Archive for aprile, 2013

Knife – Shaking the Habitual ( cd – 3lp )

E’ il 2006 e i fratellini Dreijer sganciano dal cilindro il loro terzo disco, distaccandosi ancora una volta dal passato, dando vita a uno dei migliori esempi di synth-pop postmoderno degli anni Zero. Segue una meravigliosa tournée in giro per l’Europa con proiezioni, maschere e suoni d’antologia a rendere il tutto ancora più surreale e tremendamente accattivante. Poi una lunga pausa con Karin impegnata nel suo personale progetto Fever Ray (comunque supportata dal fratellino) e l’electro-opera teatrale a nome Knife con Matthew Sims, aka Mount Sims, e Janine “Planningtorock” Jostron, a segnalare un distacco totale dalla creatura originaria. “Tomorrow in a year” è in effetti un esperimento a sé, da non considerarsi allineabile con la restante discografia del duo. L’inconfutabile prova di una versatilità e di una ricerca sonora fuori dagli schemi e dalle piazze. Alla luce di tali considerazioni, sette anni d’attesa sono dunque tanti, forse troppi nell’era digitale e del consumismo musicale sfrenato in cui le emozioni bruciano a una velocità pazzesca, quasi fossero usa e getta. Insomma, per i due svedesi lo scorrere del tempo e delle condizioni a quanto pare non conta e l’ispirazione è saggiamente posta sopra ogni cosa. A Olof e Karin importa innanzitutto la bontà delle proprie intenzioni, lo spirito giusto attraverso cui sciogliere le proprie riserve e la spinta propulsiva con la quale modellare la propria musica. “Il coltello” è quindi affondato solo quando le cose girano a dovere e la mano è ben ferma ai controlli.

Così, “Shaking The Habitual” arriva dopo svariate mutazioni parallele e con una ritrovata consapevolezza, a suggellare ancora una volta l’indomita smania dei due Dreijer nell’intraprendere sistematicamente le direzioni più insolite. Stavolta, è una profonda ricerca di un precostituito esoterismo electro a scuotere l’ossatura del suono targato Knife. C’è da shakerare l’abitudine, la quotidianità, l’elemento ciclico. Il ritmo diventa così asettico e a suo modo tribale, mentre vengono riposti nel cassetto i bagliori sintetici di grande resa che caratterizzavano l’anima pulsante di “Silent Shout“. A tratti è intuibile anche un certo ritorno alle origini, e in alcuni fraseggi riappare l’armamentario avantgarde e la passione per l’obliquità dei suoni, vedi la suite “Old Dreams Waiting To Be Realized” in scia Amon Duul II (!) versione “The Marilyn Monroe-Memorial-Church”. E basta un solo intermezzo strumentale (“Crake”, la stessa “Oryx”) a evidenziare prepotentemente questa fuga quartomondista dal pianeta Terra, senza scomodare l’altro trip iniziatico del disco (“Cherry On Top”).
Il tambureggiare sbilenco di “Raging Lung”, con tanto di fiato distorto nel finale, rasenta poi sentieri mistici, così come il crescendo nevrotico e oscenamente pimpante di “Networking”. Mentre la follia totale palesata in “Fracking Fluid Injection” devia ulteriormente la faccenda, già di per sé eccessivamente spinosa. Dieci minuti esatti di lamenti, invocazioni e un’ondulazione metallica come metronomo prima di cadere nel burrone, a destar sgomento e un’insolita perdizione sensoriale. “Ready To Lose” chiude infine le “danze” con Karin che intona nuovamente (e finalmente) qualcosa di sensato e conciliante.

Meritano una differente considerazione le due tracce più immediate del disco, ovverosia “A Tooth For An Eye” (Bjork nel mirino) e l’ossessiva “Full Of Fire”, per certi versi entrambe prive di elementi destabilizzanti, al contrario della danza voodoo in perfetto stile Knife di “Without You My Life Would Be Boring”. Nell’album, domina comunque una minore plasticità nei suoni, e si evince una maggiore psichedelia nelle varie sfumature. Alcune brevi parti strumentali rimandano a sprazzi le piroette cosmiche dei corrieri crucchi. Talvolta, si avverte finanche un’atmosfera asfissiante, clamorosamente spigolosa, con la Dreijer mai così acida e deturpata, tanto da sguazzare in diversi punti come una Bjork meno angolare nella direzionalità delle corde vocali, ma con una schizofrenia esecutiva decisamente personale.
I due schizzano un po’ a destra e a manca, sia nel ritmo, sia nelle presunte e poche “melodie”, sovrapponendo agilmente le loro deviazioni elettroniche senza intaccare la resa e l’insieme reso perennemente mutevole e discordante. L’oscurità disarmante dell’omonimo “Fever Ray”, attraverso cui Karin Dreijer è riuscita a fuoriuscire magnificamente dall’assetto Knife, mantenendosi mediante le atmosfere create nei pressi di una caverna sonora, è dunque solo un amorevole ricordo. In “Shaking The Habitual” c’è ben altro a cui badare. C’è sicuramente meno “maniera”. Si danza in una foresta perduta, tra sciamani cibernetici e riti amletici. E’ doveroso segnalare anche la maggiore vicinanza alle ultime creazioni di Janine Rostron, loro amica e collaboratrice a più riprese (non a caso, le vennero affidati dei remix ufficiali di pezzi degli stessi Knife già nel lontano 2005). In tal senso, l’ipnotica andatura di “Stay Out Here” pare essere uscita da un disco qualunque della stessa Janine.

