Antony & The Johnsons – Cut the world ( cd – 2lp )

settembre 4, 2012 at 3:19 pm Lascia un commento

Forse, per dover di cronaca, dovremmo iniziare questa recensione con la considerazione su quanto sia veramente utile (o meno) pubblicare un disco di vecchio materiale riarrangiato in chiave orchestrale. Sì, perché il più delle volte tale procedimento può risultare fatuo e autocelebratorio, oltre a dimostrare una momentanea carenza d’idee congiunta al bisogno di dover comunque riempire un vuoto pubblicando qualcosa. Tuttavia, l’attrazione che porta a cimentarsi nell’impresa di un album (o concerto) orchestrale esercita da sempre un forte potere su qualunque musicista; vi sono passati numi tutelari come Peter Gabriel e Joni Mitchell – stregati dall’eterno fascino che un’orchestra classica (con la sua miriade di combinazioni espressive) è capace di evocare – e molti altri continueranno indubbiamente a passarci ciclicamente, chi con nostalgia, chi con ritrovata originalità.
Oggi pertanto tocca, con un’iniziale punta di dubbio mista a (non)sorpresa da parte di chi scrive, ad Antony Hegarty. Dico “(non) sorpresa” perché l’artista in questione è già ampiamente noto al pubblico per l’uso di impasti orchestrali riscontrabili in praticamente tutti i suoi dischi di studio, al punto che viene spontaneo provare ad immaginarsi gli esiti, e magari chiedersi cosa mai possa aggiungere al già consolidato sound l’impiego della Danish National Chamber Orchestra; non dimentichiamo infatti che, con ben sette componenti, i Johnsons sono una mini-orchestrina a sé stante, uno strumento da sempre impiegato per realizzare in studio – e sul palco – le tessiture che accompagnano l’intensa voce di Antony attraverso le sue struggenti canzoni.

In questo caso, però, i dubbi si possono lasciare alla porta. Antony And The Johnsons si sono recati a Copenhagen, dove hanno registrato “Cut The World” in un concerto dal vivo con l’ausilio della suddetta orchestra. Il contenuto quindi non può definirsi “innovativo”, ma dall’altro canto rimane impossibile non farsi (nuovamente!) catturare, accarezzare e sbatacchiare l’anima dalle splendide pagine di uno dei personaggi più “potenti” degli ultimi vent’anni.
La resa dal vivo qui attuata è a dir poco immacolata, tanto che non sarebbe sbagliato, ad un primo ascolto, pensare che “Cut The World” sia un disco di studio; una risoluzione tecnica praticamente perfetta (magari rifinita e corretta più tardi?) unita al palpabile silenzio religioso del pubblico danese, zitto non tanto perché i nordici sono meno rumorosi in luoghi pubblici, quanto perché di fronte a una performance di tale intensità aprire bocca sarebbe stato piuttosto fuori luogo.

È Antony il vero protagonista dell’intero concerto. Intenso, emozionante e decisamente a suo agio sul palco senza con ciò strafare in divismi, interpreta una libera selezione di alcuni dei suoi brani passati con quella voce sempre superlativa, riportandoli alla luce con un’accentuata bellezza. Intorno a lui si posizionano i fidi Johnsons, mentre nel sottofondo si animano le tessiture di un’orchestra tenuta sorprendentemente a freno, impiegata più per dar colore che non sovraccaricare le già ricche partiture; si notano soprattutto l’uso ausiliario dei fiati, che in certi momenti donano un tocco raveliano alle composizioni, mentre l’incrementata sezione d’archi riempe e allo stesso tempo dilata le atmosfere con lancinanti note sostenute a lungo, tappeti ad eco e giocose rincorse. Quando impiegate, le percussioni elevano i climax ritmici verso l’epico come una batteria da sola non potrebbe mai fare.

Due i brani originali presenti: la title track posta in apertura, una ballata piuttosto “tipica” dalle potenti tinte noir e accompagnata da un video truculento e decisamente femminista – che si fa un baffo del girl power di Geri Halliwell (e si presume avrà un seguito?) – mette in tavola i toni quasi provocatori come fosse il seme che ha dato germoglio all’intera opera.
A seguire infatti è il già piuttosto chiacchierato “Future Feminism”, un discorso di quasi otto minuti nel quale Antony, partendo dall’analisi dell’influenza dei cicli lunari, traccia la sua personale visione del mondo, il suo conflittuale rapporto con la religione in quanto transgender, e le speranze per un futuro sostenibile sul pianeta Terra per tutti gli esseri viventi. È un discorso complesso – e che in diversi potranno trovare anche blasfemo a seconda del proprio credo religioso – ma Antony riesce, grazie anche a un pizzico d’ironia dispensata ad arte, nell’intento di comunicare le sue personalissime visioni senza scadere in una predica politica. Il dibattito è aperto.

Le restanti tracce, pescate dal patrimonio del passato, formano invece il vero corpo del disco. Quasi inutile dirlo, i brani tratti dall’omonimo album d’esordio (una delle opere musicali più intense del secolo scorso) sono sempre capaci di smuovere le montagne: maestose la versioni di “Twilight”, nel crescendo ritmico eseguito con gran trasporto, e di “Cripple And The Starfish”, sulla quale la linea introduttiva di violino viene trionfalmente rinforzata dall’orchestra intera, ma è “Rapture” a ridurre in lacrime anche l’ascoltatore più distratto – semplicemente impossibile non commuoversi di fronte a una melodia del genere e alle struggenti parole di Antony.
Appare poi un’onirica versione di “I Fell In Love With A Dead Boy” (dall’omonimo Ep), mentre dal ben più fortunato “I am a bird now” (2005) viene scelta solo “You Are My Sister”, nella quale manca (e si sente) il contrappunto con la bella voce di Boy George, ma Antony riempie con grazia ogni spazio interpretando la parte “mancante” col cuore gonfio d’amore.

A sorpresa, invece, sono ben quattro i brani presi da “The crying light” del 2009, l’episodio più criptico e minimalista della carriera di Antony. Qui i nuovi arrangiamenti prendono anima, movimentando di luce nuova le ombrose composizioni originali e donando una struttura certo più solida ma sempre calibrata e complementare alla voce. La deliziosa miniatura da camera di “Kiss My Name” si veste d’intarsi di fiati e archi, “Epilepsy Is Dancing” si fa accompagnare da un lievissimo pizzicato, “Another world” espande le dilatate forme quasi-new age, mentre “The Crying Light” si concentra tutta sulla sacralità dell’interpretazione di Antony che qui arriva al sublime.
Dall’ultimo disco in studio invece viene pescata solo la title trackSwanlights“, un lamento nel quale la tesissima trama noise dell’originale viene cullata dolcemente da un tappeto di violini che toglie forse un po’ d’atmosfera ma rende l’ascolto più dinamico per il pubblico in sala.

“Cut The World” è tante cose: è un disco live eseguito con perfezione quasi innaturale e una minima presenza di pubblico, è un disco di rivisitazioni orchestrali arrangiato però con classe sublime e non scontata, ed è pure una raccolta di ottime canzoni senza essere un “best of” di grandi successi.
Chi ha collezionato ogni singola uscita di Antony and the Johnsons nel corso degli anni potrebbe forse fare a meno dell’acquisto di “Cut The World”, ma ascoltare nuovamente queste splendide canzoni sotto una lieve veste nuova è un piacere che non può far male a nessuno. Procuratevelo.

Damiano Pandolfini (www.ondarock.it)

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