Suede – Bloodsports ( cd – lp )

marzo 29, 2013 at 1:19 pm Lascia un commento

It starts and ends with you. Per estensione, tutto inizia e finisce con… voi, ovvero, per dirla con una celebre e vagamente stucchevole torch song di un noto cantautore romano, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”: sono tanti, troppi gli indizi che ci portano a riassumere così gli ultimi dieci anni in musica del fascinoso Brett, frontman e leader dei Suede.
Tutto comincia, anzi finisce, in un nient’affatto bel mattino di novembre del 2003, allorché il gruppo – dopo aver dichiarato nell’aprile di quello stesso anno di essere al lavoro per un nuovo disco  – annuncia una pausa indeterminata e un ultimo tour a supporto dell’uscita della raccolta “Singles”.
La stanchezza per una convivenza forzata, la mal smaltita defezione di un acciaccato Neil Codling all’indomani di “Head Music” (1999), ma soprattutto la voragine creativa lasciata dal mediocre “A New Morning” (2002), lasciavano intendere che la cosa sarebbe comunque finita lì: che ognuno prendesse la sua strada. See you in the next life, cari Suede: firmato, Brett Anderson.

Dopo una simile scelta di vita, nella mente del giovane Signore del brit-pop deve aver cominciato sin da subito a vacillare qualche certezza, se è vero che, come prima mossa del nuovo corso, egli prende il telefono per chiamare l’amico rivale della prima epopea suediana, il caratteriale, virtuoso chitarrista e suo primo alter ego, Bernard Butler. Nuovo corso? Manco per niente: “Nostalgia canaglia – deve essersi detto il nostro – se proprio non posso tornare con l’amore di una vita (che figura ci farei, dopo che l’ho accompagnato con fermezza alla porta?) , combino una bella uscita con qualcuno che me lo possa ricordare da vicino”. Da qui comincia una  storia che farebbe la gioia di Freud, giacché il progetto viene battezzato The Tears. Lacrime di rimpianto, appunto, in cui  il gioco è quello di far finta di essere i Suede. Un bravo analista avrebbe avuto molto materiale di studio, partendo dal sound eufemisticamente retrò di “Here come the tears” e giungendo ai titoli delle canzoni che andavano da “rifugiati”, ad “amanti”, proseguendo con “due creature”  e finendo, manco a dirlo, con un emblematico “amore forte come la morte”, ma tant’è.

Risultato non disprezzabile, a essere indulgenti, ma a quanto pare non replicabile: tutto finito, come ogni nobile scappatella che si rispetti. E allora, ecco partire i tormenti del giovane Brett il quale, preso atto della sua solitudine, dal 2007 al 2009 ci propina un tris di onanistiche paturnie a forma di disco (per lo più acustiche e/o a vocalizzo dimesso: “Brett Anderson”, “Wilderness”, e “Slow Attack” ) e ad alto coefficiente di sbadiglio. Alla fine la noia sarà sembrata troppa pure per lui, e finalmente arriva la presa d’atto che la vita artistica, senza i Suede, non può essere davvero la stessa. Nel 2010 e per tutto l’anno seguente, ritroviamo i nostri eroi al gran completo sui palchi di mezzo mondo (con Richard Oakes alla chitarra e un resuscitato Neil Codling alle tastiere), “ma sarà solo un’esperienza dal vivo che non avrà nessun seguito”, ebbero a dire. Come no. Sarà un caso, ma la quarta puntata solista del bel cantante, datata 2011 (“Black Rainbows”), sciorina un piglio e un vigore che parevano definitivamente eclissati. Che i Suede stessero già tramando una clamorosa reunion anche in studio? Certo che sì, e del resto certi amori non finiscono mai, non è vero Brett?

Dopo aver composto un numero esagerato di brani (ah, come brucia la passione tenuta troppo a lungo a freno!), la seconda e decisiva mossa della nuova primavera è quella di richiamare Ed Buller, ovvero il produttore e grande alchimista del primi tre dischi del complesso. Un tipo davvero strano, il nostro Ed, un  caratteraccio, una specie di maniaco della sala d’incisione, con una  fama cresciuta assieme al suo background di forgiatore del brit-pop sound, se è vero che – oltre che della carriera dei primi Suede – è responsabile della seconda e folgorante epopea artistica dei Pulp, inauguratasi nel 1994 con “His’n Hers” con lui dietro al banco di regia. Per referenze meno lontane nel tempo, basti però menzionare l’eccitante debutto dei White Lies To lose my life”. Ad ogni modo, non deve essere facile lavorare con Buller: si racconta, infatti, che sono state tante le canzoni propostegli per questo lavoro e rispedite al mittente in quanto, a suo giudizio, non all’altezza. Ora, noi sappiamo molto bene quanto sia suscettibile Brett (a tal proposito, vi rimandiamo a una sintomatica intervista che ci concesse in occasione del suo debut album solista), che infatti ha subito dichiarato di non essersi trovato d’accordo con ogni scelta dell’esuberante producer ma, giudicandolo a posteriori, si è infine detto contento per il lavoro svolto. E anche noi, a dire il vero, perché “Bloodsports” è quanto di più lontano si possa immaginare dal cliché del disco buttato lì per giustificare la reunion di una band famosa. È il segno che, tra la scelta di riproporre acriticamente il sound dei bei giorni (come fu per i The Tears), e tentare in modo maldestro di inseguire le mode del momento (un esempio? Il recente “Brilliant” degli Ultravox), esiste una terza opzione, che qui passa attraverso la scelta oculata delle canzoni (dieci e non una di più, come in “Coming Up”), e lo sposare fino in fondo la propria natura, pur senza rinunciare a una rinnovata veste d’arrangiamento. Per voce dei suoi stessi membri, “Bloodsports” sarebbe stato il seguito ideale di “Coming Up”, qualora i Suede non avessero operato la rinnegata (da loro, ma non certo da chi vi scrive) svolta elettronica di “Head Music”: su questo punto non c’è granché da obiettare.

Nel disco è presente tutto il repertorio che è lecito attendersi, dai singoli epici che non ammettono repliche (“Barriers” e “It Starts And Ends With You”), ai lentacci strappalacrime (“What Are You Not Telling Me” e “Faultlines”) dai rock anthem (“Snowblind”, “Hit Me”) ai tesi crescendo dal sapore psichedelico (“Always”), dai midtempo densi di modernissimo turbamento (“Sabotage”) alle spaziose ballate romantiche e multicolori (“For The Strangers” e “Sometimes I Feel I’ll Float Away”) in cui a farla da padroni sono il pathos e la sensualità finalmente ritrovati di Brett, e l’incredibile fantasia di Richard Oakes, che non deterrà l’ostentazione di Bernard Butler, ma che lo batte sulla distanza quanto a creatività. Se ancora qualcuno ne stava bramando un folgorante ritorno, beh, sappia che i Suede sono tornati. Eccome se sono tornati.

Marco Bercella (www.ondarock.it)

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