“Shaking The Habitual” è in definitiva un disco che dividerà formalmente tutti coloro che seguono il duo fin dalle origini, deludendo sicuramente chi si aspetta una maggiore fruibilità melodica e una pulsazione più lineare, ma emozionando quella fetta di adulatori disposta a seguire qualsiasi rotta intrapresa dagli svedesi. L’intrigante viaggio musicale della coppia più bizzarra dell’elettronica scandinava procede dunque a gonfie vele, e senza cedere a fermate accomodanti prive di una qualsiasi identità artistica.

Giuliano Delli Paoli (www.ondarock.it)

aprile 13, 2013 at 11:11 am Lascia un commento

Ballata dell’odio e dell’amore di Alex De La Iglesia ( dvd e b-ray )

Guerra civile spagnola. Durante uno spettacolo circense, i due pagliacci in scena vengono arruolati a combattere nell’esercito repubblicano. Uno di loro viene arrestato e costretto a lavorare per lo stato. Il giovane figlio Javier organizza un attentato per vendicarsi dei soprusi subiti ma, nello scoppio, muore anche il padre. Da grande, sotto la dittatura di Franco, viene assunto come Pagliaccio triste in un circo, dove incontra Sergio, il suo alter ego sorridente, con il quale dovrà dividere il palco e l’amore per l’acrobata Natalia.
I mostri politici della storia – raccolti nel quadro spaventoso dei titoli di testa – hanno una responsabilità precisa nei confronti di chi governano. Se il potere impera attraverso repressioni violente, il popolo subisce le conseguenze di quella prepotenza perchè diventa parte di essa, pur senza averne la colpa. Come un virus insidioso, il terrore della guerra civile spagnola mette radice in corpi indifesi come quello del piccolo Javier. Il padre, pagliaccio per mestiere e tradizione, lo invita ad assaporare il fascino della vendetta, investendolo di una missione distruttiva che si alimenterà inesorabilmente, malgrado le occasioni di rinsavimento poste dal destino.
De la Iglesia recupera, dopo la più rarefatta narrazione di Oxford Murders, l’uso dotto del grottesco de La Comunidad.
Potrebbe sembrare azzardato e inopportuno tramandare la Storia ai posteri attraverso lo sguardo di un pagliaccio impazzito, prima schiavo della sua bontà, poi vittima di un’inarrestabile rincorsa alla ritorsione. Il regista, invece, riesce a coniugare la maschera del clown triste e il corredo di suggestioni che il personaggio porta con sè, con il dramma di un paese smunto di umanità, felice solo nei telegiornali di propaganda franchista.
Il solitario Javier morde se stesso e gli altri, deturpa il viso del suo nemico Sergio e uccide tutti quelli che impediscono la rivincita sui potenti. L’oggetto del desiderio Natalia scappa ma è, allo stesso tempo, attratta dal male. Tutti i personaggi aderiscono ad un’idea di vita fondata sul masochismo, come a dire che in quel particolare atteggiamento, si nasconda l’unico modo per resistere al dolore provocato dagli altri. L’estremizzazione dei caratteri si accorda con la costruzione di scene di esagerata violenza, dove solitudine e tristezza si incontrano e danzano insieme sulle note malinconiche di una ballata ipnotica e seducente.

Nicoletta Dose (www.mymovies.it)

aprile 12, 2013 at 10:06 am Lascia un commento

Steven Wilson – The raven that refused to sing ( cd – 2lp – bray )

Sin dal principio della sua carriera, quando ancora registrava in uno studio embrionale con pochi mezzi e la “copertura” della prima, finta line-up dei Porcupine Tree, Steven Wilson ha voluto precisare che la sua musica non era catalogabile come progressive. Una sorta di battaglia personale, quella dell’ormai portabandiera della rinascita del rock anni Settanta nel nuovo millennio, che non ha or vero mai trovato un riscontro credibile nella sua musica. Se i primi Porcupine Tree, infatti, subivano un’evidente e innegabile influenza da parte dei Pink Floyd della prima era, con l’evolversi della loro storia e la trasformazione in band vera e propria, Wilson e compagni sono arrivati a divenire addirittura l’emblema del neo-prog tutto, conducendo pure per mano del leader altre formazioni su quella strada (Opeth e Anathema, tanto per dirne due) fino all’ultima deriva spigolosa che sarebbe surreale rifiutarsi di accomunare a quella contemporanea degli inossidabili King Crimson.

