Dakota Suite – Al almost silent life ( cd – 2lp )

dicembre 3, 2012 at 12:07 pm 1 commento

La saga dei Dakota Suite, dunque, non è affatto conclusa. Certo, dopo la trilogia composta da “The end of trying“, “The North Green Down” (con Emanuele Errante) e il doppio “The Side Of Her Inexhaustible Heart”, e intervallata a sua volta dai dischi “The Night Just Keeps Coming In”, “Valissa” (con David Darling e Quentin Sirjacq) e “The hearts of empty”, per un totale di sette uscite in tre anni scarsi, si sarebbe quasi tentati di ironizzare in modo beffardo sulla mole di dischi pubblicati… Ma non ci pare il caso di infierire, proprio ora che Chris Hooson ci annuncia speranzoso di aver superato un periodo buio per lui e la sua famiglia: coinciso proprio con la pubblicazione della succitata trilogia.

A meno di un anno dall’ultimo vagito ecco un nuovo album, “An Almost Silent Life”, concepito tra Leeds e Parigi, in prima istanza, e Nashville, Osaka e Stoccolma, in un secondo momento. Dove il deus ex machina Hooson si è recato per effettuare con la solita pletora di ospiti le registrazioni “casalinghe” del disco.
Accompagnato sempre dal fido David Buxton al basso e supportato dalla compagna, Johanna, opportunamente ringraziata tra le note di copertina, Hoson crea un disco che, va detto subito, non ha di sicuro la forza e la pregnanza delle migliori pagine della formazione inglese. Su quella micidiale doppietta formata da “Signal Hill” (Badman, 2000) e “This River Only Brings Poison” (Glitterhouse, 2002) dove, forse, si sono infranti i sogni di molti (se non di tutti) e le speranze di altrettanti. Qualche sussulto lo aveva dato “The End Of Trying” con il suo sadcore infinitesimale, ma da allora in avanti la confusione sembra aver regnato sovrana nella testa di Chris.

Non c’è più traccia, nelle moderne composizioni, di quelle mescolanze avant-garde che, se da un lato ricordavano gli Ulan Bator di “Ego Echo”, dall’altra parevano ammiccare al genio intimista di Nick Drake, di Chet Baker o di Tim Buckley. Ci si ritrova, piuttosto, un po’ come ad ascoltare un disco nel sonno. Magari ci si rilassa, magari ci si dorme bene su, ma alla fine si ha solo un vago ricordo di ciò che si è ascoltato. Peculiare e inconfondibile ma completamente incapace di distinguersi da altri dischi sentiti di passaggio.
Possiamo gioire per un ritorno alla delicatezza di composizioni sommesse, di struggente e raffinata nostalgia. Un po’ Rivulets, un po’ Vini Reilly quando nessuno se lo filava alla Haçienda di Whitworth Street West. Ovviamente si sta parlando in senso lato.
E possiamo anche gioire del pressoché totale abbandono di synth e macchinari vari (eccezion fatta per le suppletive strumentali “Waneer De Pijn Ons Doet Scheiden” e “Top Rocker”), nella personalissima cifra a cui ci avevano abituato in passato con “Waiting For The Dawn To Crawl Through And Take Away Your Life”.
Ma il resto giace su una voce tipo Robin Propper-Sheppard in ketamina, in una messa continua, insostenibile dopo soli dieci minuti – figuratevi dopo cinquantaquattro, mentre le linee musicali sotto giocano a far sembrare gli Xiu Xiu gente allegra.

Giorgio Moltisanti (www.ondarock.it)

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