M Ward – A wasteland companion ( cd – lp )

aprile 14, 2012 at 3:42 pm Lascia un commento

Serve una compagnia per affrontare il deserto: è una certezza semplice e decisiva, di quelle che piacciono a M. Ward. E nella terra desolata del nostro presente, per lui c’è una compagnia irrinunciabile: “Basta guardarsi intorno per trovarsi in situazioni dove sembra che non ci sia nulla che cresce”, spiega. “La musica è il tuo unico compagno fedele, quello che non ti molla mai neanche nei momenti più difficili. Tutte le mie canzoni parlano di questo”.
“A Wasteland Companion” si presenta più che mai come un diario di viaggio, un taccuino sgualcito in cui ritrovare le tracce di tutte le divagazioni del percorso artistico di M. Ward: lo sguardo del mentore Howe Gelb e il sorriso degli amici Monsters Of Folk, le frastagliature acustiche e gli scintillii pop. E ovviamente la voce di Zooey Deschanel, la “lei” che negli ultimi anni gli ha permesso di conquistare i riflettori sotto l’egida She & Him. Ma nel nuovo album è il songwriting di Ward a tornare al centro della scena: non tanto con l’ambizione di aggiungere qualcosa di nuovo, come aveva provato a fare il precedente “Hold Time“, ma piuttosto con il desiderio di ricongiungersi al passato, di riaffermare il proprio volto.

È la varietà delle sfaccettature, allora, a prevalere sull’unità della trama, dando vita a una sorta di summa della musica di M. Ward. Non a caso, si tratta di un disco vagabondo, registrato in ben otto studi diversi, da Portland a Bristol, passando per Los Angeles e New York. “Mi sono sempre piaciuti gli album live in cui non sai esattamente dove ogni brano sia stato registrato”, racconta Ward. “Ma non amo molto il suono delle registrazioni dal vivo per la mia musica. Così ho cercato di creare un ibrido in cui ci fosse il suono di un sacco di ambienti diversi, ma anche la possibilità di realizzare le cose come vuoi che suonino in studio”.

La chiave di “A Wasteland Companion” va cercata nell’equilibrio dell’insieme: “Penso che sia il disco con il migliore bilanciamento tra luce e ombra che abbia mai realizzato”. Così, sul versante più solare, il pianoforte del singolo “Primitive Girl” srotola subito il suo boogie contagioso. A fargli da contraltare, l’ossatura antica di “Me And My Shadow” si sporca di elettricità, mentre “Watch The Show” teletrasporta i Giant Sand nella polverosa Memphis dei tempi di Sam Phillips. Soprattutto, però, il fingerpicking di Ward si riscopre protagonista, tratteggiando acquerelli dai toni delicati in brani come “The First Time I Ran Away”, accompagnata da un video che riecheggia le atmosfere fiabesche di “Chinese Translation“.

Ancora una volta, Ward rende un appassionato omaggio ai suoi modelli, a partire dalla dedica ai Big Star dell’iniziale “Clean Slate (For Alex & El Goodo)”. In “I Get Ideas” restituisce una briosa energia al vecchio tango reso celebre da Louis Armstrong, per poi andare a pescare nell’inesauribile canzoniere di Daniel Johnston, come già aveva fatto con “To Go Home” in “Post-War“: con l’aiuto di Zooey Deschanel, Ward confeziona alla sua “Sweetheart” un perfetto abito da sera per il ballo di fine anno, tra cori, battimani e ammennicoli da jukebox.
Nello stesso tempo, il songwriter americano fa tesoro di tutte le influenze sedimentate attraverso anni di collaborazioni eccellenti: “Lavorare con Zooey Deschanel mi ha ispirato a scavare un po’ più a fondo nel lavoro di certi girl-group degli anni Cinquanta e Sessanta e nello stile di produzione di Phil Spector. Lavorare con Jim James dei My Morning Jacquet, invece, mi ha ispirato ad ascoltare più attentamente la cosiddetta musica soul o R&B, gente come Marvin Gaye Curtis Mayfield“.

Sono canzoni intessute di sogni, quelle di “A Wasteland Companion”. Come in “There’s A Key”, quando Ward prende spunto dal suo incubo ricorrente di essere travolto da una mareggiata nell’oceano per guardare in faccia le sue paure: “I’m conquering the ocean one wave at the time”, sussurra con il suo timbro di seta su un arpeggio rubato a Paul Simon. “Jump inside this tidal wave with me”. Quello che conta è insieme a chi si affronta l’oceano. O, come in “The First Time I Ran Away”, insieme a chi si sfida l’orizzonte: “The last time I run away, well I hope it’s with you/ Will you let me show you where to run?”.
Anche quando la depressione sembra profonda come le gole del Grand Canyon, anche quando tutto il mistero sembra essere svanito, il sole può filtrare ancora attraverso la nebbia, l’ossigeno può tornare a riempire i polmoni, la salvezza può arrivare accarezzando le acque del Rio Grande: l’epilogo di “Pure Joy” suona come un’ode alla speranza, umile e sicura come le cose più vere. “Pure joy just to see you again”. Persino il deserto può cominciare a rifiorire.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

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