Come si aveva già avuto modo di affermare nella recensione del live “Octane Twisted”, da ormai tre anni i Porcupine Tree di fatto non esistono più, tanto che i singoli membri hanno proseguito o avviato progetti solisti tutt’altro che minori (a tal proposito, Richard Barbieri sta per partire in tour con il frontman dei Marillion Steve Hogarth, con cui ha pure pubblicato l’anno scorso un bellissimo “Not The Weapon But The Hand”). Wilson, negli ultimi tre anni, si è in particolare focalizzato sulla carriera solista a suo nome, arruolando fra le sue fila una band tutta nuova e di notevole spessore (Guthrie Govan alla chitarra, Nick Beggs al basso, Adam Holzman alle tastiere, Marco Minneman alle percussioni e il longevo Theo Travis ai fiati), che dal vivo è riuscita in più d’un occasione ad eguagliare i Porcupine Tree in intensità e affiatamento.

Dopo questa necessaria prefazione, facciamo un passo indietro. La prima testimonianza del Wilson solista risale a quell’ ”Insurgentes” del 2008 che aveva tentato di oltrepassare in crudezza il già non troppo docile “Fear of a blank planet” della band, uscito un anno prima. Poi, dopo lo hiatus successivo a “The Incident”, arrivò quello che può essere considerato il primo vero lavoro di quella che è oggi la pelle principale del Nostro: si parla di “Grace for drowning”, un quasi-capolavoro che (ancor più dal vivo) era riuscito a spazzar via in un sol colpo i vari (e ottimi) “The Incident”, “Deadwing” e “In Absentia”. Un disco – e qui stava la novità – di puro progressive-rock, che riusciva addirittura a ricordare i tempi ormai abbandonati di “Stupid Dream” e “Lightbulb Sun”. Un passo indietro con la confidenza di anni in più nel bagaglio d’esperienza, e forse il punto più alto del Wilson “progressivo”. Ma, soprattutto, la negazione ultima della tesi tanto fomentata dallo stesso.

Dopo quell’album, nemmeno lo stesso musicista aveva avuto il coraggio di scollarsi di dosso un’etichetta ormai troppo evidente. E, neanche a farlo apposta, questo suo nuovo e largamente annunciato lavoro segna il matrimonio definitivo e inscindibile fra il suo nome e il progressive rock. Un album nostalgico, che come pochi guarda indietro, non solo nello stile e nelle strutture ma pure nei suoni, nel clima e nelle tematiche. Un disco che, fosse uscito nel 1980, avrebbe potuto tranquillamente spalleggiare con chi a quel tempo non aveva dimenticato King Crimson, GenesisYes e (sì, pure loro) Van Der Graaf Generator.

“The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” proietta già dal titolo nel mondo della fantasia e del sogno: non più, però, quello alienato e guidato dall’lsd di “Jupiter Island” e “Radioactive Toy”, bensì quello spontaneo e fiabesco dei “dinosauri” dell’epopea prog. Viene facile pensare che il contributo decisivo a questa mutazione l’abbia dato l’incontro con l’immarcescibile Steve Hackett, i cui ultimi lavori ethno-prog sono richiamati in più d’un occasione. Così “Luminol” è un saliscendi che riporta direttamente agli Yes di “Close To The Edge”, fra Hammond e cambi di tempo, aperture corali e giochi di pieno e vuoto, esplosioni e ammiccamenti. Dodici minuti di intensità incredibile, per quanto (volutamente, e c’è da crederlo) in tutto e per tutto “retro’”. “Drive Home” è una ballata più “moderna”, ma lo spettro dei Genesis di “A Trick Of The Tail” non riesce a star lontano (qui ci si era già arrivati in “Postcard” dall’album precedente): la dolcezza e la spontaneità che guidano la melodia non sono mai state così marcate, e i maggiori difetti imputabili almeno a parte della produzione dei Porcupine Tree (la freddezza e la poca spontaneità) paiono essere del tutto superati.

“The Holy Drinker” si muove per altri 10 minuti nei territori dello Steve Hackett solista, guidato dagli assoli al flauto di un Theo Travis in forma smagliante, e “The Pin Drop” cerca e trova nuovamente l’effetto montagna-russa, rimarcando con la sua coralità l’incredibile affiatamento della band. Ma l’apice del lavoro tutto arriva nello strumentale “The Watchmaker”, che parte fra arpeggi di chitarra e raggiunge un finale da capogiro esplodendo nell’ennesimo unisono di voce, elettrica, ritmo e tastiere, passando nel mezzo per un assolo pianistico in tempo dispari e un altro affidato alla spiazzante e fenomenale chitarra di Govan. L’emozionante ed epico finale della title track, di sicuro il brano più evocativo e intimo del disco, riesce a condurre nel migliore dei modi all’uscita di questa raccolta di fiabe, nata nella semplicità e nell’umiltà, due elementi fino a prima estranei all’universo personale di Wilson.

