Neil Halstead – Palindrome Hunches ( cd – lp )

dicembre 9, 2012 at 12:47 pm Lascia un commento

Se c’è un elemento che idealmente metta insieme tutte le esperienze della carriera (ormai più che ventennale) di Neil Halstead, questo sta probabilmente nell’attitudine innata del musicista inglese nel creare un’atmosfera morbida, suggestiva, intima ed emozionante nelle sue canzoni. Lo faceva quando – nei primi anni 90 – disegnava spiraliformi paesaggi elettrici con i pionieri dello shoegaze Slowdive. E lo faceva ancora – tra ’95 e 2006 – quando la sua band si è trasformata in quel prezioso ponte folk-pop, gettato fra la tradizione britannica e quella americana, chiamato Mojave 3.
Giunto alla terza prova da solista dopo “Sleeping On Roads” e “Oh! Mighty Engine”, Halstead continua sulla strada acustica cantautorale imboccata negli ultimi anni che – nonostante i recenti rumours inerenti una reunion degli Slowdive – sembra ormai una scelta stilistica definitiva.

Ascoltando “Digging Shelters”, il gioiellino scintillante di folk rurale che apre “Palindrome Hunches”, la memoria non può che andare alla luminosa malinconia delle canzoni che rendono “Excuses For Travellers” il vero “disco perfetto” non solo dei Mojave 3, ma dell’intera carriera di Neil Halstead. Uguale la pensosa gentilezza. Uguale l’avvolgente, tiepida delicatezza del vestito acustico e della voce di Neil. Uguale la capacità – quella di cui parlavamo prima – di costruire molto partendo dal poco: gli arpeggi quieti delle chitarra, poche sognanti note di pianoforte, un violino d’infinita dolcezza.
Se il piccolo e primaverile quadretto campestre “Bad Drugs And Minor Chords” fa pensare (con nostalgia) al folk fragile e al contempo esuberante dei Gorky’s Zygotic Mynci, e la nuda splendente semplicità di “Spin The Bottle” sembra quasi un’improvvisazione registrata d’impronta sul patio di casa, è comunque nel lento e timidamente solenne intimismo di pezzi come “Wittgenstein’s Arm” e “Full Moon Rising” che il musicista inglese sembra trovare la sua dimensione più compiuta. Una dimensione che l’equilibratissima produzione di Nick Holton e gli apporti strumentali di un pugno di professionisti racchiusi nella Wallingford’s Band Of Hope rendono musicalmente ricca, elegante e completa, senza ricorrere ad alcun artificio (le registrazioni non sono avvenute in studio, ma quasi interamente dal vivo, utilizzando l’aula di musica di una scuola elementare dell’Oxfordshire).

È indubbio che il modello più forte e pervasivo del songwriting di Halstead sia Nick Drake (soprattutto quello di “Pink Moon“), con quella miracolosa commistione di serena mestizia, speranze e rassegnazione, cieli sereni e inquietudini radicate, affidata alle corde della chitarra e alla sincerità delle liriche e della voce. Non c’è da sorprendersi allora che gli arpeggi di “Tied To You” e di “Love Is A Beast” si facciano fitti e intricati come quelli del solitario genio di Tanworth-in-Arden e l’atmosfera diventi a un tratto densa e accorata.

Giunti alla metà dell’album, ci si potrebbe aspettare qualche colore più sgargiante e marcatamente pop, ma sarebbe in fondo una deviazione non necessaria in una raccolta di canzoni che possiede invece una sua compattezza tematica e stilistica così forte e definita.
La leggerezza – altro tratto tipico della scrittura di Halstead – torna nella breve e giocosa “Palindrome Hunches”, nella fresca e rigenerante brezza folk di “Sandy” e nell’andatura dinoccolata e cantilenante di “Hey Daydreamer”, prima di chiudere il sipario sul soffice e rilassato crepuscolo acustico di “Loose Change”.

Insomma, in definitiva si può ben dire che l’ex-Slowdive non abbia ceduto un solo centimetro rispetto all’alto livello dei sui lavori precedenti, testimoniando anzi di avere trovato nel suo buen retiro nella verde provincia inglese (da anni vive con la famiglia in Cornovaglia) un luogo di quiete in cui alimentare di canzoni la sua serena malinconia.

Andrea Cornale (www.ondarock.it)

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