Da grande, sotto la dittatura di Franco, viene assunto come Pagliaccio triste in un circo, dove incontra Sergio, il suo alter ego sorridente, con il quale dovrà dividere il palco e l’amore per l’acrobata Natalia.
I mostri politici della storia – raccolti nel quadro spaventoso dei titoli di testa – hanno una responsabilità precisa nei confronti di chi governano. Se il potere impera attraverso repressioni violente, il popolo subisce le conseguenze di quella prepotenza perchè diventa parte di essa, pur senza averne la colpa. Come un virus insidioso, il terrore della guerra civile spagnola mette radice in corpi indifesi come quello del piccolo Javier. Il padre, pagliaccio per mestiere e tradizione, lo invita ad assaporare il fascino della vendetta, investendolo di una missione distruttiva che si alimenterà inesorabilmente, malgrado le occasioni di rinsavimento poste dal destino.
De la Iglesia recupera, dopo la più rarefatta narrazione di Oxford Murders, l’uso dotto del grottesco de La Comunidad.
Potrebbe sembrare azzardato e inopportuno tramandare la Storia ai posteri attraverso lo sguardo di un pagliaccio impazzito, prima schiavo della sua bontà, poi vittima di un’inarrestabile rincorsa alla ritorsione. Il regista, invece, riesce a coniugare la maschera del clown triste e il corredo di suggestioni che il personaggio porta con sè, con il dramma di un paese smunto di umanità, felice solo nei telegiornali di propaganda franchista.
Il solitario Javier morde se stesso e gli altri, deturpa il viso del suo nemico Sergio e uccide tutti quelli che impediscono la rivincita sui potenti. L’oggetto del desiderio Natalia scappa ma è, allo stesso tempo, attratta dal male. Tutti i personaggi aderiscono ad un’idea di vita fondata sul masochismo, come a dire che in quel particolare atteggiamento, si nasconda l’unico modo per resistere al dolore provocato dagli altri. L’estremizzazione dei caratteri si accorda con la costruzione di scene di esagerata violenza, dove solitudine e tristezza si incontrano e danzano insieme sulle note malinconiche di una ballata ipnotica e seducente.

Nicoletta Dose (www.mymovies.it)

aprile 12, 2013 at 10:06 am Lascia un commento

Steven Wilson – The raven that refused to sing ( cd – 2lp – bray )

Sin dal principio della sua carriera, quando ancora registrava in uno studio embrionale con pochi mezzi e la “copertura” della prima, finta line-up dei Porcupine Tree, Steven Wilson ha voluto precisare che la sua musica non era catalogabile come progressive. Una sorta di battaglia personale, quella dell’ormai portabandiera della rinascita del rock anni Settanta nel nuovo millennio, che non ha or vero mai trovato un riscontro credibile nella sua musica. Se i primi Porcupine Tree, infatti, subivano un’evidente e innegabile influenza da parte dei Pink Floyd della prima era, con l’evolversi della loro storia e la trasformazione in band vera e propria, Wilson e compagni sono arrivati a divenire addirittura l’emblema del neo-prog tutto, conducendo pure per mano del leader altre formazioni su quella strada (Opeth e Anathema, tanto per dirne due) fino all’ultima deriva spigolosa che sarebbe surreale rifiutarsi di accomunare a quella contemporanea degli inossidabili King Crimson.

Come si aveva già avuto modo di affermare nella recensione del live “Octane Twisted”, da ormai tre anni i Porcupine Tree di fatto non esistono più, tanto che i singoli membri hanno proseguito o avviato progetti solisti tutt’altro che minori (a tal proposito, Richard Barbieri sta per partire in tour con il frontman dei Marillion Steve Hogarth, con cui ha pure pubblicato l’anno scorso un bellissimo “Not The Weapon But The Hand”). Wilson, negli ultimi tre anni, si è in particolare focalizzato sulla carriera solista a suo nome, arruolando fra le sue fila una band tutta nuova e di notevole spessore (Guthrie Govan alla chitarra, Nick Beggs al basso, Adam Holzman alle tastiere, Marco Minneman alle percussioni e il longevo Theo Travis ai fiati), che dal vivo è riuscita in più d’un occasione ad eguagliare i Porcupine Tree in intensità e affiatamento.