Raggiungere lo status di maturità è un processo lungo e pieno di ostacoli e miraggi, che non può certo prescindere dall’analisi e correzione dei propri errori. E sembra proprio questo l’elemento che rende “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” con tutta probabilità il disco più completo, coeso, riuscito della carriera di Steven Wilson, il disco della maturità intesa non come rassegnazione e accettazione dei propri limiti, ma come avvicinamento alla forma più probabile di perfezione personale. Correndo il rischio, senza dubbio alcuno, di poter incappare in uno dei miraggi di cui sopra, di sicuro il più bello e memorabile. Sognare non è vietato, come non lo era lasciarsi guidare dai trip: Wilson pare volercelo dire, e questa volta un plauso lo merita per la capacità di persuadere.

Di sicuro un capolavoro, probabilmente Il capolavoro. Di questo passo, inutile negare che la mancanza affettiva dei Porcupine Tree può passare tranquillamente in secondo piano. Con un sentito “lunga vita” al progressive e a chi, pur negandolo, continua anche a quarant’anni dalla sua epopea a tenerlo in vita.

Matteo Meda (www.ondarock.it)

aprile 11, 2013 at 10:43 am Lascia un commento

Hotel Transylvania di Genndy Tartakovsky ( dvd e b-ray )

Per festeggiare il 118° compleanno della figlia Mavis, Dracula ha invitato nel suo hotel di lusso gli amici di sempre, da Frankenstein al lupo mannaro, e tanti altri mostri ancora, con famiglia al seguito, per un party indimenticabile. Dentro la fortezza inespugnabile, che il conte ha eretto in seguito alla tragedia che ha segnato per sempre la sua vita, ogni sorta di creatura pelosa o gelatinosa, gigantesca o piena di teste, è sicura di poter trascorrere un weekend pacifico, lontano dal pericolo dei pericoli: l’incontro con un umano. Così, quando il ventunenne Jonathan, zaino in spalla, varca inaspettatamente la porta girevole della hall, per evitare il panico tra i suoi ospiti, Dracula non può far altro che mascherarlo da mostro e cercare di cacciarlo il prima possibile. Peccato che Mavis provi per lui una simpatia istantanea e ricambiata.
Tartakovsky arriva al primo lungometraggio con un’esperienza che va dal televisivo (elegantissimo) Samurai Jack al pluripremiato Star Wars: la guerra dei cloni e non permette certo di parlare di esordio. Con Hotel Transylvania l’intento, superato a pieni voti, sembra quello di voler fare del film una festa e dunque un evento da ricordare. Sfruttando l’unità di tempo di una notte e la circostanza narrativa del compleanno della maturità della vampirella protagonista, il regista e la sua squadra inanellano una serie pirotecnica di sequenze ad alto tasso di energia inventiva senza mai perdere il sentiero del racconto principale, ovvero la storia di un passaggio di amorose consegne tra un padre devoto e iperprotettivo e un giovane strambo ma buono, proprio come i mostri del film.
Non sarebbe dispiaciuto un lavoro sui personaggi che offrisse ad ognuno almeno un piccolo momento biografico, poiché, dall’uomo invisibile alla mummia alla piccola licantropa, la materia è così ispirata e bella che la si vorrebbe vedere espansa, ma la scelta di campo è chiara e coerente: tutto concorre ad allestire un grande Hellzapoppin’ dove le singole partecipazioni non hanno diritto a momenti di gloria personale, dove il lavoro sui personaggi è soprattutto un lavoro sul corpo (sulla sua scomposizione in chiave slapstick) e la costruzione dell’inquadratura è principalmente corale, basata sulla giustapposizione di proporzioni incongrue e divertenti.
Se il ribaltamento tra mostri ricchi di umanità e umani creduti mostruosi non è più una novità, dopo il gioiello di casa Pixar e i tanti epigoni, il romanticismo sincero di questo film è invece una nota piuttosto inesplorata e più che mai indovinata.
Buono anche il doppiaggio, sia per la prova di Bisio e Capotondi nel dar voce a Dracula e pupilla, sia per la traduzione, che conserva lo smalto della battute originali e delle canzoni.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

aprile 10, 2013 at 10:29 am Lascia un commento

Ralph Spaccatutto di Rich Moore ( dvd e b-ray )

