Spiritualized – Sweet heart sweet light ( cd – lp )

aprile 23, 2012 at 4:03 pm Lascia un commento

Per quanto un progetto come quello degli Spiritualized di Jason Pierce possa dirsi forte di una poetica musicale straordinariamente definita e peculiare, le premesse che anticipavano l’uscita di questo “Sweet Heart Sweet Light” avevano fatto scaturire in molti il timore che il suddetto lavoro rischiasse di adagiarsi con stanchezza sulle memorabili pagine scritte dalla band a cavallo tra gli ultimi due decenni.
Il qui presente settimo atto discografico dello spaceman di Rugby nasce infatti in seguito a una tournée di rivisitazione on stage dell’indimenticato capolavoro di ‘brit-pop interstellare’ “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” e si assume la scomoda incombenza di rappresentarne un’ideale prosecuzione.

Un’operazione alquanto rischiosa, le cui ombre si delineano maggiormente davanti all’ascolto del brano d’apertura, “Hey Jane”, shuffle-blues dalla patina velvettiana – inequivocabile sin dal titolo – pubblicato qualche mese prima dell’uscita dell’album e ritratto di un immenso mestiere che però sembrerebbe iniziare a sostentarsi troppo di citazioni proprie (il lick chitarristico di “I Think I’m In Love”) e altrui (il coro gospel della “Tender” dei Blur).
Fortunatamente, però, una volta metabolizzato a pieno l’ascolto dell’album, il sentore  di trovarsi davanti a una fiacca riproposizione del genio di Pierce verrà prontamente smentito.
Perché, se è vero che l’ex Spacemen 3 non ha cambiato di una virgola il suo paesaggio musicale fatto di oscure melodie pop, magniloquenze orchestrali, musica nera a 360 gradi e psichedelia in slancio verso un iperspazio barrettiano, la qualità delle canzoni di questo “Sweet Heart Sweet Light” e, soprattutto, l’intenzione con cui viene suonata ogni singola nota contribuiscono a valorizzare ulteriormente una formula sempre più in totale simbiosi con il suo interprete.
Sfilano così ballate apparentemente docili come “Too Late”, reminescente dell’Alex Chilton di “Third”, o la già classica “Little Girl”, la cui semplicità diventa sinonimo di trasparenza con un Jason Pierce da poco ripresosi da una polmonite bilaterale e intento a confidare all’ascoltatore i suoi pensieri più profondi.

Non c’è spazio per voli pindarici o trovate eccessivamente cerebrali nelle liriche del disco: quando il frontman apre “Little Girl” con il verso “Sometimes I wish that I was dead ‘cause only the living can feel the pain” il tono confidenziale della sua voce si mescola a un arrangiamento orchestrale straniante, che rispecchia perfettamente su un piano formale il contrasto fra drammaticità e ironico distacco.
Questa è la grande vittoria di “Sweet Heart Sweet Light”: la forza melodica della maggior parte dei brani è innegabile (qui la componente pop risulta decisamente amplificata rispetto ai mantra di “Ladies And Gentlemen”), ma laddove il songwriting subisce qualche battuta d’arresto ci pensano gli intricati paesaggi sonori a sostenere egregiamente le canzoni e raccontare il disordinato mondo interiore dell’autore . E’ il caso della preghiera lennoniana “Freedom” e, soprattutto, di una “I Am What I Am” scritta con l’amico Dr. John, che striscia su un paludoso spiritual in cui il botta e risposta fra Pierce e il coro diventa un’ossessione ricorrente davanti a una realtà in frantumi.

Non mancano poi pezzi da novanta come “Headin’ For The Top Now”, claustrofobico rock-blues che pare suonato su un’astronave in fiamme, o lo psicodramma “Mary”, scandito dall’inquietante regolarità dei rintocchi di piano e chitarra come a rappresentare una stasi subumana.
Il violento crescendo in chiusura di quest’ultima lascia poi il posto alla straordinaria “Life Is A Problem”, fuga vestita di melodramma che sembra inizialmente dirigersi verso un percorso di redenzione, salvo poi tornare sui propri passi al momento della svolta definitiva (“Kill all my demons and that will be fine, but I will be reloading all the time”).

I titoli di coda sono riservati al gospel di “So Long You Pretty Thing”, a dire il vero un po’ sopra le righe nel suo finale corale, ma non meno che commovente nella parte introduttiva in cui l’io lirico immagina di dialogare con Dio sussurrando timide richieste d’aiuto su un carezzevole tappeto di organo e banjo.
Una conclusione che irradia di spiritualità l’universo alieno della mente di Pierce e attraverso la quale il Nostro ci lascia forse senza averci detto nulla di nuovo o particolarmente sorprendente, ma con una testimonianza di sé talmente autentica e credibile da risultare necessaria.

Andrea D’Addato (www.ondarock.it)

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