Can – The lost tapes ( 3cd )

luglio 2, 2012 at 10:34 am Lascia un commento

La storia è questa: nello studio della band si sta mettendo un po’ d’ordine perché alcuni nastri devono essere ceduti al German Rock ‘n’ Pop Museum di Gronau. Improvvisamente, saltano fuori bobine completamente dimenticate contenenti registrazioni inedite, esecuzioni live, spezzoni di improvvisazioni, composizioni abortite e bel po’ di outtake. Tutta roba risalente al periodo più felice, artisticamente parlando, della grande formazione tedesca (1968-77, per capirci), a ragione considerata come una delle più influenti di sempre, capace di distaccarsi dai modelli americani per dare vita a un sound assolutamente unico, senza precedenti.
Messo a punto dal tastierista Irmin Schmidt e dal produttore Jono Podmore, questo triplo cofanetto è una vera chicca per tutti gli amanti della gruppo. Ascoltare questi brani non serve soltanto a fare un tuffo nel passato, ma soprattutto a fare i conti con il presente, tanta è la loro capacità d’insinuarsi tra le pieghe di tanta musica dei nostri giorni che quasi stenti a credere si tratti di roba risalente a trenta-quarant’anni fa.

L’inedito “Millionenspiel”, aperitivo degustato nei mesi passati, parte alla grande lanciato su autobahn motorik, sbandando tra poliritmie e svolazzi jazz, ricordandoci il perché di tanto amore e, soprattutto, la venerazione di molti per Jaki Liebzeit, uno dei batteristi simbolo di una stagione assolutamente straordinaria. Poi, un’ipnosi alla Malcolm Mooney su tappezzeria Velvet Underground (“Waiting For The Streetcar”), recinti (poli-)ritmici che prendono in ostaggio la mente (“Deadly Doris” e, soprattutto, la potentissima “Graublau”, una lunga jam impro-funk che veleggia al limite dell’utopia) e ossessioni in-dub (“Bubble Rap”).
Non mancano le cose più esoteriche, quelle che nel biennio ’68-’69 già prefiguravano in un certo senso gli spettri più malefici di “Tago Mago” (“When Darkness Comes”, “Blind Mirror Surf”) e c’è spazio anche per qualche nota di distensione, pur se ancora venata da una gelida malinconia (“Oscura Primavera”). Un primo disco davvero notevole, in cui probabilmente il solo nonsense elettro-acustico di “Evening All Day” lascia un po’ a desiderare.

Sciocchezze, in ogni caso, subito spazzate via dalla danza febbrile di “Your Friendly Neighbourhood Whore” con cui si apre il secondo disco. La qualità dei singoli brani è ancora alta, fatta eccezione per “True Story” (spoken-word immerso in un delicato fluido elettronico) e “Desert” (take germinale di “Soul Desert”, poi finita su “Soundtracks”) – numeri che, comunque, servono a spezzare un po’ il flusso tagliente e trascinante dei brani migliori: una versione live di oltre sedici minuti di “Spoon” (erano appena tre su “Ege Bamyasi”), l’intenso crescendo di “Abra Cada Braxas”, che sfocia in un’orgia freak-out, una “Dead Pigeon Suite” che, mentre cerca sbocchi verso “Vitamin C”, alterna inquiete oasi idilliache, scarti funk e polluzioni minimaliste e, infine, una zingarata acida e sudaticcia insieme a James Brown e Wilson Pickett (“Midnight Sky”).

Il terzo disco, quello più debole (che pure schizza via dalle casse, all’inizio, con un tonitruante frammento spacedelico – “Godzilla Fragment” – ma che a conti fatti appare poco incisivo nelle take live di “Mushroom” e “One More Night”), ha i suoi colpi più appariscenti nelle approssimazioni a “Mother Sky” di “On The Way To…”, negli sperimentalismi come fantasie assortite di “Midnight Men”, nell’epico trip elettro-funk di “Networks Of Foam”, nel cortocircuito temporale di “Messers, Scissors, Fork and Light” (era il 1971 ma per loro era già piena new wave, e anche la techno non era poi così lontana…) e nelle escursioni disco-funk featuring Rosko Gee al basso di “Barnacles”.
Emozionante, poi, per chi ama il primissimo Wim Wenders, ritrovarsi ad ascoltare il frammento “Alice”, che il regista di Düsseldorf usò per commentare alcune sequenze del suo quarto lungometraggio, “Alice nelle città“.

Tirando le somme, “The Lost Tapes” contiene oltre tre ore e un quarto di grande musica, a volte solo ottima, altre ancora buona, però mai scontata o prevedibile. Del resto Holger Czukay (basso), Michael Karoli (chitarra), Jaki Liebezeit (batteria), Irmin Schmidt (tastiere) e Malcolm Mooney o Damo Suzuki alla voce, durante la loro età dell’oro mai davvero sfociarono nella banalità, sempre attenti a proiettare le loro ombre oltre lo specchio del presente.
Mettetevi in casa, dunque, questo triplo box (pubblicato dalla Mute), sempre che abbiate già i loro capolavori registrati in studio. In caso contrario, datevi una mossa!

Francesco Nunziata (www.ondarock.it)

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