Ralph Spaccatutto è il cattivo del videogioco arcade Felix Aggiustatutto. Disegnato per servire un unico scopo, da trent’anni distrugge il muro del condominio per dar modo al martello magico del bravo ragazzo Felix di riparare il danno e godersi la medaglia, la torta e l’affetto dei condomini. Per contro, a lui, finito il turno di gioco, non resta che tornare in una discarica di mattoni, solo e dimenticato. Stanco di tutto questo, nonostante il periodico sfogo alla terapia di gruppo per cattivi pixellati, Ralph decide di intraprendere un pericoloso viaggio fuori dalla sua macchina a gettoni, dentro la sala giochi, alla ricerca di una medaglia che offra anche lui il riconoscimento che agogna.
C’è di che restare piacevolmente stupefatti di fronte a questo incontro “intimo” tra cinema e videogame, per più di un motivo. Innanzitutto, siamo di fronte ad un film che, pur facendo del gioco la sua materia, non è costruito per livelli, come siamo invece stati abituati a vedere, fino alla noia, in tanti prodotti per lo schermo dai soggetti più vari. Quel che fa, invece, il film di Rich Moore è, al contrario, parlare di giochi con il linguaggio del miglior cinema narrativo: costruendo per Ralph un vero e proprio viaggio dell’eroe, che ha per tesoro l’esercizio del libero arbitrio, e inventando non uno ma ben quattro universi, ognuno con le proprie regole e la propria estetica. Il mondo in 8bit di “Fix-it Felix Jr”, quello cupo e formicolante di insettoidi dello sparatutto “Hero’s Duty”, quello variopinto e caramellato del gioco di kart “Sugar Rush” (al livello delle invenzioni più acide di Tim Burton o di certi manga) e il mondo della Game Central Station si alternano con equilibrio e fantasia, popolati di un’infinità di creature nuove e vintage (Sonic, Toad, M.Bison, il fantasmino di Pac-Man) e minacciati dal più terribile dei countdown, ovvero la possibilità di finire “out of order”, rottamati e sostituiti da una versione più avanzata.
La ricompensa di Ralph Spaccatutto vale più di mille medaglie ed è la felicità di una “bambina”, la meravigliosa e pidocchiosa Vanellope Von Schweetz. Insieme, il protagonista che giura che non desidererà mai più essere buono e l’incompresa che preferisce correre in macchina che vestire da principessa, non sono certo due rivoluzioni da poco per l’inossidabile politica dei sogni di casa Disney.
Lasseter e compagni si confermano, dunque, ancora una volta, sul circuito giusto, il più attrezzato di tutti quanto a intelligenza, divertimento e capacità di arrivare dritti al cuore. I bambini saranno loro grati, i nerd ancora di più.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

aprile 9, 2013 at 10:33 am Lascia un commento

Ensemble Pearl – Ensemble Pearl ( cd – 2lp )

Ensemble Pearl è un supergruppo di recentissima formazione, nato dall’unione dei talenti di Stephen O’Malley – chitarrista e mente dei Sunn O))) -, del batterista della più rumorosa live band del pianeta terra, Atsuo dei giapponesi “sludge-metal” Boris, di Michio Kurihara dei Ghost e di William Herzog (per nulla imparentato con il famoso regista Werner).

L’omonimo debut album, dato alle stampe per la Drag City, riesce per fortuna a discostarsi dagli stilemi tipici dei loro gruppi madre, proponendo un’affascinante (seppur ancora ad un livello embrionale) miscela di post-rock sperimentale. Immagino che gran parte del lavoro compositivo sia dovuto alle menti di O’Malley e di Kurihara, che di sicuro hanno impresso le loro idee nelle ardite partiture di “Sexy Angle” e di “Ghost Parade”, dove dei rintocchi funerei si fondono a dei paesaggi evocativi e immaginari tipici degli Scenic.

Altrettanto riuscite sono le magiche atmosfere di “Island Epiphany”, in bilico tra il post-rock mistico dei Cerberus Shoal e la psichedelia più rarefatta. La stasi ambientale alla Harold Budd di “Wray”, i drones puri di “Giant” e la (non) melodia circolare di “Painting On a Corpse” completano la loro tavolozza stilistica. Il violinista Eyvind Kang (proveniente dagli ambienti d’avanguardia di Seattle e che ogni tanto bazzica i luoghi della Tzadik) è presente in qualità di ospite aggiunto.

Le idee non mancano e le premesse sono buone. Aspettiamoli a una riprova per la conferma definitiva sulla reale bontà della loro musica.

Leonardo Di Maio (www.ondarock.it)

aprile 8, 2013 at 3:53 pm Lascia un commento

Tutti i santi giorni di Paolo Virzì ( dvd e b-ray )

