Sigur Ros – Valtari ( cd – 2lp )

giugno 2, 2012 at 11:38 am Lascia un commento

I quattro anni trascorsi da “Med Sus I eyrum Vid spilum Endalaust” per Jonsi e per i Sigur Ros sono stati un periodo costellato da dubbi, ma anche dalla ricerca di esperienze e forme espressive nuove. La stessa band aveva esplicitamente parlato di “undefined hiatus”, con ciò lasciando intuire un processo di riconsiderazione del proprio suono, o forse addirittura della propria esistenza come tale, mentre il suo leader si cimentava nel frattempo con album e tour solisti, nonché in collaborazioni e colonne sonore. Invece, non senza una certa sorpresa, ecco la svolta repentina, l’impennata produttiva e l’improvvisa accelerazione nella pubblicazione del sesto disco in studio della band islandese.

Queste le premesse degli otto brani di “Valtari”, disco preannunciato in maniera quasi inaspettata dal singolo “Ekki Múkk”, le cui placide torsioni melodiche lasciavano già presagire il rapido abbandono dei bagliori estivi e della vivacità ritmica che avevano reso controverso il lavoro precedente. Placido e rassicurante potrebbero essere gli aggettivi più adatti a descrivere il contenuto di “Valtari”, il cui omogeneo flusso di cinquantaquattro minuti conferma l’impressione che per uscire dall’impasse creativa la band abbia inteso rifugiarsi nel sicuro approdo delle abituali sonorità dilatate e sognanti o, meglio, si sia ritrovata per l’ennesima volta in studio dopo aver inserito il pilota automatico deputato a portare a termine le composizioni ad essa più congeniali.

“Valtari” è dunque innanzitutto un album che non sorprende (non che questo sia necessariamente un fattore negativo), idealmente collocabile in appendice a “( )” e senz’altro debitore delle derive ambientali palesate da Jónsi in “Riceboys sleeps“. Vi si ritrovano tutti gli ingredienti dei Sigur Rós più eterei e sognanti, le armonie vocali impalpabili e le atmosfere di foschia avvolgente che si diradano per lasciare spazio a folate emozionali. Tutto sembra dunque al proprio posto – a tratti persino troppo – diluito com’è in un brodo di coltura dai tenui colori pastello, al limite screziato attraverso l’utilizzo di tessere policrome, collocate sulle note del pianoforte e del vibrafono o corredate da voci bianche e dagli inconfondibili gorgoglii di Jónsi, che per l’occasione appaiono maggiormente ripiegati su se stessi e in genere confinati al ruolo di mero corollario delle ambientazioni sonore. L’unitarietà del lavoro finisce tuttavia per mancare di veri e propri guizzi, inizialmente rilevabili nell’anthemica “Varuð” e nella poetica invocazione orchestrale di “Dauðalogn”, offrendo così la sensazione che l’immediatezza realizzativa sottostante a “Valtari” corrisponda a una precisa opzione in favore di un descrittivismo da colonna sonora, maggiormente filtrato dall’elettronica, ma che a tratti disperde le suggestioni più emozionali, da sempre caratteristiche della band islandese.

Certo, non sarà difficile lasciarsi ugualmente trasportare dalla progressione di “Varuð”, dalle fluttuazioni ipnotiche della title track o dalle note pianistiche intrecciate nella conclusiva “Fjögur Píanó”, che suggella una seconda parte del disco quasi interamente improntata a cullanti coltri ambientali, ultimi frutti della consumata maestria di musicisti ai quali il gioco delle suggestioni continua a riuscire con estrema naturalezza. Qua e là, tuttavia, l’estrema linearità complessiva dell’opera presta il fianco a qualche cedimento alla monotonia, in particolare quando le dilatate iterazioni vengono prolungate al di là del necessario, destando il sospetto di trovarsi in presenza di qualche passaggio riempitivo di troppo (“Varðeldur”).

Nel complesso, il disco non mancherà comunque di riservare tiepide carezze a quanti non vedevano l’ora di tornare a immergersi negli accoglienti vapori generati da una band ancora capace di regalare paesaggi sonori inconfondibili. In tal senso, “Valtari” potrebbe prestarsi a essere etichettato con supponenza come il classico album destinato soprattutto ai fan della band; ma poiché una tale definizione non va interpretata secondo un’accezione di per sé negativa (e ce ne fossero “album da fan” come questo!), ai Sigur Rós si può ben perdonare una parentesi di parziale stasi creativa. O semplicemente il “peccato” di non riuscire, per una volta, a impressionare le menti e a travolgere gli animi.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

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