Edda – Odio i vivi ( cd )

aprile 7, 2012 at 10:05 am Lascia un commento

Ho rivisto, prima di scrivere questa recensione, l’intervista che Edda rilasciò nel 2009 durante la trasmissione “L’era glaciale” di Rai 2. Ho rivisto Edda, ovvero Stefano Rampoldi, in quel suo mix adorabile di fragilità, timidezza e profondità spirituale. Erano quelli i giorni appena successivi alla pubblicazione di “Semper Biot“, disco che segnava il ritorno dell’ex-Ritmo Tribale dopo anni di oscurità e di droga. Un disco che, a dirla tutta, mi convinse poco.

Stefano oggi ha smesso di bucarsi e lavora sodo. Fa ponteggi e ha appena pubblicato il suo secondo lavoro solista, “Odio i vivi”. Un disco radicale, scomodo, viscerale e “violento”. Lo immagino mentre monta i ponteggi, seguendo uno schema preciso: incastra i vari giunti di collegamento, uno dietro l’altro, senza sosta. E, intanto, ascolta il crepitare del fuoco che brucia nella sua anima. Nelle canzoni del disco precedente si era già messo a nudo (semper biot, in milanese, significa “sempre nudo”…), ma in questo suo nuovo lavoro strappa via dal corpo anche la pelle, per offrirsi in carne e ossa. E sangue. “Odio i vivi” è, infatti, un disco di cantautorato come non se ne sentivano da tempo in Italia. Non un disco per tutti, però. Perché in molti odieranno quella voce isterica-teatrale-frantumata-vulcanica-delirante-sincera; altri, invece, perderanno la bussola semplicemente perché “mancano le canzoni, quelle vere, capito cosa intendo?”. No, non capisco. La musica può anche rilassare e divertire, ci mancherebbe. Ma quando la musica sanguina, allora sanguiniamo con lei… e sanguiniamo veramente.

“Semper Biot” era un disco tutto sommato spoglio, “Odio i vivi” è invece un’opera più densa, avventurosa e decisamente più grande. A dare man forte ad Edda (alla chitarra elettrica), ci sono, oltre al fido Walter Somà (coautore dei brani), altri amici, tra cui: Alessandro “Asso” Stefana (chitarra elettrica, organo, tampur), Stefano Nanni (che ha scritto le partiture degli archi, poi affidate al quartetto EdoDea), Francesco Arcuri (che si è occupato degli “strumenti giocattolo”), Mauro Nottolini (trombone, tromba, flicorno) e Sebatiano De Gennaro (batteria).  
Due sono le coordinate emozionali del disco: il male di vivere e il sesso. Due facce della stessa medaglia, secondo Edda. Non c’è salvezza su questa terra, nemmeno in quei piccoli momenti di piacere carnale, che tutto sommato svelano la nostra essenza mortale, la nostra fragilità. Due facce che si fronteggiano continuamente in queste dieci tracce, impreziosite da paesaggi strumentali cangianti, dove l’elettricità e l’istinto convivono con aperture orchestrali e svolazzi di fiati, grazie all’intuizione, in cabina di regia, di Taketo Gohara.

Eppure all’inizio sembrava esserci uno spiraglio per l’amore, l’amore come rimedio e protezione: “Ho sbagliato tutto nella vita/ Poi ho avuto te”. Ma è una falsa pista, perché, innanzitutto, “gli amori finiscono, amore mio” e poi perché l’essenza del tutto risiede in contrasti, anche feroci, dove la melodia e la lama tagliente che la chitarra cerca disperatamente di affondare nel cuore convivono/camminano sul filo del rasoio, affidando alla spontaneità e all’istinto ciò che nessun raziocinio potrà mai riuscire a imbrigliare. Poi, “Anna” e le cose si complicano, si imputridiscono: “L’amore diventa merda, dopo due settimane, i miei amici hanno figli, figli, figli… io ho sempre fame”. La fame della donna, dell’altro come espressione-rivelazione della nostra identità. “Anna” è un vortice malefico, una carneficina di accordi e svolazzi di archi, un amplesso ferino di epifanie rovinose e crolli nervosi. Un brano che si appiccica al cuore, sfiancandolo.
Dal canto suo, la title track zoppica e inciampa, sputa sangue e si rialza, ossessionata da linee sghembe di pianoforte, macigni elettrici, gorgheggi fulminei di fiati e sussulti ascensionali di xilofono. E, poi, le scansioni industriali e le fiammate selvagge di “Topazio”, canzoni d’amore che si trasformano in melodrammi laceranti (“Gionata”, scritta con il contributo decisivo di Gionata Mirai de Il Teatro degli orrori) e momenti di apparente distensione costruiti con il bilancino della memoria, che improvvisamente perdono la bussola, lasciando campo libero all’esplorazione elettrica, ad un profluvio di massimalismo cinico e dirompente (“Ricordati che devi morire, adattati/ Ricordati che devi morire, rilassati”).

Vacillare sul vuoto, guardarlo in faccia significa, alla fine, diventare il vuoto (“Il seno”) e i primi secondi di “Omino Nero” finiranno, naturalmente, per comunicare il senso di una vertigine mistica, un’allucinazione terminale che sa di carne e sangue, che traduce il coito in magmatiche iridescenze noise, in febbrili contraccolpi nichilistici (“per me non c’è niente di vero…”).
Come un topo di fogna, Edda ama i sotterranei della sua città, ama scomparire dai radar della gente comune (“Qui”, ovvero il blues destrutturato dell’invisibilità che barcolla immerso dentro luminescenze jazz), tanto che, alla fine, anche i raggi di sole che raggiungono le fogne (“mangi solo come un animale…”) nascondono inquietudini (“È finita / Stefano muori così / ingoiato per essere qui (…) Stefano muori così, felice di essere stato qui”), aspettando la possibilità di un ritorno, ma con timore e tremore (“Io già lo so che rinascerò in un altro corpo/ per favore no/ Per tutta la vita”).

Nell’epoca di luci elettriche, teatri orrorifici che fanno a mala pena sorridere, cani che ululano dentro notti banalissime, welfare stantii, amici degli amici che bazzicano fattori X e stronzate varie, “Odio i vivi” sanguina autenticità da tutti i pori, mettendo tutti in fila, uno per uno…
Solo per questo, Stefano andrebbe ringraziato a vita!

Francesco Nunziata (www.ondarock.it)

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