Guido è una persona gentile. Dotto e appassionato di lingue antiche e agiografia protocristiana, è portiere d’albergo e compagno innamorato di Antonia, che sveglia ogni santo giorno col caffè, due cucchiai d’amore e l’illustrazione di santi, eroi e martiri. Impiegata in un autonoleggio col talento per la musica, Antonia ricambia Guido col medesimo trasporto. Precari nella vita ma saldi nei sentimenti, Antonia e Guido spendono i loro giorni a troppe fermate d’autobus da Roma, condividendo affanni e giardino con un vicinato greve che prova a sopravvivere tra una partita della ‘maggica’ e un figlio sempre in arrivo. A non arrivare mai è invece il loro bambino, desiderato e cercato con ostinazione e pianificazione tra luminari in odore di santità e ginecologhe progressiste. Assistiti, nella fecondazione artificiale e nel quotidiano tangibile, dal loro inalienabile amore, Antonia e Guido si perderanno per ripartire un’altra volta, (ri)chiamando l’attacco della loro canzone.
Si respira un’aria nuova nella commedia sentimentale di Paolo Virzì, che preferisce un percorso intimo, producendo la massima espressione di umanità incalzata da una realtà impoverita. Con toni morbidi ed eleganti che rivelano un chiaro intento introspettivo, Tutti i santi giorni è abitato da due ritratti complessi che si muovono tra espressioni d’amore e giornate niente affatto particolari. Perché Antonia e Guido vivono la dimensione liquida dell’impiego e agiscono nell’infinita e impersonale periferia romana, quella delle tangenziali, dei raccordi, dei centri commerciali, delle scale mobili, delle facciate a vetro, delle hall d’albergo, degli ospedali, delle stazioni. Diversamente da Tutta la vita davanti, di cui mantiene l’astrazione degli spazi, Tutti i santi giorni focalizza due protagonisti a partire dalla locandina con cui il film si presenta al pubblico. La affine disposizione prossemica dei personaggi dei film rivela una continuità e una congruenza nella produzione dell’autore livornese, sensibile alla rappresentazione dei precari in marcia verso un ‘sol dell’avvenire’ che tarda a venire. Comparando i due manifesti si osserverà alle spalle dei protagonisti l’assenza di quel quarto stato inscenato due commedie fa. Tutti i santi giorni, altrimenti da Tutta la vita davanti, si incunea in quel ceto medio che è ormai classe unica e focalizza un uomo e una donna indagati dal di dentro e dentro il rapporto costitutivo col mondo. Antonia e Guido praticano l’esercizio dell’impegno come replica alla dissimulazione e agli incubi nascosti nei meandri dell’identità e della società. Sono persone vere che dall’interno di questo immenso ceto medio mondiale muovono una lotta propositiva, magari apprensiva, magari impacciata, contro le trappole e le insidie del quotidiano, contro l’inarrestabile (s)volgersi dei giorni e del tempo, che il regista sospende sulle note di Thony. Vere e proprie romanze che lasciano emergere i tempi dell’innamoramento. Tutto si muove intimamente nella commedia romantica di Virzì, fino a toccare le corde più sensibili di un’umanità essenziale: amore, ragione, sentimento, libertà, destino, desiderio (di essere madre, di essere padre), dolore (di non esserlo). Ogni scelta di regia sembra essere dentro le possibilità delle vite dei protagonisti, interrogandosi su come si parla oggi d’amore e come si parla oggi l’amore. Quali i tempi e i ritmi di queste parole, interpretate con sorprendente e ironico sentimento da Thony e Luca Marinelli, ‘numero primo’ portatore di uno sguardo vibrante e ipersensibile. Attingendo alla migliore tradizione della commedia all’italiana, senza sfuggire il mélo nell’eccesso narrativo, nell’accentuazione dei caratteri e nella predilezione del tessuto urbano, Virzì infila una storia che sa ascoltare e sa aspettare, una storia sul superamento del dolore mentre si è nella ‘tragedia’ attraverso le relazioni umane, una storia sulla possibilità dei legami nella possibilità del deserto del reale. Scritta a sei mani con Francesco Bruni e Simone Lenzi, autore del romanzo a cui il film è liberamente ispirato, Tutti i santi giorni è una commedia umana per chi non ha fretta e paura intellettuale del pathos.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

aprile 6, 2013 at 9:45 am Lascia un commento

La sposa promessa di Rama Burshtein ( dvd )

Shira ha 18 anni, è figlia di un rabbino della comunità ortodossa di Tel Aviv e sorella minore di Esther, che attende un figlio dal marito Yochai. L’interesse di Shira si rivolge per la prima volta verso un coetaneo, che la famiglia le ha proposto come possibile fidanzato, ma la morte di Esther per parto allontana ogni decisione. Solo con il neonato, di cui si occupano con amore Shira e la sua famiglia, Yochay viene invitato a risposarsi presto. La prospettiva che possa andarsene con il nipotino in Belgio, spinge la moglie del rabbino a proporgli di prendere in moglie proprio Shira. Sta alla ragazza accettare o meno questa difficile proposta.
Opera prima di Rama Burshtein, Fill the void è un esordio a cui tributare un benvenuto sentito e meritato, per la coerenza delle scelte forti di regia e l’emozione che scorre in esso, dapprima sottile come un ruscello poi sempre più simile ad un fiume in piena, che non straripa però dagli argini di una forma stretta, rigida e adottata volontariamente. Esattamente com’è per il sentimento amoroso tra un uomo e una donna nella comunità in cui si ambienta il film, regolata da riti e precetti il cui rispetto formale è inteso in tutto e per tutto come sostanziale, e all’interno dei quali una libertà non lesiva è possibile, ma va ricercata e non è sempre facile.
È di questo spazio ristretto al massimo, di cui gli interni delle case non sono che un riflesso, uno strumento, che tratta il film della Burshtein: la storia di una scelta che viene dall’alto e si trasforma in una scelta del cuore. O, come probabilmente direbbe uno di loro, la scelta di una corrispondenza rinvenuta dove era già presente anche se sembrava impossibile. Dall’esterno, si può comprendere o meno, accettare o meno, ma la forza del film sta proprio nell’evitare di porre un confronto tra il mondo laico e il mondo religioso. Tutto si svolge all’interno di un contesto (non solo materiale) confinato, esotico e probabilmente realmente incomprensibile a chi non gli appartiene, ma dove l’amore, il dubbio, il desiderio, la paura e la felicità sono quelli che invece conosciamo tutti nello stesso modo, e dove non mentire a se stessi è il comandamento universale che non dovrebbe conoscere pareti divisorie.
Pur raccontando dall’interno la comunità chassidica, da una distanza si direbbe nulla e sicuramente non critica, la regista sfrutta narrativamente le convenzioni religiose allo stesso modo in cui il cinema in costume sfrutta le costrizioni sociali per enfatizzare il sentimento attraverso la sua compressione forzata, e non dimentica l’umorismo nel tratteggiare le figure del contorno parentale, perché, anche se prende l’avvio da un lutto, Fill the void film è solo e soltanto un film d’amore.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

