Archive for febbraio 15, 2013

Iceage – You’re nothing ( cd – lp )

Dai piccoli club underground di Copenhagen alle “prime pagine” del web mondiale: nemmeno ai nostri tempi, con i warholiani “quindici minuti di celebrità” alla portata di tutti, un balzo del genere può lasciare indifferenti.
Sono passati solo due anni dall’esordio degli Iceage, quel “New Brigade” nel quale un eccellente amalgama tra post-punk oscuro e furia hardcore assorbiva le intemperanze di quattro adolescenti in perenne bilico tra rabbia e gelida apatia.
Il disco aveva tra i suoi punti di forza la capacità di dosare gli ingredienti in maniera assolutamente coerente e spontanea, riuscendo a definire uno stile pregno di influenze ma, al tempo stesso, personale e riconoscibile. Un equilibrio che in “You’re Nothing” non viene meno, ma si carica anzi di nuove e affascinanti sfumature.

“Ecstasy” apre l’album: una partenza col botto, all’insegna del fragore delle chitarre e dei ritmi tonanti; la voce di Elias Bender Rønnenfelt è ora venata di un’inedita amarezza, di note di malinconia assenti in passato: un dolore colmo di rabbia, che impregna e carica di eccitazione il caotico e violento hardcore-punk dei danesi.
Gli Iceage continuano infatti a picchiare duro: brani come “Coalition” o “Everything Drifts” sono delle bordate dark-punk che arrivano dritte in faccia all’ascoltatore; i riff sono aggressivi e oscuri, ma non perdono mai di vista la melodia, nel segno del migliore Rikk Agnew.

“Morals” è la sorpresa dell’album: si tratta infatti di un’originale reinterpretazione de “L’ultima occasione”, brano portato al successo da Mina nel 1965; non certo materia facile da manipolare per un gruppo punk, ma i nostri riescono a coniugare la tensione lirica dell’originale con i loro violenti stop-and-go in maniera decisamente naturale. Sul versante opposto troviamo un pezzo come “It Might Hit First”, violento e dissonante noise-rock attraverso cui filtra tutta la passione degli Iceage per le sonorità più estreme.
Una registrazione piuttosto lo-fi amplifica la ruvidità, ma anche la potenza espressiva di un album che, nonostante le dodici tracce, non arriva alla mezz’ora di durata e non presenta il minimo calo. 
Il finale, affidato alla title track, è energico ed emozionante, esattamente come i primi secondi di “Ecstasy”.

Nuove ombre lambiscono pertanto l’irruenza degli Iceage; ne consegue un disco complementare rispetto a “New Brigade”, un risultato che testimonia la precoce maturità di questa giovane band, la cui spinta creativa non si è certo esaurita, ma può invece andare ancora più lontano.
Sinceri e feroci, i tormenti degli Iceage sono personali e al tempo stesso universali: l’impressione è che “You’re Nothing” farà breccia in molti cuori oscuri.

Lorenzo Pagani (www.ondarock.it)

febbraio 15, 2013 at 4:47 PM Lascia un commento

El Campo di Hernan Belon ( dvd )

Una giovane coppia e la loro figlia di poco più di un anno si trasferiscono in una piccola villa nella campagna argentina. La casa è molto decadente e da subito emerge un atteggiamento molto diverso nella coppia nel rapportarsi con quel nuovo ambiente. Mentre Santiago, il marito, è entusiasta e non vede l’ora di cominciare i lavori di restauro per trasformarla nella loro residenza estiva, la moglie Elisa è molto inquietata da quelle mura poco accoglienti, dai continui rumori e dagli spifferi onnipresenti, e inizia a convergere le sue paure in una morbosa attenzione nei confronti della piccola figlia Matilda.
Quando si guarda un film si è ormai talmente abituati a confrontarsi con case infestate e ghost stories, che la scelta di ambientare una storia in una villa decadente spersa in mezzo ai boschi ci pone già con un atteggiamento sulla difensiva. Fin dalle prime inquadrature, illuminate solo dalle luci della station wagon su cui viaggia la piccola famiglia alla ricerca di una casa nascosta dietro alla bruma della notte, El campo ci mette in attesa di quelle presenze inquietanti che sappiamo presto o tardi cominceranno a muovere le pareti o a spalancare porte cigolanti. Il regista Hernán Belón gioca volontariamente su questa tensione immaginaria, su questa paura suscitata per reazione naturale dalle atmosfere da romanzo gotico e da un’ambientazione da classico racconto del terrore. Ambigue vecchiette, oscure foreste, pareti scricchiolanti e perdite d’acqua che tolgono il sonno e la pace della giovane coppia con bambino.
Solo che, a poco a poco, da questo rigido catalogo di topoi sulla haunted house emerge lo spettro di un melodramma della coscienza, di un thriller psicologico che dà corpo non alle paranoie dei vari personaggi ma alle inquietudini sentimentali di un solo protagonista, alle sue paure legate alla dimensione ben più sottile e personale delle dinamiche degli affetti. Belòn si concentra soprattutto sul personaggio di Elisa e utilizza principalmente il filtro funereo e mesto del suo punto di vista per costruire un castello di tensione sopra alle fondamenta di un dramma da camera. Giocando efficacemente su nebbie, crepe e polveri, e virando la fotografia verso le tonalità grigio-scure, il regista argentino riesce a restituire la dimensione più oscura e spaventosa dei tormenti amorosi di Elisa, restituendo uno sguardo originale su di un matrimonio alla deriva.
In questo fra melodramma intimista e thriller soprannaturale, El campo diviene un curioso ibrido: una sorta di Scene da un matrimonio di Bergman concentrato nello spazio di una casa alla The Others di Amenabar. La formula non offre molto di più di questo e bisogna ammettere che il film conta su pochi momenti narrativamente forti per tenere alta la tensione drammatica o ansiogena di ambedue i generi. Ma resta un’opera prima interessante, un’efficace quanto rara giustapposizione fra la classicità della pellicola di genere e il modernismo del film d’autore.

Edoardo Becattini (www.mymovies.it)

febbraio 15, 2013 at 11:11 am Lascia un commento


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