Dopo questa necessaria prefazione, facciamo un passo indietro. La prima testimonianza del Wilson solista risale a quell’ ”Insurgentes” del 2008 che aveva tentato di oltrepassare in crudezza il già non troppo docile “Fear of a blank planet” della band, uscito un anno prima. Poi, dopo lo hiatus successivo a “The Incident”, arrivò quello che può essere considerato il primo vero lavoro di quella che è oggi la pelle principale del Nostro: si parla di “Grace for drowning”, un quasi-capolavoro che (ancor più dal vivo) era riuscito a spazzar via in un sol colpo i vari (e ottimi) “The Incident”, “Deadwing” e “In Absentia”. Un disco – e qui stava la novità – di puro progressive-rock, che riusciva addirittura a ricordare i tempi ormai abbandonati di “Stupid Dream” e “Lightbulb Sun”. Un passo indietro con la confidenza di anni in più nel bagaglio d’esperienza, e forse il punto più alto del Wilson “progressivo”. Ma, soprattutto, la negazione ultima della tesi tanto fomentata dallo stesso.

Dopo quell’album, nemmeno lo stesso musicista aveva avuto il coraggio di scollarsi di dosso un’etichetta ormai troppo evidente. E, neanche a farlo apposta, questo suo nuovo e largamente annunciato lavoro segna il matrimonio definitivo e inscindibile fra il suo nome e il progressive rock. Un album nostalgico, che come pochi guarda indietro, non solo nello stile e nelle strutture ma pure nei suoni, nel clima e nelle tematiche. Un disco che, fosse uscito nel 1980, avrebbe potuto tranquillamente spalleggiare con chi a quel tempo non aveva dimenticato King Crimson, GenesisYes e (sì, pure loro) Van Der Graaf Generator.

“The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” proietta già dal titolo nel mondo della fantasia e del sogno: non più, però, quello alienato e guidato dall’lsd di “Jupiter Island” e “Radioactive Toy”, bensì quello spontaneo e fiabesco dei “dinosauri” dell’epopea prog. Viene facile pensare che il contributo decisivo a questa mutazione l’abbia dato l’incontro con l’immarcescibile Steve Hackett, i cui ultimi lavori ethno-prog sono richiamati in più d’un occasione. Così “Luminol” è un saliscendi che riporta direttamente agli Yes di “Close To The Edge”, fra Hammond e cambi di tempo, aperture corali e giochi di pieno e vuoto, esplosioni e ammiccamenti. Dodici minuti di intensità incredibile, per quanto (volutamente, e c’è da crederlo) in tutto e per tutto “retro’”. “Drive Home” è una ballata più “moderna”, ma lo spettro dei Genesis di “A Trick Of The Tail” non riesce a star lontano (qui ci si era già arrivati in “Postcard” dall’album precedente): la dolcezza e la spontaneità che guidano la melodia non sono mai state così marcate, e i maggiori difetti imputabili almeno a parte della produzione dei Porcupine Tree (la freddezza e la poca spontaneità) paiono essere del tutto superati.

“The Holy Drinker” si muove per altri 10 minuti nei territori dello Steve Hackett solista, guidato dagli assoli al flauto di un Theo Travis in forma smagliante, e “The Pin Drop” cerca e trova nuovamente l’effetto montagna-russa, rimarcando con la sua coralità l’incredibile affiatamento della band. Ma l’apice del lavoro tutto arriva nello strumentale “The Watchmaker”, che parte fra arpeggi di chitarra e raggiunge un finale da capogiro esplodendo nell’ennesimo unisono di voce, elettrica, ritmo e tastiere, passando nel mezzo per un assolo pianistico in tempo dispari e un altro affidato alla spiazzante e fenomenale chitarra di Govan. L’emozionante ed epico finale della title track, di sicuro il brano più evocativo e intimo del disco, riesce a condurre nel migliore dei modi all’uscita di questa raccolta di fiabe, nata nella semplicità e nell’umiltà, due elementi fino a prima estranei all’universo personale di Wilson.