aprile 4, 2013 at 10:05 am Lascia un commento

Amour di Michael Haneke ( dvd )

Anne e Georges hanno tanti anni e un pianoforte per accompagnare il loro tempo, speso in letture e concerti. Insegnanti di musica in pensione, conducono una vita serena, interrotta soltanto dalla visita di un vecchio allievo o della figlia Eva, una musicista che vive all’estero con la famiglia. Un ictus improvvisamente colpisce Anne e collassa la loro vita. Paralizzata e umiliata dall’infarto cerebrale, la donna dipende interamente dal marito, che affronta con coraggio la sua disabilità. Assistito tre volte a settimana da un’infermiera, Georges non smette di amare e di lottare, sopportando le conseguenze affettive ed esistenziali della malattia. Malattia che degenera consumando giorno dopo giorno il corpo di Anne e la sua dignità. Spetterà a Georges accompagnarla al loro ‘ultimo concerto’.
“Diventare vecchi è insopportabile e umiliante” scrive Philip Roth in “Everyman”, uno dei suoi romanzi più dolenti e implacabili intorno alla senilità e alla malattia, argomenti temuti e tenuti ai margini del discorso pubblico. Ci voleva un regista rigoroso come Michael Haneke per contemplarli, mettendo in scena una coppia di ottuagenari che guarda in maniera diretta la propria estinzione. E diretto e frontale è pure lo sguardo di Haneke, che ‘infartuando’ la sua protagonista introduce nella sua vita un senso di precarietà e un destino cinico, che non si accontenta di farti invecchiare, soffrire e morire, prima della tua dipartita si porta via i tuoi amici, quelli che amavi, quelli che conoscevi, quelli che frequentavi, costringendoti all’ennesimo funerale.
Una cerimonia funebre quasi sempre artificiosa e balzana come quella che Georges racconta ad Anne, esorcizzando la morte e ingaggiando con l’oblio uno scontro penoso. Nei sogni ad occhi aperti, Anne e Georges vorrebbero ‘vivere’ di nuovo, riavere tutto daccapo, guardando foto in bianco e nero o suonando un pianoforte accordato alla maniera della loro relazione. Ma è un attimo, non si fanno certo illusioni i personaggi interpretati da Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, la cui bellezza il tempo ha oltraggiato. I loro corpi, che hanno condiviso e abitato i ‘colori’ di Kieslowski, si arrendono in Amour a ogni sofferenza e al più irrevocabile declino in un crescendo di convalescenze e (ri)cadute.
Non risparmia niente Haneke allo spettatore, accomodato in sala nell’incipit del film e risvegliato nel progredire dell’affezione dalle “cose ovvie, altrimenti indiscusse”. La vecchiaia è un massacro e la malattia si fa beffa dell’ansia di durare con una precisione assoluta, terrificante, invisibile ma visibile nei suoi effetti. Haneke procede e approfondisce la critica a una struttura sociale ipocrita, che non ha il senso della realtà e del coraggio e persevera nel contemplare la ‘senescenza’ come tempo della pace e stagione dei ricordi sereni. Il male, che nel villaggio dei dannati nella Germania de Il nastro bianco cresceva dentro il corpo della comunità, in Amour consuma adesso il corpo di Anne, ingolfandola fino a ‘spegnerla’. Impietosa e severa, la violenza della malattia è raddoppiata dalla geometrica prigione dei movimenti di macchina e da uno stile di inarrivabile crudeltà. Unica concessione per Haneke è l’amore, l’amore del titolo, consentito insieme alla disperazione, alla rabbia e alla ribellione.
Questa volta non c’è niente da nascondere e l’etica raggelante dell’autore austriaco prevede una via d’uscita dopo aver scavato con le unghie nel dramma sostanziale dell’essere umano, dopo aver centrato la corporeità dell’esperienza della vita. A riempire nell’epilogo il vuoto di Anne e Georges resta soltanto il pieno della Eva di Isabelle Huppert, ultima espressione nel film dell’essere in vita.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

aprile 3, 2013 at 9:50 am Lascia un commento

Vita di Pi di Ang Lee ( dvd e b-ray )

