Archive for febbraio, 2013

Darkstar – News from nowhere ( cd – 2lp )

A tre anni di distanza dall’acclamato “North”, riecco spuntare James Young, Aiden Whalley & James Buttery, meglio noti come Darkstar. Forte del riscontro positivo ottenuto praticamente ovunque nel biennio appena trascorso, il trio inglese decide di ripartire da un sarcastico “non luogo”, come suggerisce lo stesso titolo del qui presente secondo Lp, evidenziando così una visione della realtà delle cose cinica e sobria, per certi versi clamorosamente british. Tuttavia, è un nuovo mantello a coprire la musica di questi tre ragazzotti d’oltremanica. Stavolta, c’è mamma Warp alle loro spalle e le cose sembrano subito funzionare diversamente, nonostante l’impatto possa segnalare la medesima e malinconica opulenza elettronica dell’illustre predecessore.

Messa dunque da parte l’irriverenza ritmica della più giovane e coraggiosa Hyperdub, i Darkstar puntano a una nuova oculata escandescenza strumentale, irta di cullanti bagliori sintetici, accomodanti sezioni e celestiali ripartenze timbriche. La consapevolezza di saper maneggiare una fin troppo ostentata tiepidezza melodica, sovrapponendo al contempo briosi ricami elettronici, è la vera forza del placido trio. L’estatica ascesa dell’introduttiva “Light Body Clock Starter”, così come il ping pong al valium della successiva “Timeaway” – già uscita come singolo apriporta – o l’eterea impalpabilità di “-“, mostrano fin da subito il candido andazzo prescelto, prima che la danza sbilenca di “Armonica” spezzi con altrettanta meraviglia l’incanto, tra morbide risacche e accecanti giochi di luce.

Con il passare dei brani, la nuova pelle dispiega una forza attrattiva a dir poco magnetica, fino a divenire incredibilmente familiare e a rivelarsi nelle sue componenti: un pop elettronico incredibilmente sofisticato, che da una parte guarda agli Air più ispirati e dall’altra si prostra a dialoghi con ambienti vagamente psych. Quest’ultimo è il caso in primis di “Amplified Ease” – secondo singolo e vero prescelto per lanciare l’album – e più in generale della seconda metà del lavoro: prove ne sono il carillon deviato di “You Don’t Need A Weatherman” e l’alterato elettro-soul di “Young Heart’s”. E pure il pittoresco inno alla quotidianità di “A Day’s Pay For A Day’s Work”, nonostante la maschera di sdolcinatezza tipicamente britannica, pare comunicarci fra i suoi rivoli melodici l’appartenenza ad un’altra dimensione.
I due flirt con la pace dei sensi che chiudono il cerchio tornano a toccare le ambientazioni paradisiache dei primi brani: in “Bed Music – North View” le luci stroboscopiche calano progressivamente sfiorando territori ambientali, mentre la ninna-nanna per archi sintetici e melodie in loop di “Hold Me Down” conduce verso il più quieto e sfumato dei congedi.

“News From Nowhere” è contemporaneamente il disco più sobrio e più vivace del trio, per via dell’incredibile varietà di colori in grado di caratterizzare ogni brano e di sostituire il ritmo nel ruolo di cuore pulsante della loro musica. Il vero segreto dei “nuovi Darkstar” sta nell’innata capacità di attrarre a sé qualsiasi genere di orecchio con la forza di una calamita e di conquistarlo senza troppa fatica. Fra una pausa relax e un trip morbido, spruzzi brillantissimi e flussi candidi, architetture complesse e sofisticate espresse con disarmanti dosi di semplicità e schiettezza.

Giuliano Delli Paoli, Matteo Meda (www.ondarock.it)

febbraio 2, 2013 at 10:39 am Lascia un commento

The way back di Peter Weir ( dvd e b-ray )

1940. Nella Polonia occupata dalle truppe sovietiche, il soldato Janusz viene denunciato come spia dalla moglie sottoposta a tortura. Spedito in un gulag in Siberia. Qui, insieme ll’attore Khabarov, all’americano Mr.Smith, e al criminale comune Valka inizia a pensare a un piano di fuga che riuscirà ad attuare insieme ad altri detenuti. Ciò che li attende fuori dal campo di prigionia è l’inverno siberiano. La loro prima meta è costituita dal lago Baikal e dai confini con la Mongolia. Il loro viaggio è però destinato ad essere molto più lungo e, conseguentemente, molto più tormentato.
Sono trascorsi nove anni da quando un film di Peter Weir è comparso sui nostri schermi ed ora possiamo finalmente vedere l’ultima sua fatica che risale al 2010. Non si tratta di una delle sue opere più originali ma si rivela comunque interessante. A partire dalle sue origini, il romanzo “The Long Walk” di Slavomir Rawicz, il cui autore affermò di essersi ispirato a fatti realmente accadutigli, salvo poi essere smentito da documentazioni emerse negli anni recenti. Weir quindi ha ribaltato la dimensione del suo The Truman Show. Là il suo protagonista viveva come realtà ciò che era finzione. Qui ci si ispira a una finzione che ha voluto proporsi come realtà per fare un film che rispetta i canoni …della finzione. Con una differenza di fondo però. I gulag staliniani sono stati una aberrante fatto reale e hanno ispirato tentativi di fuga da un inferno fuori dal quale ce n’era un altro ad attendere gli evasi.
Deve essere questo che ha attratto Weir: raccontare le vicende di un gruppo di uomini che trovano nella Natura, come afferma uno dei comandanti del gulag, il loro vero carnefice. Il suo cinema è spesso andato alla ricerca di storie in cui i protagonisti lottavano contro i pregiudizi e, in fondo, anche contro se stessi per raggiungere la meta che si erano prefissi. Che fossero professori (L’attimo fuggente) o al comando di una nave (Master & Commander) poco importava. Qui si misura con un gruppo di individui che restano tali anche quando sono costretti dagli eventi a diventare un gruppo. Ognuno si porta dietro il bagaglio delle proprie diffidenze nei confronti della diversità (di nazionalità, d’età, di vissuto personale) altrui. Ma tutti hanno una meta che inizialmente risulta essere comune. Se Colin Farrell è, come al solito, a suo agio nei laceri panni del cupo criminale Valka, è un sempre superlativo Ed Harris ad offrire una prova che lascia ancora una volta il segno nei panni del volutamente anonimo Mr. Smith. Su tutto il cast finisce però con il dominare l’ambiente naturale che la fotografia di Russell Boyd esalta in particolare quando gli mette a disposizione l’intero schermo riducendo gli esseri umani a poco più che nullità. Nullità che, a tratti, rischiano di perdere la propria umanità per poi ritrovarla, nonostante tutto, magari disputando, ridotti alla fame, su una ricetta in cui mettere più o meno sale.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

febbraio 1, 2013 at 1:04 pm Lascia un commento

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