Neil Young – Psychedelic pill ( 2cd – 3lp )

novembre 9, 2012 at 6:04 pm 3 commenti

Il 2012 per il vegliardo ma infaticabile, vulcanico (finanche iperattivo) Neil Young è l’anno delle prime volte. Dopo il suo primo album di cover – “Americana” – arriva, con gran stupore del pubblico di affezionati e non, il suo primo album doppio, “Psychedelic Pill”. Innegabile ammettere che “Americana” abbia funto da riscaldamento, perché dopo tanti anni sono tornati i Crazy Horse ad accompagnare il Loner in un disco di materiale originale, e per di più impegnati nella cosa che da sempre riesce loro meglio, le lunghe jam elettrificate.

Stavolta dette jam non sono solo lunghe, ma persino chilometriche, talvolta colossali. In un certo senso, Young qui chiude il cerchio, come se fosse una naturale conseguenza dell’idea portante della sua carriera, iniziata più di quarant’anni fa con “Everybody Knows This Is Nowhere”: l’espansione in forma libera del folk-rock. La stessa idea di allungare ulteriormente le già vaste jammate dei Crazy Horse suona ridondante. Il punto è che il procedimento riguarda la durata effettiva dei brani e poco altro, perché invece nella sostanza la volontà del canadese assomiglia pericolosamente a una formula replicabile ad libitum, per qualsiasi brano con un qualsiasi straccio di melodia, sequenza di accordi e riff, un’infinita sequela fatta di pattern il cui modulo è “sezione canto-sezione improvvisazione-sezione canto”. Difficilmente in “Psychedelic Pill” si ritrova l’urgenza e la temperatura rovente dei suoi grandi classici o delle cavalcate dal vivo (per non parlare dei trentacinque minuti electro-noise di “Arc”, questo sì un autentico episodio alieno nella sua carriera).

In ogni caso, di psichedelia in questo disco c’è davvero poco, a parte – appunto – quest’idea di “espansione” dei brani velatamente Grateful Dead-iana (e la copertina à-la modè). Ma Neil Young qui non esplora nessuna “Dark Star”, anzi lascia un po’ genericamente vagare e pennellare la sua chitarra di feedback e fuzz, ormai più che mitici. Il suono più tipico trionfa nei ventisette minuti di “Driftin’ Back”, la più felice associazione con il canto, intelligentemente rabbuiato, gli accordi maestosi, il tempo perpetuo della sezione ritmica che di quando in quando si solleva a mo’ di mareggiata, l’assolo che trapunta il viaggio secondo umori e riflessioni.
Sulla stessa falsariga procedono le inferiori “Ramada Inn” (sedici minuti) e “She’s Always Dancing” (otto minuti, la più corta del lotto), e le brevi e bonarie “Twisted Road” e “Born in Ontario”, pur sapienti nel dosare di quando in quando i giusti ingredienti (le armonie vocali della band, gli strimpellii country-rock, gli stacchi di batteria).
Piuttosto, la vera giustificazione del monolite di Neil Young arriva con un’altra pièce di sedici minuti, “Walk Like a Giant”, probabile candidato a ennesimo gioiello della sua lunga lista. Il fischio “a cappella” dissona e incalza, mentre si accompagna all’elettricità, quindi i cori e la distorsione spasmodica creano un clima di sconsolata angoscia che si dipana in echi, ruggiti, allucinazioni, a sconfinare in un’estrema dilatazione atonale.

Larvatamente improvvisato in via corale da Young e i suoi redivivi cavalli pazzi, ricavato dalle stesse session di “Americana”, è un disco-viaggio di brani-contenitori, più che un albo di composizioni, il suo “posto delle fragole”, traduzione sonora del suo primo libro autobiografico (“Waging Heavy Peace”; Blue Rider Press, 2012). E un’opera che divide. Il fan del canadese vorrà indovinarci la corretta autocitazione; si sente di tutto sotto le sue narcotiche divagazioni, dalla preistoria folk fino al dimenticato “Broken Arrow” (1996). Per il novizio sta come un libero sobbollire ipnotico e non rabbioso, con qualche sparuta punta di drammaturgia, ma che pure si allontana da “Greendale” per l’essenza finalmente libera dalle gabbie della sua verbosa opera rock, il recupero della seconda chitarra di “Poncho” Sampedro, lo storico contraltare delle lamentazioni del leader, finanche per durata (gli soffia per dieci minuti il record di lunghezza). Due momenti gloriosi, all’inizio e alla fine: la ballata folk che sfuma nell’elettricità brumosa di “Driftin’ Back” e la chiusa di “Walk Like A Giant”, con la band che mima i passi del gigante del titolo in un raro esempio d’impressionismo doom-metal. E qualche difetto, su tutti il flanger tamarro che intimorisce il riff hard-rock della title track (non a caso riproposta normalizzata come bonus), una pernacchia se confrontato alla sofisticazione tecnologica di “Le Noise”. Anticipato e continuato da un lungo tour con la sua fida backing band – con cui ha rodato queste maratone – promosso via twitter da Young in persona, accompagnato dal blu-ray “Journeys”, e primo album in streaming con buona pace del suo odio verso la riproduzione digitale. Video che è virtualmente un mediometraggio: “Ramada Inn”.

Michele Saran (www.ondarock.it)

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3 commenti Add your own

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