Dead can dance – Anastasis ( cd – 2lp )

settembre 5, 2012 at 6:51 pm Lascia un commento

La prima domanda che sorge spontanea alla notizia di una reunion è inevitabilmente legata alle motivazioni dietro tale decisione. Di reunion, in questi anni, ne abbiamo viste tante: molte accolte con il piacere di un “bentornati”, altre capaci di partorire nuovi tasselli da aggiungere a trascorsi importanti; ma una considerevole parte di queste ha finito col produrre lavori di gran lunga inferiori alle attese. Brendan Perry e Lisa Gerrard di grandi cose ne hanno fatte tante. Con le loro voci, in primis, e con la loro eterna ricerca. Nell’unione musicale e sentimentale dei Dead can dance hanno saputo scrivere alcune fra le pagine più suggestive e innovative della musica tutta, distanziandosi con originalità da qualsiasi etichetta, pescando da un passato arcano, mescolando le radici con la sperimentazione, agganciandosi qua e là a tendenze più o meno definite, ma mantenendosi sempre ben affrancati a un marchio di fabbrica esclusivo. Nel corso degli anni, in tanti hanno provato a interpretare – con risultati anche lusinghieri – tutto o parte del loro stile, chi all’insegna del misticismo puro (Arcana), chi volgendo lo sguardo alla più totale contaminazione etnica (Unto ashes), chi ancora saturando di piaghe elettroniche il sangue puro di partenza (Love is colder than death). Tre quarti di quella che oggi suole classificarsi sotto l’etichetta di dark-wave deve buona parte della sua ispirazione ai due, che, dopo la separazione, nei rispettivi percorsi solisti hanno adattato la potenza evocativa della loro musica all’immagine: quella dei film (Gerrard) ma anche quella dell’intimo cantautorato e della pura suggestione (Perry).

Oggi, a sedici anni dal bistrattato ma non certo pessimo “Spiritchaser”, epitaffio che segnò una deriva prettamente etnica, le due metà si ricongiungono, ed ecco tornare a brillare il marchio Dead Can Dance. Riprendendo il discorso precedente, è lecito domandarsi cosa potesse avere di nuovo da dire un duo il cui percorso pareva essere un cerchio perfetto, al punto da non sbagliare neanche un disco, evolvendosi lentamente e in maniera naturale. Per rispondere, poteva essere sufficiente l’indizio di “Amnesia”, assaggio regalatoci dai due a un mese dalla release del disco: l’ugola di Perry, intatta e ancor più profonda, esattamente come ce la ricordavamo dalle otto sculture di “Ark“, si produce in una lirica liturgia, cesellata da un profetico gorgheggio che riconduce a un mondo lontano, quasi “orientale”. C’è l’etnico di “Spiritchaser”, c’è la poetica di “Into The Labyrinth”, ma c’è anche una forza espressiva nuova e matura.

Addentrandosi nei meandri del disco, sgorga da subito il buon vecchio “gotico”: quale modo migliore per definire “Children Of The Sun”, maestosa sinfonia dalle oniriche aperture? Siamo qui di fronte al lato candido di Perry e a quell’atmosfera di filosofica riflessione “estiva” a cui lo stesso faceva riferimento nel presentare il disco, che incede fino a raggiungere l’estasi nel finale fiatistico. Il sangue scorre, lento e fluente, verso “Anabasis”: ed ecco Gerrard muoversi fra cupi arabeschi, misticismo ed elettronica, in una performance quasi “corale”, memore di quel “The Mirror Pool” che segnò la sorpresa di un suono scarnificato e obliquo. E su sentieri simili viaggia “Kiko”, aggiungendo quel sentore medievale esplorato e sviluppato in “Aion”: il sound è ancor più rarefatto, essenziale e austero, come forse non lo era mai stato prima.

Tratti somatici orientaleggianti caratterizzano invece “Agape”, inno a una divinità immaginaria, ornato dal vibrante e profondo fondale del sitar a dettare legge accompagnando il canto. La Gerrard armonica e multiforme fa la sua comparsa nell’eterea marcia liturgica di “Return Of The She-King”, dove il sostrato sonoro si limita per buona parte del brano a fungere da cornice, lasciando spazio ai languori di una voce in perenne forma.
Riecco apparire Perry nel toccante e romantico miscellaneo di “Opium”, “canzone” nel significato vero e proprio del termine, frondata da sprazzi di archi solenni e, soprattutto, nel superbo congedo di “All In Good Time”, emozionante accompagnamento verso un sogno eterno, con la voce praticamente sola a cullare la mente per i primi quattro minuti e sostituita, nel finale, da un formidabile unisono strumentale, suggellato in un minuto di notevole intensità.

I Dead Can Dance sono tornati e la loro “resurrezione” (questa la traduzione dal greco del titolo dell’album) non poteva essere più lucente. “Anastasis” è disco legato strettamente ai loro trascorsi ma mai autoreferenziale, l’album maturo di un duo il cui suono trae le sue coordinate da stili senza tempo, tanto quanto pare esserlo la loro musica. Una gran sorpresa, ben oltre le più rosee aspettative, e uno dei prodotti finora migliori di questo 2012. Giù il cappello.

Matteo Meda (www.ondarock.it)

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