Il giovane Pi Patel è cresciuto con la famiglia a contatto con lo zoo paterno, mescolando fin dall’infanzia sogno e realtà. Quando il padre ha esigenze di denaro e sceglie di trasferirsi in Canada per vendere lo zoo, Pi ancora non può intuire cosa lo attenderà nelle vastità oceaniche. Di fronte a una tempesta terrificante, la nave affonda, lasciando in breve tempo Pi con un’unica compagna di viaggio: la tigre Richard Parker, l’animale più temuto dello zoo paterno. Pi potrà solo fare affidamento alla propria intelligenza per poter sopravvivere e convivere con la tigre.
Ci deve essere qualche ragione recondita per cui il Pi – abbreviazione di un curioso nome di battesimo, Piscine Molitor – Patel di Vita di Pi sia indiano come il Jamal Malik di The Millionaire. Il racconto di formazione del terzo millennio sceglie l’India, forse per il suo contrasto tra i drammi legati alla realtà di vite difficili e il tasso di magia e sogno legato indissolubilmente a quella terra, come paese simbolo per vite distrutte, sofferte, sottoposte a prove indicibili, prima di poter giungere alla necessaria illuminazione/realizzazione. Per guardare al basso, al particulare dell’uomo comune e delle sue vicissitudini, e insieme all’alto, per rispondere a domande che ossessionano l’umanità fin dai suoi albori.
Vita di Pi si candida ad essere, riuscendoci pienamente, film-happening, blockbuster per buongustai, momento di incontro tra il pubblico forse meno smaliziato, ma certamente assetato di storie che invitino a riflessioni più approfondite, e la sua controparte cinéphile, parimenti conquistata dalla visionarietà di Lee o inebriata dal vortice di citazioni che confluisce in una vicenda paradigmatica (il disaster movie di Titanic, rivisitato con la potenza del 3D e l’angoscia di una macchina da presa obliqua e instancabile, una visione disneyana della natura, nei suoi lati meravigliosi e in quelli feroci). Guardare a Vita di Pi come a un romanzo di avventura, tra Conrad, Gordon Pym e Mowgli, o come a un’allegoria sospesa tra mondo sensibile e parabola filosofico-religiosa, non muta il senso di una visione che si presta a una polivalenza e una polisemia proprie di un’epoca sì di semplificazione del linguaggio, ma soprattutto di diversificazione del medesimo. Tutti accontentati: gli orfani di Shyamalan e del finale spiazzante con dubbio fideistico, gli amanti del 3D duro e puro come quelli dell’on the road (o dell’on the sea).
Non pago di essersi cimentato con quasi ogni genere conosciuto (commedia, dramma, wuxia, melò, supereroi) e di essersi aggiudicato un numero di premi quasi pari al numero di film girati, Ang accetta una nuova sfida, adattando il best-seller di Yann Martel, così arduo da immaginare nella trasposizione cinematografica. Missione che il regista compie ricorrendo a un sapiente mix di background personale (molte delle scene in cui la natura primeggia si basano su esterni reali della natia Taiwan) e stato dell’arte della tecnologia, coniugando realtà e computer graphics in un abbacinante viaggio in una realtà inesplorata che si presenta come un terrificante mondo incantato. Tra megattere luminescenti, zoo ricolmi di animali che paiono “caratteri umani”, riflessi e giochi di specchi tra mare e cielo scorre un apologo contemporaneo, contaminato (ma non troppo) da un’interpretazione di stampo americano del sentimento e della spettacolarizzazione.
Pi (greco) come la razionalità della scienza, ma anche come simbolo di trascendenza: un ragazzo, Pi Patel, che incarna la sintesi del sincretismo religioso e della curiosità intellettuale di chi non si accontenta della morale comune o di qualcuno che indichi cosa sia giusto e cosa sbagliato (anche se si tratta del padre), in cui convogliare il razionalismo empirista di chi non ha paura di mettere in discussione i dogmi e la (apparentemente contraddittoria) predisposizione alla fede, sotto forma di dialogo univoco con Dio, in cerca di risposte destinate ad arrivare percorrendo sentieri oscuri. In compagnia di Richard Parker, una tigre del Bengala, il cui occhio cela più di un segreto sul destino che unirà uomo e felino nella più surreale delle simbiosi. Metafora dell’esistente o apologo esemplare di come lo storytelling possa aiutare a spiegare anche verità impossibili da accettare e da razionalizzare, Vita di Pi ha tutto quel che si esige da un romanzo popolare, tenero e crudele, nell’era dello scetticismo cosmico.

Emanuele Sacchi (www.mymovies.it)

aprile 2, 2013 at 11:50 am 1 commento

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