Raggiungere lo status di maturità è un processo lungo e pieno di ostacoli e miraggi, che non può certo prescindere dall’analisi e correzione dei propri errori. E sembra proprio questo l’elemento che rende “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” con tutta probabilità il disco più completo, coeso, riuscito della carriera di Steven Wilson, il disco della maturità intesa non come rassegnazione e accettazione dei propri limiti, ma come avvicinamento alla forma più probabile di perfezione personale. Correndo il rischio, senza dubbio alcuno, di poter incappare in uno dei miraggi di cui sopra, di sicuro il più bello e memorabile. Sognare non è vietato, come non lo era lasciarsi guidare dai trip: Wilson pare volercelo dire, e questa volta un plauso lo merita per la capacità di persuadere.

Di sicuro un capolavoro, probabilmente Il capolavoro. Di questo passo, inutile negare che la mancanza affettiva dei Porcupine Tree può passare tranquillamente in secondo piano. Con un sentito “lunga vita” al progressive e a chi, pur negandolo, continua anche a quarant’anni dalla sua epopea a tenerlo in vita.

Matteo Meda (www.ondarock.it)

aprile 11, 2013 at 10:43 am Lascia un commento

Hotel Transylvania di Genndy Tartakovsky ( dvd e b-ray )

Per festeggiare il 118° compleanno della figlia Mavis, Dracula ha invitato nel suo hotel di lusso gli amici di sempre, da Frankenstein al lupo mannaro, e tanti altri mostri ancora, con famiglia al seguito, per un party indimenticabile. Dentro la fortezza inespugnabile, che il conte ha eretto in seguito alla tragedia che ha segnato per sempre la sua vita, ogni sorta di creatura pelosa o gelatinosa, gigantesca o piena di teste, è sicura di poter trascorrere un weekend pacifico, lontano dal pericolo dei pericoli: l’incontro con un umano. Così, quando il ventunenne Jonathan, zaino in spalla, varca inaspettatamente la porta girevole della hall, per evitare il panico tra i suoi ospiti, Dracula non può far altro che mascherarlo da mostro e cercare di cacciarlo il prima possibile. Peccato che Mavis provi per lui una simpatia istantanea e ricambiata.
Tartakovsky arriva al primo lungometraggio con un’esperienza che va dal televisivo (elegantissimo) Samurai Jack al pluripremiato Star Wars: la guerra dei cloni e non permette certo di parlare di esordio. Con Hotel Transylvania l’intento, superato a pieni voti, sembra quello di voler fare del film una festa e dunque un evento da ricordare. Sfruttando l’unità di tempo di una notte e la circostanza narrativa del compleanno della maturità della vampirella protagonista, il regista e la sua squadra inanellano una serie pirotecnica di sequenze ad alto tasso di energia inventiva senza mai perdere il sentiero del racconto principale, ovvero la storia di un passaggio di amorose consegne tra un padre devoto e iperprotettivo e un giovane strambo ma buono, proprio come i mostri del film.
Non sarebbe dispiaciuto un lavoro sui personaggi che offrisse ad ognuno almeno un piccolo momento biografico, poiché, dall’uomo invisibile alla mummia alla piccola licantropa, la materia è così ispirata e bella che la si vorrebbe vedere espansa, ma la scelta di campo è chiara e coerente: tutto concorre ad allestire un grande Hellzapoppin’ dove le singole partecipazioni non hanno diritto a momenti di gloria personale, dove il lavoro sui personaggi è soprattutto un lavoro sul corpo (sulla sua scomposizione in chiave slapstick) e la costruzione dell’inquadratura è principalmente corale, basata sulla giustapposizione di proporzioni incongrue e divertenti.
Se il ribaltamento tra mostri ricchi di umanità e umani creduti mostruosi non è più una novità, dopo il gioiello di casa Pixar e i tanti epigoni, il romanticismo sincero di questo film è invece una nota piuttosto inesplorata e più che mai indovinata.
Buono anche il doppiaggio, sia per la prova di Bisio e Capotondi nel dar voce a Dracula e pupilla, sia per la traduzione, che conserva lo smalto della battute originali e delle canzoni.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

aprile 10, 2013 at 10:29 am Lascia un commento

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